Chi organizza i lavoratori?

 ccw_libroRecensione a “Dove sono i nostri?” del Collettivo Clash City Workers

Ma la borghesia non ha solo forgiato le armi che la uccidono ha anche prodotto gli uomini che imbracceranno queste armi: i lavoratori moderni, i proletari…
Karl Marx, Friedrich Engels, Manifesto del Partito Comunista.

Le forme del lavoro

“Chi non fa inchiesta non ha diritto di parola” questo l’incipit del libro Dove sono i nostri?,curato dai compagni del collettivo Clash City Workers,i quali prendono alla lettera questo insegnamento,producendo un contributo interessanteche consiste prevalentemente in una grande inchiesta sulla composizione odierna del mondo del lavoro in Italia.Tutta la parte centrale del libro è occupata dai dati raccolti spulciando le inchieste istituzionali sul mondo del lavoro,integrati con una ricerca sul campo condotta dentro alcune lotte messe in atto in questi anni nei vari comparti lavorativi.La struttura dell’inchiesta divide i lavoratori in categorie analizzando la composizione del mondo del lavoro,suddividendolo per mansioni,differenze di genere e per aree geografiche.Questa parte è la più corposa e rappresenta un tentativo di legare dati oggettivi in un discorso di analisi unitario, per sfuggire al rischio di produrre una serie di narrazioni slegate dalla realtà fattuale del mondo del lavoro in Italia.

Si tratta di una risposta a quelle teorie sulla fine del lavoro o sulla preminenza del lavoro cognitivo che hanno riempito le pagine dei giornali e informato le teorie politiche che hanno contraddistinto l’azione di larga parte “della sinistra del disastro”italiana (dalla rifondazione bertinottiana ad una parte corposa del segmento neo operaista).

Per capire come cambiare la società occorre sapere come è fatta,come è costruita.Non che questo sia facile,anche perché l’interpretazione deriva dalla ragione politica di chi fa inchiesta.In questi anni abbiamo ascoltato discorsi che provenivano per lo più dal micro-ceto intellettuale del movimento:abbiamo letto inchieste fatte più su se stessi che su gli altri!Ciò che sostengono,a ragione,i compagni dei CWW in questo loro contributo è la necessità d riprendere in mano l’inchiesta operaia in senso stretto,basandosi su dati reali ed oggettivi.Questo libro è quindi fondamentale per capire se ancora oggi,nel funzionamento del sistema capitalistico,ad essere centrale sia la contraddizione fra il capitale e il lavoro salariato,oppure se la contraddizione si sia spostata sul lato della biopolitica e dello sfruttamento quotidiano di corpi “in lavoro perenne e indistinto”.La tesi del libro è che la contraddizione capitale-lavoro salariato,quella su cui Marx costruisce la teoria e la prassi comunista,sia ancora quella decisiva e quella da cui occorre ripartire per porre le basi di una politica rivoluzionaria,tenendo però a mente la caratteristica principale che la riguarda:come efficacemente indicato dallo stesso Marx,il capitalismo e la borghesia modificano e trasformano continuamente se stessi e il mondo in cui agiscono.

Il libro,rispetto all’analisi del modo della produzione,non si sottrae alla sfida di analizzarne le trasformazioni.Esiste una parolina magica usata per descrivere i cambiamenti nel mondo della produzione italiana: “terziarizzazione”.Non si tratta di negarla ma di specificarne bene il senso.Iltesto non prova a negare i cambiamenti che hanno attraversato la struttura economica italiana (e ovviamente mondiale)negli anni che stiamo tutt’ora vivendo ma prova a spiegarne il senso.Buona parte della terziarizzazione riguarda i servizi forniti alle imprese e quindi non si tratta assolutamente di un fenomeno staccato dalla produzione delle merci.In questo senso,gli elementi statistici presenti nel testo sono emancipati dal loro significato superficiale immediato e ricondotti all’interno di un’analisi più complessa del paradigma produttivo.Per capire questo,occorre studiare attentamente i fenomeni del nuovo modo di produrre che si è sviluppato come tendenza legata all’attuale fase globale del capitalismo e allo sviluppo della finanza,caratteristico della nostra fase politica.Capire come l’economia italiana (riflesso particolare dell’economia europea emondiale)si sia orientata verso l’export è il primo passo per comprendere le ragioni di una mutata struttura nella produzione così come anche nel trasporto e nella vendita delle merci.

Certo,fa impressione vedere come all’interno della struttura produttiva del nostro Paese sia diventato via via sempre più ridotto il peso delle grandi concentrazioni operaie e si sia sviluppato un fenomeno massiccio di divisione all’interno delle strutture produttive.Questo è l’effetto dell’esternalizzazione dei servizi che è stato uno degli elementi principali della strategia economica del capitalismo italiano ed europeo negli ultimi anni.Si tratta del fenomeno della creazione di holding economico-finanziarie che mantenendo il cuore della produzione (e dei profitti)al centro,allargano la filiera a piccole strutture di servizio,appaltano parti della produzione (anche all’estero attraverso le delocalizzazioni)ed in questo modo ottengono una serie di risultati a catena,che in ultima istanza consistono nell’abbassare il costo del lavoro vivo,cercando così di ovviare alla caduta tendenziale del saggio di profitto diventata sempre più vertiginosa con l’incedere della crisi globale del sistema capitalistico.

Nonostante la difficoltà che un’analisi economica dettagliata di questo fenomeno comporta,restando sul piano generale è facile capire come le centralità produttive scarichino su piccole aziende di servizi il peso della composizione organica del capitale e quindi il peso e l’onere di eventuali ristrutturazioni.Questo ovviamente determina che la classe operaia venga disgregata geograficamente e contrattualmente,causando divisioni e rallentando il fenomeno della presa di coscienza delle sue rivendicazioni comuni e della sua identità politica come classe.Questo fenomeno non riguarda solo le nuove strutture produttive ma è presente anche negli ultimi fortini della produzione fordista.In fabbriche storiche,fianco a fianco,spesso con mansioni molto simili,convivono segmenti di classe operaia con contratti e garanzie totalmente diverse.Questo ha effetto anche sulla conflittualità e sullo sviluppo delle lotte al loro interno.

Nel libro dei Clash City Workers ad emergere in quanto prodotto dell’inchiesta,è comele trasformazioni radicali della forma attuale del sistema capitalistico,la cui analisi e comprensione non può essere aggirata per chiunque voglia fare politica in senso rivoluzionario,non comportino la fine della teoria del valore come punto centrale su cui si fonda il sistema capitalista.Siamo d’accordo con gli autori del libro:stabilire i contorni di questa questione,sottraendola alla narrazioni “sulla fine del lavoro”,non è questione puramente intellettuale ma il punto di partenza per impostare strategie di intervento politico rivoluzionario.Ossia per svolgere il compito proprio delle avanguardie politiche e sindacali:quello di ricostruire la classe non come entità astratta ma come forza politica in grado di porre concretamente la questione del potere politico.

I nodi dell’organizzazione

La necessità di porre il nodo del potere politico come punto decisivo per le classi subalterne apre su una serie di questioni,secondo noifondamentali,che il libro a volta accenna soltanto,a volte tralascia.L’analisi delle trasformazioni economiche condotta nel libro,che individua uno schiacciamento e un’omogeneizzazione in basso delle condizioni delle classi lavoratrici,ci trova perfettamente d’accordo.Ciò a cui abbiamo assistito e stiamo assistendo,dentro l’attuale fase globale del capitalismo,è il venir meno dei confini tra Primo e Terzo mondo.L’internazionalizzazione della produzione e l’apertura globale dei mercati,resa possibile dalla fine della divisione in blocchi del mondo a seguito dell’implosione dell’U.R.S.S.,hanno determinato enormi cambiamenti nella sfera economica,con immediate ricadute sul piano sociale e politico. “Primo mondo” e “Terzo mondo”, dentro le trasformazioni dovute alla nuova fase del capitalismo globale,acceleratesi con l’acuirsi della sua crisi sistemica,convivono oggi fianco a fianco dentro i medesimi territori.Da questo punto di vista,nell’analisi che facciamo nostra,da cui ha preso le mosse il progetto organizzativo della rete politica Noi Saremo Tutto,l’emarginazionedel mondo del lavoro dal discorso politico istituzionale,cosìcome l’esclusione sociale e politica delle classi lavoratrici e la loro progressiva e sempre più evidentemarginalizzazione da parte delle classi dominanti,rappresentano gli effetti sociali delle radicali trasformazioni economiche e politiche dentro cui siamo immessi.Nei confronti delle classi subalterne osserviamo la messa in atto di un processo di esclusione sociale e politica che ci sembra rimandare adun modello di tipo neocoloniale.Dalla comprensione e dall’analisi di tale scenario,a nostro avviso,è necessario partire per riformulare una teoria e una prassi rivoluzionaria all’altezza delle novità poste dal presente.

Se per una lunga arcata storica le classi dominanti dei paesi imperialisti hanno avuto la necessità,dettata dallo sviluppo delle forze produttive e dei rapporti di produzione di quella determinata fase,di includere dentro i confini statuali le classi subalterne autoctone– e i modelli di rappresentanza democratica borghese che i paesi occidentali hanno conosciuto,così come i sistemi di welfare ne sono stati le migliori concretizzazioni politiche– oggi tutto questo appare ampiamente finito.I sistemi di rappresentanza propri della democrazie borghesi,il potere esercitato dalle forze socialdemocratiche,gli ambiti di mediazione appositamente costruiti per tenere sotto controllo il conflitto capitale– lavoro salariato sono stati elementi che hanno caratterizzato esclusivamente il mondo occidentale in una determinata fase imperialista.Nei paesicolonizzati tutto questonon è mai esistito.Nei confronti dei popoli colonizzati nessuna mediazione politica è stata mai ricercata dalle potenze imperialiste,nessun processo di inclusione nei confronti dei subalternibensì un’esclusione finalizzata alcontrollo militare di corpi da rendere docili al lavoro,per garantire quei processi di accumulazione violenta,fondamentali al mantenimento di uno standard di profitto in grado di essere ridistribuito anche tra le classi lavoratrici autoctone.Il patto socialdemocratico dentro i paesi occidentali si è fondato proprio su questo tipo di sistema.Ogni volta che il conflitto capitale-lavoro salariato ha rischiato di esplodere con esiti difficilmente controllabili dalle classi dominanti dei paesi imperialisti,queste sono scese a patti con le classi lavoratrici occidentali,concedendo una serie di benefici economici e materiali,i quali-forse non è insensato ricordarlo-erano resi possibili dallo sfruttamento e dalla rapina imperialista.Ad ogni modo,oggi tutto questo appare decisamente tramontato.Per questo,sebbene concordiamo pienamente con la necessità di ribadire,dati alla mano,la centralità del conflitto tra capitale e lavoro salariato,così come fatto nel libro dei CWW,pensiamo che questa centralità vada analizzata cogliendo le rotture piuttosto che le continuità rispetto alle fasi passate del sistema capitalistico.Certamente l’analisi quantitativa dei dati statistici ci dice che,nel nostro Paese,dentro il lavoro dipendente sono ancora maggioritari i rapporti di lavoro a tempo indeterminato ma se invece che il puro dato quantitativo osserviamo la tendenza,cosa vediamo?E questa tendenza,che vede quote sempre maggioritarie di classe operaia escluse dai rapporti industriali classici in quanto iscritte dentro una cornice lavorativa assolutamente precaria,mobile e non garantita,insieme alle restanti quote di classe operaia ancora caratterizzate da una certa “rigidità operaia” costantemente sotto attacco e costrette sulla difensiva,che tipo di possibilità politiche e organizzative lascia intravedere? Vi è una parte rilevante della classe che molto difficilmente può esprimersi ed organizzarsi all’interno del posto di lavoro,ma può esprimersi ed essere organizzata territorialmente su questioni che riguardano i suoi bisogniprimari,su tutto ciò che permette di recuperare salario indiretto (casa,cibo,trasporti,servizi,in primo luogo sanità,cultura e sport).La sua organizzazione ci sembra assai rilevante anche per quella parte di classe più stabilmente impiegata e collocata in realtà lavorative che permettonoancoradi sviluppare il conflittocapitale-lavoroin termini più “tradizionali”,perché se l’esercito industriale di riserva non è costretto ad accettare qualsiasi lavoro a qualsiasi prezzo,allora la porzione ancora garantita subirà una pressione minore e avrà maggiore agibilità dentro le lotte.Queste due componenti o viaggiano assieme o vengono sconfitte entrambe.Inoltre,proprio il nuovo tipo di rapporti di produzione,le nuove filiere della produzione che tendono ad investire porzioni sempre più ampie dispazi metropolitani e di popolazione coinvolta in diversi modi,facendo della metropoli una fabbrica diffusa,rendono,a nostro avviso,sempre più centrale un’organizzazione della classe diffusa a livello territoriale,in grado di spezzare l’isolamento dovuto alla frantumazione operaia.E questa è una scommessa politica che stiamoprovando a sviluppare…

In uno degli ultimi paragrafi del libro,lì dove vengono tirate le somme dell’inchiesta,si parla di “patto neocorporativo”per definire gli accordi tra le attuali classi dominanti e i sindacati confederali,i quali,perso anche il ruolo concertativo,ne assumono uno palesemente connivente nel gestire le riforme strutturali del mondo del lavoro volte a cancellare qualsiasi diritto precedentemente acquisito dai lavoratori del nostro Paese.Questo processosecondo gli autori aprirebbe uno spazio enorme,una prateria interamente disponibile per il sindacalismo conflittuale e l’autorganizzazione dal basso dei lavoratori.Questo passaggio analiticoci lascia a dir poco dubbiosi.La messa in forma di un patto neo-corporativo,infatti,presupporrebbe,da parte delle classi al potere,una volontà di inclusione delle classi lavoratrici dentro un qualche contenitore politico,attraverso cui organizzare delle forme di mediazione.Alla base dell’istituto della corporazione c’è infatti il legame tra padroni e lavoratori uniti da un presunto comune interesse o collante,quale per esempio la Nazione.Non per nulla il corporativismo è stato uno degli strumenti cardine attraverso cui il fascismo ha nazionalizzato le masse lavoratrici nel nostro Paese.Uno strumento finalizzato al controllo sociale ma fondato su un processo di reale inclusione sociale e politica delle classi lavoratrici.Non a caso correlato da una serie di parole d’ordine,quali “piena occupazione”, “garanzie sociali”, “autarchia”, “orgoglio nazionale”.Nulla di più distante dall’attuale modello politico (la sovranità nazionale e le retoriche ad essa legata appaiono decisamente “fuori moda”tra le frazioni di borghesia imperialista che stanno gestendo la costruzione del blocco imperialista europeo)e dal tipo di relazione tra le classi,segnato da un rapporto di crescente asimmetria,piuttosto che da unreciproco riconoscimento.Da questo punto di vista,la centralità che una auto-organizzazione sindacale conflittualedei lavoratori potrebbe assumere nell’attuale contesto politico ci lascia perplessi.L’organizzazione della classe sul piano delle rivendicazioni economiche rimane,sicuramente,un momento non aggirabile dentro qualsiasi processo organizzativo di classe;la domanda però è se la sfera sindacale possa avere oggi un carattere universalizzante e essere quindi il momento centrale da cui ripartire nell’organizzazione della classe.Il passaggio dal mero piano economico a quello più propriamente politico è storicamente sempre avvenuto nel momento in cui,attraverso la lotta sindacale,si sedimentava tra i proletari una coscienza di classe.Una coscienza che nasceva dall’identificarsi,dentro la lotta comune,delle mille braccia nell’unico possente braccio in grado di spezzare il potere padronale.Due,sintetizzando,le condizioni che hanno permesso al sindacato di essere “la scuola di guerra del proletariato”:il legame tra forza lavoro e messa in forma della guerra ela necessità,posta da questo legame,per le classi dominanti di riconoscerela classe operaia dentro una relazione di potere di tipo simmetrico.Queste condizioni oggi,palesemente,hanno cessato di esistere:la frantumazione spaziale,temporale,sociale e politica della classe ne è esattamente l’effetto.Nel libro è posta molta enfasi sul ruolo e le potenzialità della lotta sindacale nella sua forma tradizionale ma ci sembra di poter dire,osservando ciò che si muove dentro i vari comparti lavorativi,che già ora le lotte dei lavoratori stanno ponendo,drammaticamente,la necessità di un superamento della forma-sindacato,in quanto difficilmente adeguata a ricoprire in toto le necessità di una lotta quando questa assume caratteri più complessivi della singola vertenza sindacale e pone una serie di questioni per le quali l’ambito sindacale diviene un piano che non riesce a fornire strumenti risolutivi.Questa “parzialità”sembra essere colta proprio dalle punte più avanzate dei lavoratori.Inoltre il recente accordo sulla rappresentanza costringe fin da ora a dover ripensare le modalità attraverso cui i lavoratori possono organizzarsi sul proprio posto di lavoro,perché,in linea con i processi di esclusione a cui abbiamo fatto riferimento,una serie di prerogative normative residuali sono state definitivamente cancellate.Perciò,più che le opportunità che un fantomatico patto neocorporativo aprirebbe per un’azione sindacale conflittuale e dal basso,ci sembra che ben più concrete possibilità di organizzazione in direzione rivoluzionaria siano offerte dall’omogeneizzazione in basso delle condizioni di vita delle classi subalterne a livello internazionale.Per questo motivo ci sembra di fondamentale importanza l’analisidella “nuova composizione di classe”,perché la classe,contraddistinta sempre dal suo dover vendere la propria forza lavoro ai padroni per sopravvivere,a seguito del cambiamento radicale dei rapporti di produzione,ha subito una serie di trasformazioni al suo interno,fondamentali da analizzare e conoscere per potere strutturare un’organizzazione in grado di intercettarla.

D’altra partel’esclusione sociale del proletariato eil rapporto asimmetrico tra le classi comportauna serie di mutamenti radicali nella messa in forma della lotta di classe stessa.Se la Storia è storia di lotte di classe,cogliere le trasformazioni e le rotture dentro il darsi concreto della lotta di classe significa essere in grado di comprendere l’orizzonte storico in cui si è immessi per poter,anticipando la tendenza dello sviluppo delle sue contraddizioni,giocare in contropiede ribaltando le sorti della partita.E qui,per noi si apre il secondo fronte conl’orizzonte analitico proposto nel libro dei Clash City Workers.La classe in se stessa,nella sua oggettività,non ha nessuna pulsione immediatamente rivoluzionaria.Forse,la miglior prova di questa affermazione è data dallo scarto evidente tra le condizioni oggettive eccellentiper un movimento rivoluzionario create dalla crisi,con il peggioramento drammatico delle condizioni di vita delle classi subalterne da essa comportato,e l’assenza,particolarmente accentuata nel nostro Paese,di qualsiasi movimento di lotta di massa contro l’attuale sistema economico e politico.Certamente,come dicono i compagni dei CWW,gli episodi di lotte e le vertenze sui luoghi di lavoro sono diffusi,molteplici,spesso si tratta di lotte drammatiche e determinate;certamente queste lotte sono volontariamente ignorate dai media asserviti alle classi dominanti ma questo non basta a spiegare come mai un movimento di lotta di classe non si generalizzi dentro l’attacco sempre più violento,lanciato a tutto campo dalle classi al potere contro le classi subalterne.In questi cinque anni e mezzo di crisi non abbiamo assistito né ad una generalizzazione del conflitto,né a un accumulo di forze da parte delle classi lavoratrici.Al contrario,dentro i comparti maggiormente strutturati dei salariati a prevalere sono lotte di retroguardia che nella mancanza di una prospettiva politica capace di indicare possibili ripartenze,si trasformano quasi sempre in rassegnazione e stanchezza di fronte alle inevitabili sconfitte.Nei segmenti non garantiti e precari della classe lavoratrice a prevalere è la rabbia,capace di accendere momenti conflittuali forti e radicali ma privi anch’essi di una tenuta di lungo periodo dentro una prospettiva di offensiva strategica.A mancare in entrambi i segmenti,di fatto sempre più vicini nel livellamento in basso e nel medesimo processo di marginalizzazione subito,è una prospettiva politica capace di porre la questione della lotta per il potere politico.Perché tale prospettiva non solo cominci ad albeggiare ma si strutturi dentro una strategia in grado di condurre i diversi livelli di quella che sempre più appare destinata ad assumere i contorni diuna lotta di lunga durata,a nostro parere non basta paragonare la funzione delle soggettività politiche a quella di “un hardware,”ossia di “un supporto per il movimento autonomo della classe”.Perché il passaggio dalla classe come entità puramente economica alla classe come soggetto politico in grado di agire dentro la storia in maniera rivoluzionaria è un passaggio possibile solo se ad intervenire è il pensiero e la prassi strategica di una forza organizzata.

In questo senso ci pare che una discussione sulla riunificazione,in prima istanza organizzativa,delle forze politiche che si muovono sul terreno del conflitto capitale-lavoro salariato,ritenendolo centrale,è una discussione non più rimandabile.In questo senso,il lavoro che qui recensiamo diventa un punto importante nella discussione che è necessario portare avanti.Ci sembra però fondamentale far seguire,senza soluzione di continuità,alla domanda da cui prende le mosse il libro –dove sono i nostri? – la risposta a quella su:come organizzare,oggi,i nostri.

 

 

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