Piaggio, i lavoratori resistono la politica no.

   Il referendum sull’accordo Piaggio tenuto nei giorni scorsi a Sestri (279 si e 97 no) mette al riparo molti dei lavoratori genovesi che al momento dell’apertura della lotta sindacale si trovavano in una situazione di enorme debolezza. Il compromesso raggiunto con una lotta molto intensa salva alcune garanzie dei lavoratori, consente di tirare il fiato e prendere tempo. Questo risultato è stato ottenuto al netto di divisioni sindacali che hanno attraversato anche la FIOM divisa tra Genova e Finale Ligure.

La lotta dei lavoratori e del sindacato genovese ha ottenuto probabilmente il massimo di quanto era ragionevole attendersi. Questa vittoria è comunque tattica e non va al di là della questione sindacale. Per Piaggio si apre con tutta probabilità un periodo da cui è bandita ogni idea di sviluppo industriale, in cui la forza lavoro impiegata direttamente in azienda diminuirà perdendo ulteriore potere contrattuale. Il punto decisivo è il mantenimento di alcune mansioni (verniciatura e manutenzione) mentre il cuore della produzione di Sestri si sposta a Finale Ligure aprendo più di un dubbio sul futuro reale dell’azienda a Genova.

C’è inoltre il problema del ricollocamento degli esuberi in altre attività in cui l’impegno delle istituzioni andrà verificato. In questi anni sono saltati i piani industriali di Ilva, Ericsson, Piaggio e ora Esaote. Lo strapotere dei padroni sulla politica è quindi un fatto reale e su questo, occorrerà tenere altissima la guardia.

Il problema è quindi più complesso ed è un problema tutto politico. La vicenda Piaggio, come le altre vicende industriali genovesi ci parlano di una resistenza sindacale nei confronti di un sistema politico che non ha nessuna intenzione di difendere il tessuto industriale residuo della città di Genova. Ciò comporta che l’azione dei lavoratori e dei sindacati non complici si risolva in una resistenza che non può nascondere il tentativo di deindustrializzare la città inseguendo progetti faraonici (la città dei servizi, Erzelli) che stanno nella testa di un gruppo politico affaristico che la fa da padrone nel nostro territorio. La diminuzione di addetti alla Piaggio, il dimezzamento dell’organico di Ericsson (da 1200 a 600 lavoratori mente le istituzioni continuavano a finanziare la proprietà), il piano industriale di Esaote e le nubi che periodicamente si addensano sulle altre industrie genovesi colpiscono una città con livelli di disoccupazione crescente.

E’ una strategia che porta vantaggi solo ai padroni, ai banchieri più o meno corrotti, alle cooperative degli amici e viene pagata solo dai lavoratori. Tra quattro anni la Piaggio rischia di diventare l’ennesimo pezzo di quel deserto industriale che è una precisa strategia dei padroni per destrutturare la forza operaia organizzata e sostituirla con un esercito di riserva isolato, ricattabile e, quando va bene, precario.

L’azione sindacale può ottenere dei risultati che vanno al di là della difesa se esiste una sponda politica che stia senza indugi dalla parte dei lavoratori. Quella sponda non esiste, sta a noi ricostruirla cercando il più possibile di sostenere le lotte dei lavoratori in città, cercando di ricollegarle in una prospettiva di cambiamento sociale del sistema che ci governa.

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