Noi ricordiamo tutto!

28marzoviafracchia 28 marzo 1980: è notte a Genova quando in via Fracchia, nel quartiere di Oregina, gli uomini dei carabinieri di Dalla Chiesa irrompono in un appartamento segnalato dal pentito Patrizio Peci come una delle basi operative della colonna genovese delle Brigate Rosse.
Gli operai Lorenzo Betassa, Riccardo Dura, Annamaria Ludmann e Piero Panciarelli, militanti dell’organizzazione combattente che si trovano all’interno vengono sorpresi nel sonno e massacrati dal piombo dello stato, che si appresta a chiudere i conti non solo con le Brigate Rosse, ma con tutto il movimento rivoluzionario che si era lanciato “Nell’assalto al cielo” nel corso del decennio precedente.
La strage di via Fracchia suona come un’estrema intimazione di resa.
Poi sarà la stagione degli arresti, delle torture, della galera, della dissociazione e dei pentimenti.
E della sconfitta operaia alla FIAT, della disgregazione dell’intero movimento di classe e delle sue componenti organizzate in mille rivoli tra gli inevitabili quanto dolorosi strascichi della fine di un formidabile ciclo di lotte. .
Di lì a breve con il crollo del blocco socialista nei paesi dell’est sul piano internazionale si potrà dare inizio ufficialmente al funerale della prospettiva comunista e al gran battage pubblicitario per la celebrazione del capitalismo quale migliore dei mondi possibili.
Per anni dall’immaginario collettivo e da qualsiasi livello di dibattito comune è stata esclusa qualsiasi prospettiva di cambiamento sociale possibile annientando insieme al movimento di classe, la stessa autonomia culturale della classe stessa e seppellendo gradualmente sotto anni di menzogne e falsificazioni storiche l’idea stessa della rivoluzione.
Per questo ricordare oggi, 34 anni dopo Antonio, Cecilia, Pasquale e Roberto (questi i loro nomi di battaglia) come compagni caduti di una guerra civile dimenticata e rimossa, non è una formalità retorica legata a qualche presunto dovere rivoluzionario, né è semplicemente strumento per ricordare a chi non l’avesse chiaro quale sia il vero volto dello stato.
Piuttosto crediamo che riappropriarci dalla nostra storia, quella di tutto il movimento comunista, bistrattata e misconosciuta ormai a molti e rendendola di nuovo viva come patrimonio culturale proletario che potremo tornare a ragionare collettivamente a livello di massa su come organizzare il nostro futuro.
La rivoluzione è un fiore che non muore.
Antonio, Cecilia, Pasquale, Roberto… PRESENTI!

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