Non più nemici, non più frontiere, ai confini rosse bandiere

In-Giordania-il-costo-dei-rifugiati-fa-traballare-l’economia-nazionaleCominciamo affermando una banalità per un collettivo comunista come il nostro: siamo favorevoli alla libertà di movimento per tutti i lavoratori e per l’accoglienza degli immigrati che chiedono lo status di rifugiati.

Con lo sviluppo del sistema capitalista, il lavoratore è assimilato a una merce. Se le merci e i capitali si muovono senza barriere statali, i lavoratori possono fare altrettanto. Questo vale per gli immigrati economici (coloro che si spostano per trovare migliori condizioni di salario) e vale per i rifugiati richiedenti asilo che scappano dalle guerre.

In questi mesi non si è fatto altro che parlare di emergenza profughi. Se ne è parlato lasciando per molto tempo solo fiato alla xenofobia e al razzismo mentre i cosiddetti democratici tacevano. Fino alla settimana scorsa in cui improvvisamente l’Europa si è riciclata come il continente umanitario, pronto all’accoglienza. Improvvisamente i governanti della UE hanno cominciato a blaterare di nuove regole per l’accoglienza, di abbattimento dei muri. Circolano analisi sulla quantità di immigrati che servirebbero nei prossimi anni per rilanciare l’economia.

Dimenticano di ricordare che i profughi scappano da guerre (Siria, Afghanistan, Libia) che loro stessi hanno creato e alimentato. Quando si ricordano di questo, ne approfittano per rilanciare accuse contro quei governanti che ancora resistono, imputandolo loro la colpa della guerra e delle devastazioni. L’afflato umanitario delle élite imperialiste dell’Europa è preludio a nuove aggressioni, mentre tacciono e approvano la guerra che la Turchia sta scatenando nelle regioni kurde e contro la sinistra comunista.

La questione dei profughi è legata alle innumerevoli guerre che la NATO e la UE hanno fomentato in questi anni, lasciando campo libero all’ISIS e alle manovre delle petrolmonarchie del Golfo. La guerra e l’invasione dello Yemen non preoccupano né gli USA né i paesi d’Europa. Mentre il prezzo del petrolio scende vertiginosamente, gli Stati Uniti lasciano che l’Arabia Saudita continui ad estrarne grandi quantità allo scopo di creare problemi economici ai paesi produttori nemici (Brasile, ma soprattutto Venezuela). In cambio, costoro possono scatenare guerre in prima persona, alimentare i traffici con l’ISIS, distruggere i paesi non troppo allineati (Libia e Siria). Dove non intervengono direttamente, gli imperialisti creano le condizioni per la guerra. I profughi vengono da lì, sono il risultato della fase di aggressione capitalista.

Gli immigrati economici sono invece dovuti allo sviluppo capitalista ineguale, allo sviluppo demografico impressionante in alcune zone del globo e alla stagnazione demografica nei paesi del cosiddetto primo mondo. La cifra mondiale degli abitanti ha raggiunto oramai la quota di 7 miliardi. La popolazione diminuisce e invecchia solo in Europa e negli Stati Uniti. Le condizioni di vita e salariali sono diversissime tra i paesi che crescono in popolazione e i paesi a capitalismo maturo. Lo spostamento di grandi masse di lavoratori è quindi inevitabile e non è possibile fermarlo. Con pochi dollari o euro guadagnati nei paesi del vecchio capitalismo si alimenta un enorme flusso di rimesse verso i paesi d’origine. I lavoratori seguono le possibilità offerte loro dal capitale: in condizioni di crisi fungono da “esercito industriale di riserva”.

Il capitale ha una grandissima capacità di trasformare le contraddizioni insite nel suo sistema di sfruttamento in opportunità. In tutti i paesi in cui si registrano imponenti flussi migratori (fortissimi nelle zone asiatiche, non solo in Cina), si stabiliscono criteri di regolarizzazione che hanno lo scopo di mantenere lavoratori ricattabili e lavoratori più garantiti. I primi sono quelli più facilmente licenziabili e quelli a cui viene assegnata la funzione di abbassamento del costo del lavoro, i secondi sono costretti ad accettare diminuzioni di tutele per rimanere competitivi.

Per il capitale, immigrazione economica e politica si equivalgono: gli immigrati diventano numeri, oggetto di propaganda per future aggressioni o politiche securitarie, potenziali addetti a basso costo. Per l’opinione pubblica democratica e imperialista, l’atteggiamento umanitario è la propaganda con la quale si introduce un nuovo attacco alle condizioni di tutti i lavoratori. Per i razzisti e gli xenofobi si tratta di un’occasione per soffiare sul fuoco delle contraddizioni, dividendo i lavoratori in base a presunte etnie o attitudini.

Il loro ruolo è speculare. Non analizzano le cause, sono complici nelle aggressioni imperialiste e ai lavoratori. Si dividono il ruolo nella propaganda: chi fa l’umanitario e chi il cane razzista. Ma gli infami che blaterano di sparare sui barconi non lo faranno perché alla loro base sociale servono lavoratori silenti e ricattabili, si limiteranno a mediare con i democratici progettando galere, CIE, CPT…

In questi giorni, i democratici decidono che servono più profughi. Per farli lavorare a costo zero, sostituendo i lavori delle aziende partecipate, progettando ulteriori tagli al welfare. Tutto con la retorica del volontariato. Il modello EXPO del lavoro gratuito diventa una possibilità per progettare l’accoglienza.

Contro tutte queste retoriche bisogna affrontare i temi chiave. Basta con le aggressioni imperialiste, collaborazione con gli stati e i paesi che rinunciando allo sviluppo neoliberista creano migliori condizioni per i lavoratori nei loro luoghi di origine, libertà di movimento per tutti i lavoratori e regolarizzazione immediata per evitare che i migranti possano essere utilizzati per abbassare i diritti di tutti gli altri lavoratori.

No al razzismo, no all’imperialismo.

Non abbiamo un problema chiamato immigrazione, abbiamo un problema chiamato imperialismo.

D’altronde, come recitava il nostro inno più famoso (vale per i soldati nella prima guerra mondiale, come ai giorni nostri): “Non più nemici, non più frontiere, ai confini rosse bandiere. O comunisti, alla riscossa. Bandiera Rossa trionferà”

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