Seminario: “La ragione populista” di Ernesto Laclau

la-ragione-populistaIntroduzione del seminario a cura di Collettivo Genova City Strike/Noi Saremo Tutto

Partendo dal libro omonimo di Ernesto Laclau ci chiediamo cosa è il populismo, ne analizziamo alcune espressioni storiche (peronismo e partito nuovo di Togliatti) e ne valutiamo limiti e potenzialità.

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Testo di accompagnamento

Introduzione: perché parlare del populismo?

La parola populismo è una delle più usate nel gergo politico dell’ultimo secolo e ha ricevuto, negli ultimi venti anni, un incremento notevole nell’uso comune. Nonostante questo si tratta di un concetto assolutamente generico spesso definito nei modi più disparati. Storicamente nasce in Russia alla fine dell’ottocento con il movimento rurale dei Narodnicky: un movimento contro l’aristocrazia zarista condotto in nome dei valori di una società rurale che tendeva a un confuso socialismo. Negli anni seguenti movimenti a cui viene assegnata tale definizione spuntano in varie zone del mondo tra cui gli Stati Uniti. Spesso, tali origini storiche vengono trascurate e il termine viene usato con notazione spregiativa. Populismo è sinonimo di demagogia, indifferentemente si assegna al termine un valore accostabile a a politiche reazionarie, fasciste o, nel migliore dei casi ingannevoli e confusionarie. Il libro di Laclau ha quindi un merito indubbio: quello di tentare, come primo approccio analitico, di proporre con un minimo di rigore scientifico una definizione del termine. Laclau insiste poi analizzando i vari movimenti politici della Storia che hanno ricevuto tale definizione e si sforza di studiarne opportunità e limiti. Ovviamente, uno dei cuori teorici del discorso dell’autore, è il riemergere della categoria populismo nei momenti di crisi della politica. In questo senso, un chiarimento sul termine non solo ci sembra utile e necessario ma attuale. Oggi vengono indifferentemente chiamati populisti movimenti come il 5 stelle in Italia o Podemos in Spagna. Sono definiti populisti tutti i movimenti euroscettici che emergono in Europa spesso accumunati all’estrema destra. Il termine populista viene assegnato a quasi tutti i governi bolivariani (in particolare modo al governo venezuelano). Con molta più fantasia (o volontà denigratoria) e possibile addirittura trovare la definizione di populista per il Governo Greco di Syriza (almeno nella prima fase di azione quando la resa alla UE non si era ancora manifestata).

Per tutti questi motivi ci sembra quindi opportuno parlarne per cercare di chiarire alcuni concetti di base utili, non tanto alla conoscenza accademica, ma all’azione politica quotidiana.

Parte prima: una difficile definizione

Tralasciamo per semplicità l’analisi del populismo russo limitandoci comunque a ricordare che da quella fucina di intellettuali della seconda metà dell’ottocento nasceranno “Volontà del popolo”, il movimento social rivoluzionario e il menscevismo che poi confluiranno nel partito socialdemocratico russo. La natura legata alla composizione di classe dei contadini è sicuramente uno dei cardini di quel primo movimento populista ufficialmente denominato tale ma, più che una scelta politica, questo dato è banalmente legato alla composizione di classe della Russia feudale e poi zarista. La variazione nella composizione di classe nella Russia ai primi del novecento fu poi alla base della nascita e dell’ascesa del bolscevismo che criticò duramente ideologia e metodi del populismo. Per inciso, proprio l’asprezza e l’importanza di quel dibattito teorico è ancora oggi al centro delle critiche comuniste al populismo tout court, trasportando quel dibattito specifico in un dibattito generale.

La definizione di populismo che dà Laclau è invece una definizione strettamente analitica che risulta dall’analisi comparata delle varie espressioni populiste da quel momento in poi.

La definizione di populismo deriva quindi per Laclau dall’emergere (in seno al popolo e non necessariamente in seno a una classe) di una serie di domande equivalenziali che, per eterogeneità, non risultano essere accumulabili in un discorso politico generale. Ciò che le rende equivalenti non è quindi il fatto di essere espressione degli interessi di una classe ma di essere sintomo di una assenza di risposte da parte dei governi. Ciò che determina l’equivalenza è quindi una mancanza di risposte, una assenza di ascolto. Poco importa quale sia il motivo di questa mancata risposta (un regime particolarmente corrotto o legato a una minoranza, oppure una situazione generale di crisi politica o economica), il nucleo dell’emergere di queste domande equivalenziali sta proprio nell’assenza di risposta. Ovviamente questa è la condizione preliminare di una crisi di legittimità delle elite al potere. La seconda condizione è il saldarsi di queste domande eterogenee in domande democratiche: cioè la capacità egemonica di trasferire il nucleo di una serie di rivendicazioni eterogenee e rappresentanti diversi interessi in una domanda comune che, pur non eliminando le specifità delle diverse richieste le saldi in una costruzione politica alternativa. Questa costruzione egemonica (ritorneremo in seguito sul termine gramsciano) è in grado di costruire politicamente un popolo che per esistere ha bisogno, almeno nella fase rivoluzionaria, di un nemico, di un popolo contrapposto. Questa costruzione di un popolo in contrapposizione a un altro crea parecchie contraddizioni intrinseche e quindi per forza di cose ha bisogno di materializzarsi. In altri termini ciò che unisce le domande e le richieste diffuse è qualcosa che non c’è, una mancanza. La domanda democratica che fonda il popolo in lotta non può essere quindi definita a priori perché di sua natura è immateriale. Questa contraddizione può essere risolta in molti modi, attraverso il ricorso a figure mitiche o attraverso l’incarnazione in un leader carismatico.

Parte seconda: domande equivalenziali e domande democratiche. Introduzione del concetto egemonia nella fondazione di una logica politica

Siamo ancora nella fase della costruzione del popolo come ragione politica. Cioè siamo nella fase di costruzione di una lotta che dovrà poi contrapporre due popoli incompatibili. Questa è la prima fase, poi ci sarà la seconda, ancora più problematica, quella del popolo al governo dove non potranno non emergere contraddizioni ma la tratteremo in seguito. Per il momento rimaniamo sulla costruzione di un popolo a cui concorrono le tre fasi sopra descritte.

Le domande eterogenee hanno una loro equivalenza nell’assenza di risposte. I buoni governi le risposte le trovano nelle mediazioni che sono possibili se la qualità tecnica del governo è elevata o se le condizioni generali del sistema lo permettono. E evidente che vi sono fasi nella Storia in cui le mediazioni diventano difficili se non impossibili (per inciso Laclau trova nel capitalismo globalizzato il sistema di relazione tipico della nostra fase storica che non permette mediazione) e qui si creano le condizioni di partenza per il primo tassello della costruzione populista. Queste domande non sono per forza eterogenee e possono riguardare tranquillamente un popolo che possiamo definire classe. Qui Laclau si allontana un bel po’ dalla versione marxista classica in quanto ammette che le domande dipendono parecchio dalla diversa composizione di classe che, di volta in volta e di periodo in periodo le fa emergere. Ad esempio, negli anni 70 in Italia esistevano diffuse concentrazioni operaie che facevano emergere domande eterogenee la cui saldatura era comunque semplice perché riferibili a condizioni precise di una classe. La deindustrializzazione cambia la composizione di classe e le domande che prima si riferivano a condizioni concretamente simili ora divergono. In questo caso si parla di popolo la cui costruzione in termini di allargamento della classe operaia è comunque possibile ma attinge di più alla sfera del simbolico. In questo caso la trasformazione delle domande equivalenti in domanda politica diviene possibile anche attraverso la fondazione della domanda democratica generale del rispetto delle classi meno abbienti. Questa generalizzazione di una serie di richieste eterogenee in quel tipo specifico di domanda democratica dipende quindi fondamentalmente dall’intervento politico egemonico che si è in grado di inserire. Detto in altri termini la richiesta di lavoro può divenire richiesta di una preferenza nazionale rispetto agli immigrati come può divenire concretamente una richiesta di spostare risorse da speculazioni a lavori concreti sottraendole a banche o a padroni. In questo senso le domande eterogenee possono portare a diverse formulazioni di domande democratiche. E la nascita del popolo può seguire strade divergenti. L’egemonia sulla costruzione di un popolo diventa quindi uno degli elementi fondamentali. Questo per Laclau lascia aperte comunque parecchie ambiguità perché la domanda democratica che emerge dalle domande inevase non può, pena la frattura del popolo, allontanarsi troppo dalle domande singole. Non occorre quindi tirar troppo la coperta ideologica in quanto potrebbe spezzare l’unità popolare. Da qui deriva che una delle caratteristiche fondamentali di ogni progetto populista sta nell’ambiguità di fondo che deve permanere nella domanda democratica. Per Laclau, questa ambiguità è insita nel discorso populista fino a diventarne da un lato la forza, dall’altro il limite di base.

Parte terza: esperienze storiche del populismo: Peron, Togliatti

Se diciamo populismo, nella vulgata comune, viene in mente il peronismo in tutte le sue varianti. Su quell’ipotesi storica Laclau dice molto anche per esperienza diretta di argentino militante per parecchi anni in “Lucha Obrera”, uno dei tanti gruppi della sinistra argentina più o meno identificabile con la sinistra peronista. Analizzare il peronismo è perciò automatico anche perché l’esperienza specifica di quell’ipotesi politica ha attraversato più di 50 anni e ci permette di capire potenzialità e limiti del populismo. Per Laclau la saga vera del peronismo inizia con la prima defenestrazione di Peron che avviene a metà degli anni 50. I governi successivi al primo governo peronista mandano in esilio Peron e attuano una serie di riforme neo capitaliste cercando però di recuperare l’ambito di sostegno al peronismo in ambito sindacale. Più che contrapporsi al peronismo, i governi degli anni sessanta si contrappongono a Peron costretto al silenzio ufficiale dai governi in cui è in esilio. Il movimento peronista, il cui unico collante era una sorte di antimperialismo né di destra né di sinistra si divide tra coloro che collaborano con il nuovo regime e coloro che vi si oppongono frontalmente. Peron dall’esilio non sceglie nessuna delle due strade e comunica attraverso messaggi segreti che, essendo filtrati dalle varie anime legali del peronismo, rappresentavano spesso ipotesi politiche contrapposte. L’unico collante delle due anime era incarnato nella figura del leader in esilio. Le domande differenziate del peronismo interno trovavano quindi una saldatura democratica nella figura di un leader il cui messaggio era (in parte volutamente) ambiguo. A metà degli anni 60 Peron capisce che per ottenere il ritorno al potere è necessaria una rottura con la parte collaborativa costituita soprattutto da alcuni sindacati integrati nel nuovo regime; per ottenerla salda i rapporti con la sinistra rivoluzionaria che metterà a segno alcune azioni militari che causeranno l’irrigidimento del regime argentino con una prima fase dittatoriale. Tutto questo fino alla vittoria successiva del peronismo e il ritorno di Peron. La seconda fase del governo peronista si scontrerà comunque con le ambiguità sapientemente coltivate dal leader che avrà difficoltà notevoli nella mediazione tra la sinistra rivoluzionaria e la reazione di destra che agivano entrambe sotto le bandiere del peronismo. Questa ambiguità populista paralizzerà l’azione governativa che perderà il leader dopo la sua morte e, avendo perso l’unico collante politico, sarà travolta dalla sanguinaria dittatura degli anni 70.

Si tratta a ben vedere di una vicenda assolutamente paradigmatica. Laclau racconta, anche divertito, di una lettera segreta che Peron inviò a Lucha Obrera in cui descriveva il proprio processo come rivoluzionario citando le tre fasi della rivoluzione: la fase della preparazione ideologica (Lenin), la fase della lotta militare (Trotzky), e la fase dell’istituzionalizzazione (Stalin). Il progetto di Peron seguì in modo assolutamente diverso dall’originale le prime due fasi e fallì totalmente l’istituzionalizzazione. Ciò è legato a tanti fattori tra cui l’ambiguità ideologica di tutto il progetto che, per stare in piedi, aveva bisogno di non rompere mai la catena che univa richieste totalmente differenti che avevano nell’elemento equivalenziale solo la sua figura di leader. Le ambiguità del peronismo continueranno poi fino ai giorni nostri in cui usciranno da quella fucina storica l’ultraliberismo di Menem e il progressismo dei Kirchner padre e figlia.

Meno paradigmatica e più spuria ma comunque di grande interesse per comprendere le diverse strade del populismo è l’analisi del “Partito Nuovo” di Togliatti e dell’intero Partito Comunista del dopoguerra. Qui la figura centrale è la traduzione del dettato di Gramsci fatta propria da un partito che si chiama comunista. La denominazione originale è importante perché il progetto populista parte già con un livello egemonico di partenza. Qui si tratta di volgere l’egemonia gramsciana trasformandola da egemonia della classe operaia a egemonia del popolo. Il tutto nasce da una analisi della società italiana divisa tra un nord dove era possibile pensare a una classica egemonia della classe operaia e un sud arretrato, in parte contadino e in parte legato a fenomeni di sottosviluppo, clientelismo e malavita. Si tratta quindi di allargare la platea del popolo e di introdurre l’egemonia operaia a una composizione di classe che operaia non è. In questo senso il significante democratico non va inventato ma è già presente: l’allargamento del termine e del significato di classe operaia che smette di essere semplicemente un significante economico per diventare un significante politico. Il PCI quindi comincia ad allargare la propria platea rivendicativa: non solo lotte per il salario e i diritti dei lavoratori, non solo lotte per l’esproprio delle terre ai contadini ma lotte contro la corruzione (la questione morale molto prima di Berlinguer), contro l’aumento delle tasse (sic!) etc..Di volta in volta il significante unico di ipotesi e rivendicazioni così differenti si sposta avendo l’accortezza di mantenere inalterata l’egemonia comunista. Il referente che ritorna diventa quello dell’antifascismo utilizzato in maniera allargata e visto come religione dello Stato. Il processo si infrange negli anni 80 quando la variazione nella composizione di classe rende molto più complicato trovare nuovi referenti unitari a richieste troppo differenziate. Mani pulite spazzerà via quindi una intera stagione politica facendo emergere altri tentativi di costruzioni popolari da Forza Italia alla Lega fino al moderno tentativo del movimento 5 stelle.

Parte quarta: la tendenza all’eterogeneità delle domande ai tempi del capitalismo globalizzato

Abbiamo accennato precedentemente al capitalismo globalizzato che, prende piede dopo gli anni 70 ma arriva a dispiegare tutta la sua forza dopo il crollo sovietico dell’ottanove. Per Laclau, le contraddizioni di questo sistema di accumulazione (la versione neoliberista del capitalismo) sono l’alimento per il proliferare dei populismi di nuovo conio. Secondo la categoria populista, anche il sistema di dominio neoliberista è il risultato di una saldatura tra interessi equivalenti di una serie di settori delle classi dominanti che trovano la quadra in una domanda generale in grado di determinarne la natura politica. Il meccanismo della creazione politica di un popolo agisce quindi anche in questo caso saldando interessi divergenti in una politica di dominio comune. Questo popolo potrà essere sconfitto solo da un altro popolo che gli si scagli contro attraverso un meccanismo di identificazione simile. E’ facile quindo comprendere come ci sia la consapevolezza che il nuovo sistema di dominio abbia mescolato le carte creando una differenziazione di interessi che non trovano più una precisa corrispondenza di classe ma devono lavorare per saldarsi attraverso la creazione di nuovi meccanismi aggregativi

Parte quinta: i limiti del populismo

La prima questione che emerge con evidenza è la sostituzione del concetto di classe con il concetto di popolo. Questo è ammesso da Laclau il quale non ha remore nel dichiarare il distacco progressivo del suo pensiero da un marxismo che, con tutte le virgolette del caso, potremmo definire ortodosso (almeno in riferimento all’ortodossia della seconda internazionale). Questo è, paradossalmente, affermato in polemica con Slavoj Zizek il quale è reo di aver criticato Laclau ricordandogli che esiste nella società una contraddizione di ultima istanza che è quella tra il capitale e il lavoro che sovradeterminerebbe tutte le altre. La discussione filosofica e psicoanalitica tra Laclau e Zizek la tralasciamo per ovvi motivi ma ci soffermiamo sul cuore della discussione. Laclau non nega la predominanza del conflitto capitale lavoro sulle altre contraddizioni che finiscono nel calderone del multiculturalismo ma ritiene comunque che le altre contraddizioni debbano essere al centro nella creazione politica del popolo. Inoltre, la critica di sinistra di Zizek va oltre sostenendo che sarebbe implicito nel discorso populista un gradualismo riformista che impedirebbe l’istituzionalizzazione del processo rivoluzionario e l’effetto domino a livello globale. Il problema ci sembra sensato in quanto all’interno dei tentativi populisti l’istituzionalizzazione o non è mai riuscita o ha creato strutture burocratiche autosufficienti e bel lontane dall’ideale rivoluzionario da cui erano in parte nate. Gli esempi si sprecano (e in parte sono correttamente e diffusamente analizzate nel libro) dal kemalismo turco alla disintegrazione della Jugoslavia di Tito. Tutte le spiegazioni dei fallimenti politici sono possibili, rimane il fatto che l’eterogeneità di partenza e la necessità di mantenere il significante politico continuamente in tensione con le differenze di partenza rende difficile pensare a come l’egemonia possa portare alla diffusione del socialismo senza un confronto vero, prima o poi, con il cuore del sistema di dominio. Potremo anche sbizzarrirci ragionando sulle difficoltà incontrate dal PCI di Togliatti nel suo cammino e immaginare come le intuizioni del Partito Nuovo hanno avuto come sbocco politico la nascita dei vari partiti eredi fino all’odierno PD oppure seguire le odierne difficoltà politiche delle giunte del movimento 5 stelle. Rimane il fatto che il populismo sembra rimanere schiavo dei propri limiti intrinseci che prima o poi emergono. La questione America Latina con le difficoltà del processo bolivariano in questo senso sembrano insegnarci qualcosa?

La seconda questione che Laclau affronta è la sovrapposizione possibile tra il proprio concetto di popolo e le moltitudini di Negri e Hardt. Effettivamente questa sovrapposizione ha qualche senso (lo ammette lo stesso Laclau) ed è evidente nella confusione teorica nelle analisi su Podemos visto di volta in volta come realizzatore di un populismo alla Laclau o come epigono del postoperaismo negriano. Per Laclau è evidente la sovrapposizione ma è risoluto nel mettere in evidenza la differenza sostanziale tra chi ritiene conclamata la lotta antagonista tra un Impero e la moltitudine in lotta che non può che finire con la vittoria di quest’ultima attraverso la generalizzazione di lotte spontanee e chi, come l’autore, pensa che occorra comunque una azione politica coordinata in grado di praticare una rottura rivoluzionaria che è sempre un atto politico e non un meccanicismo legato alle contraddizioni del sistema. In questo senso Laclau si allontenerà pure da alcune interpretazioni di Marx ma sembra comunque molto vicino al Marx del 18 Brumaio e non dimentica affatto Lenin.

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