Sul Portogallo incombe il cappio d’acciaio della UE

originalWolfang Shauble, potente ministro delle finanze tedesco, nell’immediatezza dei risultati ha commentato positivamente il risultato delle recenti elezioni portoghesi. Per i poteri forti della UE, appariva evidente come dalle urne si ottenesse una conferma dello status quo dell’austerity che ha colpito duramente la classe operaia nel paese lusitano. Eppure, dalle urne portoghesi (con un 43% di astensione) usciva un quadro potenzialmente pericoloso per gli equilibri dell’Unione.

Il partito di destra PAF (Portugal a frente) formato dalla destra e dal partito socialdemocratico perdeva la maggioranza assoluta calando di parecchi voti. In parte recuperati dal Partito Socialista nonostante il suo ruolo nell’applicazione delle politiche di austerity e gli scandali giudiziari che ne hanno accompagnato la campagna elettorale. Contemporaneamente raddoppiava i voti il Bloco de Esquerda (circa il 10% del totale), partito gemello di Syriza e membro della sinistra europea. Il Partito Comunista Portoghese (PCP) si presentava in coalizione con i verdi nella CDU raccogliendo un 8,3% che sostanzialmente confermava il precedente radicamento sociale.

Il sospiro di sollievo per l’imperialismo europeo in fieri è però durato pochissimo. Subito dopo i risultati è accaduto infatti ciò che era impensabile fino a qualche tempo prima: una decisa svolta a sinistra del Partito Socialista che convinceva Bloco de Esquerda e PCP a firmare un patto di governo per impedire la nascita di un governo di destra. La maggioranza di sinistra in parlamento (circa il 53% degli eletti) si è detta pronta a governare ma il presidente Cavaco Silva si è opposto assegnando l’incarico al leader di Portugal a Frente che la settimana prossima si presenterà in Parlamento cercando di convincere l’ala destra del Partito Socialista a disubbidire al proprio partito e votare il nuovo governo di centrodestra.

Il “risanamento” portoghese

Per i commentatori filo imperialisti, il Portogallo è un esempio virtuoso di come le politiche imposte dai mercati e dalla UE portino al risanamento dello Stato. Dal 2008 al 2013, l’esempio del Portogallo è definito come quello del paese che “andava oltre i dettati della Trojka”. Nel 2010 l’UE presta al Portogallo 78 milioni di euro di aiuti in cambio di riforme draconiane che si abbattono sulle classi subalterne, sui lavoratori, sugli studenti e sui pensionati. Il partito unico dell’austerity è formato dalla destra e dal Partito Socialista. L’opposizione di sinistra è affidata a 10 scioperi generali organizzati dal sindacato controllato dal Partito Comunista Portoghese. Manifestazioni enormi scuotono il Portogallo al grido di “que se lixe a Trojka” (che se ne vada la Trojka…). Dopo la cosiddetta “cura” il Portogallo ha nuovamente un elevatissimo rapporto deficit/PIL e un debito pubblico e privato altissimo. Le banche che hanno preso il posto di quelle andate in default sono nuovamente sull’orlo del fallimento. Il “risanamento” non ha ottenuto quindi i risultati sperati ma ha agito spostando risorse dai lavoratori verso il capitale, eliminando diritti e tutele. Le condizioni di nuova difficoltà sono la conferma di una politica che non funziona ma si appresta a introdurre nuove “cure” impartite da governi compiacenti. La crisi, se il potere rimane ancorato nelle mani del capitale e dell’imperialismo, è sempre una buona idea per spremere ulteriormente i lavoratori e trasferire risorse verso il capitale sia interno che esterno. Ex impero coloniale, oggi il Portogallo è, di fatto, una colonia dei paesi cosiddetti virtuosi del nord Europa.

Il ruolo del Bloco de Esquerda

Dopo un periodo di difficoltà elettorale, il Bloco de Esquerda (appartenente alla galassia della sinistra europeista, membro con Syriza e altri della sinistra europea) raddoppia i voti nelle recenti elezioni. Il partito raccoglie gran parte del malcontento popolare poco abbagliato dalle dichiarazioni di giubilo sul supposto risanamento. Il Bloco de Esquerda dichiara fin da subito di essere disponibile a un rapporto con il Partito Socialista a patto di stringere un accordo contro i tagli a salari, pensioni e welfare. Nonostante alcune recenti prese di posizione critiche nei confronti della UE da parte della sinistra del Bloco, il partito rimane saldamente in mano alla frazione filo UE e, in campagna elettorale, ha sfruttato il contributo di Podemos nonostante la crisi che sembra attanagliare la creatura di Pablo Iglesias in Spagna. Per il Bloco de Esquerda è evidentemente possibile lottare contro i tagli sociali rimanendo all’interno delle compatibilità europee. Per loro il rapporto con il Partito Socialista è naturale se questo partito annuncia una svolta a sinistra. Diversa è la posizione del PCP.

Il PCP e il rifiuto della UE

Lo storico Partito Comunista Portoghese è sicuramente il partito più radicato tra la classe operaia del proprio paese e nel sindacato. Storicamente alleato del KKE contro le derive socialdemocratiche che negli anni 70 dilagano nei partiti fratelli nel resto d’Europa, non ne condivide però l’impostazione settaria che sembra emergere nel partito fratello greco (recentemente il PCP ha criticato duramente la posizione del KKE nel momento in cui si svolgeva il referendum greco contro l’austerity). Da anni il PCP si muove nel campo di una totale opposizione ai partiti della Trojka e per un ritorno alla sovranità popolare con l’uscita dalla UE e dall’euro. Questa posizione che emergeva chiaramente nelle parole d’ordine durante il periodo dei dieci scioperi generali non gli ha comunque consentito di raccogliere (se non in minima parte) il consenso popolare dei soggetti colpiti dalla crisi. Questa discrasia è (molto probabilmente) alla base di quello che sembra essere un repentino cambio di tattica del partito che, fin da subito, ha ventilato l’ipotesi di un appoggio alla coalizione di centrosinistra con Partito Socialista e Bloco de Esquerda. Il cambio tattico è stato evidente quando, in una nota congiunta, Bloco de Esquerda e PCP hanno dichiarato come centrale la lotta all’austerity e accantonato ogni velleità di rottura unilaterale dei trattati come richiesto dal Partito Socialista. Lasciando però una clausola di rottura immediata del governo in caso di nuove norme contro lavoratori e pensionati. Una prospettiva socialdemocratica radicale che assomigliava moltissimo alle acrobazie del programma di Salonicco con il quale Syriza vinceva le elezioni nel 2014.

Una prospettiva debolissima

Il cambio di linea del PCP si configura quindi come un cambio di tattica politica. L’unità di azione con il Bloco de Esquerda corrisponde alla necessità di avviare una fase di fronte delle sinistre legato al risultato elettorale non esaltante ma, soprattutto, alle difficoltà evidenti del fronte europeista filo padronale. Detto ciò la prospettiva di un governo delle sinistre la cui maggioranza politica era in mano al Partito Socialista rendeva questa ipotesi molto complicata e gravida di incognite. Qualche mese prima si era consumata in Grecia la resa di Syriza che aveva provato a ragionare su un programma di riforme sociali all’interno di una cornice di compatibilità europeista. Prospettiva naufragata nello scontro con la rigidità dei creditori che non avevano ceduto di un millimetro scatenando contro l’esecutivo greco una tempesta che non si è fermata di fronte a nessuna presunta volontà popolare espressa. Quel programma di riforme si è rivelato impossibile da sostenere e la sconfitta di Syriza è una sconfitta soggettiva ma anche una sconfitta oggettiva. Il presunto tradimento di Tsipras (ammesso che si possa usare questa categoria politica) è legato all’impossibilità di immaginare un cambiamento all’interno di una cornice antidemocratica e irriformabile. Eppure, Syriza aveva davanti la possibilità di governare sostanzialmente da sola e non doveva mediare politicamente con nessuno. Le forze anticapitaliste in Portogallo e, al loro interno, le forze anti UE devono sottostare a un gioco politico di alleanze con partiti filo UE (una buona parte del Bloco de Esquerda) o addirittura con partiti che fino a poco tempo prima applicavano e sostenevano le manovre contro i lavoratori (il Partito Socialista). Questa prospettiva appariva quindi disperata e in partenza debolissima. Apriva comunque delle contraddizioni all’interno del sistema europeista già messo in crisi in lunghi tratti della crisi greca, dalla vittoria dell’indipendentismo e della sinistra autonomista in Catalogna, dall’incognita Corbyn e dai successi delle forze di destra sovranista in altri paesi. In tale contesto è intervenuto il colpo di mano orchestrato dal Presidente della Repubblica Cavaco Silva che ha imposto comunque il tentativo di far eleggere un governo di centro destra cercando di convincere i deputati socialisti a sostenere una politica sconfitta nelle urne.

Il colpo di stato soft della UE

La definizione di colpo di stato riferita alle azioni del Presidente portoghese sta facendo il giro negli organi di informazione europei e mondiali. La definizione era già stata usata durante i convulsi giorni della trattativa tra governo greco e creditori all’indomani della vittoria del fronte anti austerity nel referendum di luglio. Se vogliamo provare a dare un senso a questa espressione, si deve parlare di una sorta di colpo di stato permanente orchestrato dai poteri forti della UE da almeno vent’anni a questa parte. L’Unione Europea è dall’inizio un progetto antidemocratico e imperialista che non ha mai esitato di fronte a nessun ostacolo. Per qualche tempo l’opposizione a questo progetto era confinata a poche enclave politiche, la crisi economica degli ultimi anni ha reso evidenti in un ambito molto più allargato che i difetti della UE non sono correggibili. Il tutto condito da una serie di difficoltà oggettive che oramai non vengono neppure più negate.

Basti pensare, per citare solo i più eclatanti esempi recenti, al balbettio sulla questione dei profughi, alla sconfitta in Ucraina dove la UE organizza un colpo di mano che gli viene sottratto dalla NATO e dagli Stati Uniti, alle difficoltà legate allo scacchiere mediorientale in cui l’attivismo russo colpisce gli Stati Uniti e la UE rivelando tutta la debolezza geopolitica europea. La lunga trattativa con Syriza, nonostante la vittoria e il tragico ridimensionamento della sinistra greca, ha squarciato definitivamente un velo per anni negato all’opinione pubblica. Ha messo alla luce le difficoltà che si riscontrano anche all’interno della borghesia europeista divisa al suo interno tra falchi e colombe.

In questo contesto, fatti che si sarebbero archiviati come secondari come la prospettiva antieuro nota come il piano B del quartetto Varoufakis, Lafontaine, Melenchon, Fassina, è in grado di scavare un solco lungo le direttrici di un processo che sembra essere messo in difficoltà anche da falchi come Merkel e Shauble. Questa debolezza oggettiva fa si che la pur debole alternativa che si profilava con il Governo di sinistra in Portogallo era una prospettiva difficile da sostenere. L’azione del Presidente Cavaco Silva si inquadra quindi in un contesto in cui le classi dominanti sono in difficoltà e si difendono con la forza dei loro mezzi. Esplicitando bene le loro intenzioni e dichiarando che non è possibile che una forza antieuropeista e contro i trattati possa interferire con il governo in Portogallo.

Conoscere questa situazione è quindi di primaria importanza. L’estrema difficoltà in cui si dibattono le classi dominanti è una delle condizioni per progettare una rottura rivoluzionaria. Occorre poi che le masse siano disposte a lottare e che sia presente una organizzazione che sia il soggetto attivo nella rivoluzione. Pur con tutti i loro limiti, le organizzazioni della sinistra in Portogallo, in Grecia e nel resto d’Europa aprono per lo meno crepe serie nell’impianto europeista. Su quest’ultimo punto il ritardo italiano è sotto gli occhi di tutti. Più che dar lezioni di teoria e di tattica, il compito che ci troviamo di fronte come comunisti ci pare quello di attrezzarci per poter fornire il nostro contributo organizzato.

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