Piccoli semi possono aspirare a diventare una grande foresta

Red-Cavalry-Kazimir-Malevich-1928-32Contributo scritto al seminario “Riprendiamoci il futuro” tenuto a Milano il 4 febbraio. Ringraziamo i compagni di Fronte Popolare per l’invito e gli altri presenti (Patria Socialista, (R)evoluzione, PRCF, Partito Comunista Svizzera, Fronte Democratico Nazionale delle Filippine, Rete dei Comunisti) con cui abbiamo avuto il privilegio di discutere

Alcuni cenni sul chi siamo oggi

Il Collettivo Comunista GCS (Genova City Strike) nasce quattro anni fa dall’iniziativa di alcuni compagni e compagne comunisti/e della nostra città provenienti da diverse esperienze partitiche ma soprattutto di movimento. La nostra formazione, fin dall’inizio, non ha voluto assumere i caratteri dell’organizzazione vera e propria, scelta condivisa anche durante la creazione di una rete nazionale con altri compagni (la rete nazionale Noi Saremo Tutto). L’obiettivo era infatti quello di creare forme di unità e di organizzazione in una fase transitoria dove non ci sembrava possibile praticare l’autosufficienza. Non ci sembrava sensato allora e non ci sembra sensato neppure oggi, a maggior ragione, creare l’ennesima organizzazione comunista in concorrenza con le altre già presenti o in formazione. Abbiamo quindi da subito lavorato per l’unità delle forze di classe senza settarismi o preclusioni convinti della necessità di cooperare con altri alla ricostruzione di una organizzazione di classe in Italia. La pratica della non autosufficienza derivava da una analisi della situazione politica che stavamo vivendo e che, ancora oggi, è in gran parte sotto i nostri occhi. La balcanizzazione della sinistra cosiddetta radicale e antagonista con la creazione di una serie di micro partiti e organizzazioni, il rifluire dei movimenti di lotta e in alcuni casi la loro scomparsa dall’agire politico ci consegnano una situazione molto complicata in cui la battaglia per una ricomposizione ci è sempre sembrata più utile rispetto al rafforzamento organizzativo interno che comunque abbiamo cercato di praticare. Siamo ovviamente consapevoli del fatto che la nostra storia sta all’interno del movimento comunista internazionale del secolo che ci ha preceduto e che rivendichiamo come nostra in modo dialettico ma senza abiure di sorta. Sappiamo anche che la creazione di frazioni nel movimento di classe ha avuto in passato un effetto positivo e rivoluzionario. Detto ciò riteniamo comunque che la storia ci fornisca insegnamenti dialettici e non meccanici. In questa fase non abbiamo mai creduto che fosse sensato ripetere meccanicamente gli insegnamenti del passato cercando di imporre il nostro modello agli altri e che fosse invece necessario agire per una ricomposizione politica delle forze di classe.

Ripetendo lo slogan caro a un nostro compagno più che fare quel che ha fatto Lenin abbiamo ragionato sul fare come Lenin. O, per dirla citando Lukacs, abbiamo pensato che l’ortodossia marxista sta tutta nel metodo scelto per fare azione politica e non tanto nel ripetere azioni concepite in altri contesti e in altre situazioni.

Coerenti con questo principio è evidente che come Collettivo GCS ci consideriamo pronti a partecipare alla creazione di una forza di classe più ampia, che abbia una maggiore forza e capacità analitica. Il restare legati alla nostra esperienza particolare non ci interessa e la nostra azione autonoma ha un senso solo come seme di una ricomposizione di cui noi vogliamo essere una parte che diviene più grande.

Alcuni cenni sull’analisi di fase

In questo testo non ci soffermiamo, ovviamente, su un’analisi generale un po’ per mancanza di tempo e un po’ perché condividiamo in gran parte l’analisi presente nei testi proposti per il seminario. In testi precedenti ci siamo soffermati soprattutto sullo studio delle nuove forme della composizione di classe in Italia, oggi molto diversa dal passato anche recente(1). Riprendiamo solo un attimo questo punto in quanto l’esperienza ci è servita per comprendere che la situazione italiana è particolarmente complessa anche in relazione alle diversità geografiche. In alcune città, come la nostra, la deindustrializzazione e il passaggio a una economia dei servizi ha variato notevolmente la composizione di classe ma permane ancora una forte componente di lavoro salariato classico. Questa componente è sicuramente meno imponente che in passato ma mantiene ancora una forza simbolica e non residuale. Le lotte principali nella nostra città sono infatti le lotte contro la privatizzazione dei servizi e per il mantenimento di una presenza industriale qualificata. Nella nostra esperienza questa situazione è molto diversa da quella che si registra in altre città dove le lotte fanno i conti con una composizione sociale nettamente diversa. Non che questo sia un inedito nella situazione italiana dove nell’ultimo secolo le organizzazioni di classe hanno dovuto fare i conti con un differente grado di sviluppo nelle diverse aree dello Stato ma oggi, la situazione è ancora più confusa e le diversità appaiono diffuse in maniera più estesa. Questo rende difficile il lavoro necessario di omogeneizzazione delle lotte, rende necessaria una maggiore flessibilità tattica pur mantenendo una necessaria linea comune strategica. Fare i conti con queste difficoltà non è affatto semplice: il risultato più probabile è lo sviluppo di organizzazioni territoriali che agiscono in autonomia rischiando così di mancare l’obiettivo di omogeneizzare una linea politica nazionale.

In realtà sappiamo che ciò che accade in un singolo contesto geografico è spesso frutto di decisioni prese altrove e quindi appare strettamente indispensabile una lotta complessiva in grado di interagire con questi poteri (spesso sovranazionali), lottare contro di essi e non limitarsi quindi a un livello di pura propaganda. Come riuscirci senza creare una organizzazione nazionale è difficile da immaginare anche solo a livello teorico e nella pratica di tutti i giorni ci si scontra inevitabilmente con queste difficoltà.

Con l’analisi di fase generale ci fermiamo qua, sappiamo che sono necessarie altre e approfondite discussioni sul quadro geopolitico in movimento incessante, sulla tendenza alla guerra più o meno latente legata alla crisi sistemica, sulle novità istituzionali legate all’elezione della nuova amministrazione statunitense o alle contorsioni dell’Unione Europea. Su molti di questi argomenti occorre un confronto che non sia semplicemente un confronto di idee tra diverse e distinte organizzazioni ma che sia sempre di più un confronto interno che porti a sintesi e unità di azione.

Ci soffermiamo invece su alcuni degli ultimi sviluppi della fase con particolare riferimento al quadro italiano perché ci consentono da un lato di semplificare la discussione e dall’altro di avere riscontri effettivi sul tipo di azione che dobbiamo mettere in campo. Ci sembra quindi sensato partire da un fatto recente e concreto: il referendum costituzionale del 4 dicembre.

Rendere il no (sociale) un no costituente

Questa parola d’ordine riecheggia nel dibattito a sinistra nel post referendum. Spesso a sproposito e spesso come tentativo di riaffermare una unità della sinistra di alternativa in forme che non appaiono così diverse da quelle che abbiamo conosciuto negli ultimi anni. Ovviamente, se si tratta di far rinascere dalle ceneri la sinistra del centrosinistra non solo non ci interessa ma pensiamo che occorra combattere questa tendenza come inutile e dannosa. Nel suo libro recente “La variante populista”(2), Carlo Formenti riprende in mano, nella prima parte del libro, la critica alle sinistre socialdemocratiche e radicali che già erano al centro del discorso nel suo lavoro precedente “Utopie letali”(3). Sposiamo in pieno il discorso di Formenti ma alla critica delle ex socialdemocrazie passate armi e bagagli nel campo del liberismo e delle teorie post operaiste aggiungiamo la critica serrata alle varie sinistre radicali degli ultimi vent’anni che derivano dall’originario ceppo del Partito della Rifondazione Comunista. Qui non si tratta di ragionare in termini settari o di tradimento ma di rendersi conto che è finito un mondo e che le sinistre radicali tutte (aggiungendo anche una parte autocritica personale e doverosa) sono corresponsabili dello stato comatoso in cui attualmente versa il movimento di classe. Oggi è la stessa parola sinistra a essere inutilizzabile e chiunque, come noi, si sia impegnato nel referendum costituzionale lo ha toccato con mano molto di più e molto più intensamente che durante le lotte quotidiane in altre fasi.

Non si tratta ovviamente di discutere delle tattiche scellerate che quella sinistra ha messo in campo in questi anni (i vari gradi di autonomia mancata o di totale collateralità al sistema di potere targato PD) ma della sostanziale assenza di strategia e della assoluta incapacità di leggere la fase politica. Potremo condensare la critica scrivendo che quella sinistra ha pensato (a volte teorizzandolo direttamente, a volte semplicemente per convenienze personali e scarso valore politico) che il conflitto tra capitale e lavoro fosse scomparso dall’orizzonte della società e sostanzialmente sostituito da altri conflitti (di cittadinanza o di genere) che con il conflitto originale non avevano nessun punto di contatto. Qui non si tratta affatto di sposare tesi reazionarie o razziste magari partendo da confuse citazioni fuori contesto dei teorici del marxismo o di partire con una crociata contro i diritti civili e di cittadinanza ma di porre con evidenza il fatto che una sinistra che si occupa di temi civili in maniera esclusiva e contemporaneamente accompagna la distruzione dei diritti dei lavoratori non ha nulla a che fare con la nostra storia e non deve avere nulla a che fare con il nostro futuro. Tutto questo si è tradotto nella battaglia referendaria in un atteggiamento elitista in cui il problema diventava l’equilibrio dei poteri o la corrispondenza costituzionale dei vari commi e regolamenti proposti dal governo Renzi. Non che queste discussioni non fossero utili o sensate (i comunisti si sono sempre posti il problema della democrazia liberale e della conquista di spazi di manovra anche in quella cornice) ma il problema vero stava altrove e risiedeva negli scopi che si prefiggeva quel tentativo neo autoritario, nei mandanti di quell’operazione politica (il sistema padronale e finanziario, i poteri dell’UE) e negli effetti concreti che ne sarebbero scaturiti contro ogni movimento di classe. Il no sociale ha avuto quindi buon gioco nello smascherare l’ipocrisia di chi continuava a parlare della Costituzione Italiana come un feticcio quando in realtà il desiderio dei Costituenti era già stato ampiamente disatteso negli anni precedenti nelle azioni pratiche di governo e l’intero impianto della Costituzione era già stato travolto con l’introduzione del pareggio di bilancio inserito all’unanimità durante il Governo Monti.

A poco a poco il no sociale ha cominciato a farsi strada nei ragionamenti coinvolgendo in questa lotta anche i settori che avevano cominciato in modo diverso la battaglia referendaria. In questo senso si spiegano il successo dello sciopero generale del sindacalismo di base (USB e SiCobas) e della manifestazione successiva. Il no diventava quindi una questione che toccava la materialità dei rapporti sociali di sfruttamento e che, per la prima volta dopo anni, riusciva a far sì che la sinistra di classe riuscisse nuovamente a far sentire la propria voce a livello di massa e riuscisse a sconfiggere il fuoco propagandistico del governo, dei media unificati e dei poteri economici e finanziari.

Con quelle parole d’ordine che toccavano direttamente le corde e le aspettative delle classi popolari la propaganda di fuoco per il sì si è rivelata un boomerang portando alle urne un popolo che in passato si asteneva perché non rappresentato da un dibattito politico falso e surreale.

Questo fatto, già evidente durante la campagna referendaria è stato ampiamente confermato nelle analisi post voto. Ci riferiamo ovviamente all’analisi elettorale legata al voto per classi sociali, per provenienze geografiche e di età che hanno dimostrato con limpidezza che le nostre parole d’ordine hanno creato egemonia in un campo largo della popolazione contendendola da un lato alle forze di destra e dall’altro all’egemonia del movimento cinque stelle. Per quel che vale ci soffermiamo sui dati di Genova che indicano, facendo ovviamente attenzione al fatto che stiamo parlando di sondaggi e valutazioni da prendere con le molle, come il voto al no abbia stravinto non solo tra i quartieri popolari e tra i giovani ma soprattutto tra coloro che in questi anni non avevano votato e non si riconoscono né nella destra né nella sinistra ufficiale più o meno autonoma dal PD.

Ovviamente, gli insegnamenti che ne ricaviamo vanno oltre. E’ evidente che tutto questo è stato possibile non soltanto perché una reale e accurata lettura della fase ci ha portato a trovare le parole d’ordine corrette ma anche perché l’unità che abbiamo raggiunto sul campo ci ha permesso quel livello di forza tale da creare una massa di consenso in una battaglia nazionale riconoscibile ed estesa. Una battaglia che ha avuto quindi la possibilità di andare oltre quel livello minimo di testimonianza che normalmente riusciamo a produrre e di confrontarci direttamente con quei poteri che tutti i giorni influenzano e maltrattano la vita dei lavoratori privandoli ogni giorno di tutele, diritti e forza.

Quindi non solo accuratezza dell’analisi e corrette parole d’ordine ma necessità di creare organizzazione estesa per raggiungere quella massa critica necessaria al confronto con chi detiene potere economico, politico e mediatico. In questo senso, ripartire dal no sociale ci pare un’ipotesi corretta se tiene conto di questi fattori e non semplicemente come mezzo per vincere una singola battaglia per poi magari giocarsela stupidamente in alleanze elettorali fini a se stesse.

Tattica contingente e strategia a medio termine

Ragionare in termini politici per il presente e per il futuro vuol dire anche analizzare la cultura in cui siamo immersi. E’ facilmente comprensibile il discorso secondo il quale la versione del capitalismo in cui stiamo vivendo (nella sua versione ultra liberista ma ci pare più corretto definirla ordoliberista) è tale da permeare anche gli aspetti più periferici della cultura e del nostro modo di pensare(4). Anche qua, a ben vedere, non c’è nulla di nuovo: basta un bignami delle opere di Marx o di Lukacs per capire che è sempre stato così, nonostante l’alternarsi di diversi gradi di dominio del capitale sulla cultura e sulle menti. Dalla metà del secolo scorso si fa inoltre un gran parlare della cultura post moderna intesa in senso largo non riferibile esclusivamente all’architettura, alla letteratura o al cinema. L’analisi della cultura post moderna dal punto di vista politico è stata già affrontata da autori molto importanti e in altre sedi (5),(6). Qui ci preme sottolineare che se tale cultura parla di noi, parla di una nostra sconfitta e delle difficoltà di comprensione legate allo sviluppo novecentesco del movimento di emancipazione dei lavoratori che chiamiamo socialismo.

Ovviamente non possiamo approfondire oltre ma occorre comunque tenere conto che la cultura in cui siamo immersi diviene un dato di realtà in cui, volenti o nolenti, ci tocca agire.

Le ricadute sull’azione politica le vediamo tutti i giorni e possono essere sintetizzate in una tendenza generale ai percorsi di breve respiro in contrapposizione alla necessità di una narrazione coerente della storia e di un fine coerente nell’agire politico. In termini molto più brutali e terreni, in una prevalenza degli elementi tattici nell’azione politica rispetto agli elementi strategici.

Ripetiamo: questa situazione può anche non piacerci ma è un fatto dal quale non si può prescindere.

Per capirci meglio banalizziamo ulteriormente il discorso basandoci su ciò che succede da parecchio tempo a questa parte nei partiti politici e nelle strutture organizzate in Italia.

Da un po’ di tempo infatti i giornali della borghesia gongolano sottolineando come i partiti (in particolare quelli della sinistra ma il fenomeno è generale) siano in crisi di militanza, vi sia il crollo verticale degli iscritti e dei militanti etc…Questo fa sì che i residui provenienti in qualche modo dalla tradizione del movimento operaio italiano siano oramai ridotti a mere coalizioni di scopo elettoralistico che si riattivano (quando succede) solo nelle scadenze elettorali.

E’ ovviamente un problema molto più complesso che attiene anche a ciò che viene definito il boom dell’associazionismo di scopo (volontariato ma non solo). Parte della militanza politica generale si è riversata in quegli ambiti dove la ristrettezza degli obiettivi da raggiungere è considerato come un modo per non accumulare sconfitte nei confronti di un nemico che a livello generale sembra inscalfibile. In condizioni normali, nella vulgata generale, questo non viene considerato un problema. In condizioni di crisi emerge invece da più parti la consapevolezza che ogni battaglia parziale abbia bisogno di un quadro generale a cui fare riferimento e, l’accumularsi di sconfitte o di arretramenti anche nelle battaglie specifiche, fa aumentare la consapevolezza che il problema stia non tanto nella questione in se ma nel quadro generale delle relazioni sociali che caratterizzano la fase politica.

Da un altro punto di vista si può dire che viene spontaneo ai più rifugiarsi nella tattica del momento e nel ridimensionamento degli obiettivi salvo poi capire in qualche modo (che in questa fase non può che essere confuso) che senza una strategia a medio termine ogni tattica rischia di essere inutile. Su questo vale la pena soffermarsi perché attiene al problema che ci troviamo qui ad affrontare: la ricostruzione di una organizzazione di classe in Italia che recuperi la strategia a lungo termine che le compete e cioè la rivoluzione socialista.

Il problema è quindi complesso e l’unico modo che ci pare sensato per districarcene ci pare il metodo dialettico. In soldoni se la cultura generale sembra abolire il pensiero strategico per un pensiero di tipo tattico noi non possiamo fare finta di niente. Ciò significa che occorre non rifugiarsi nei giardini dorati del pensiero strategico immaginando che ritornerà in auge ma neppure dimenticarsi che ogni tattica contingente ha bisogno di avere una strategia a breve, medio e lungo termine.

In tal senso va letta anche tutta la questione del populismo come nuovo ambito della lotta di classe ai nostri tempi. Il libro di Carlo Formenti, in tal senso, offre diversi spunti soprattutto per capire la realtà che ci sta di fronte esattamente come li offre lo studio delle opere sul tema di Ernesto Laclau (7) che, per lungo tempo, sono state sottovalutate e considerate eresie lontane dal pensiero dei comunisti. Ovviamente il discorso è ampio anche perché occorre comprendere bene anche i limiti del populismo come categoria politica. Limiti che sono ben presenti anche nell’analisi di questi autori. Si tratta anche di dare risposte a un quesito che è già stato posto: è possibile un populismo di sinistra? Ammesso che lo sia, è possibile addirittura immaginare un populismo di classe?

Secondo le definizioni correnti la seconda opzione presenta caratteri che sfiorano l’ossimoro. Se la risposta populista è una risposta generica in grado di unire una serie di rivendicazioni divergenti attinenti alla dicotomia alto-basso e non tra lavoratori e sfruttatori allora dobbiamo ammettere che una prospettiva di quel tipo può essere solo una risposta tattica dove far vivere il pensiero di classe che dovrà ispirare la strategia in tempi più lunghi. Ciò significa, alla fine, la ricostruzione nel medio termine di una organizzazione rivoluzionaria come strumento per favorire quella lotta tra le classi che non si esaurirà mai senza la sconfitta finale del capitalismo e del suo sistema di sfruttamento.

Conclusioni

Trarre le conclusioni del nostro intervento significa quindi, in parte, ribadire le ragioni di un gruppo piccolo ma agguerrito che sta provando a esplorare le modalità con le quali ricostruire un pensiero di classe nel luogo in cui ci troviamo ad agire. Rivendichiamo anche il nostro procedere sperimentando le pratiche che ci sembrano più sensate. C’è un tutto questo, occorre ammetterlo, anche una buona dose di empirismo. Il pensiero dialettico che ci è stato insegnato è la guida ma, per natura, non permette di essere certi delle pratiche che si mettono in campo. Occorre quindi agire in base a un ragionamento preciso convinti anche del fatto che ogni passo può essere un errore che richiede ogni volta le necessarie verifiche e autocritiche.

Non crediamo che esistano ricette buone a prescindere. La realtà che abbiamo di fronte è complicata e in continuo mutamento. Non possiamo semplicemente cavarcela con le ricette del passato ma intendiamo comunque fornire nel nostro piccolo un contributo anche parlando in tutta sincerità delle nostre debolezze e delle nostre inadeguatezze.

Siamo comunque convinti della necessità che in questa fase è assolutamente necessario compiere passi rapidi verso una maggiore unità anche organizzativa. In questo senso partecipiamo attivamente alla creazione di piattaforme come Eurostop, cerchiamo il confronto e l’unità di intenti con le organizzazioni a noi affini dal punto di vista politico e siamo assolutamente convinti che seminari come quello che avete organizzato siano utili se saranno passi verso quella riunificazione che non solo è necessaria per tutti i motivi che abbiamo cercato di esprimere ma diventa ogni giorno di più un elemento indispensabile non tanto per noi quanto per le classi sociali che hanno bisogno urgente di una forza comunista coerente e degna del nome che porta.

Note e riferimenti:

1) Libro Collettivo “Noi Saremo Tutto” Editore Gwynplaine 2012

2) Carlo Formenti “La variante populista” Derive Approdi 2016

3) Carlo Formenti “Utopie Letali” Jaca Book 2013

4) Sulle questioni dell’ordoliberalismo, pur all’interno di una cornice teorica e di proposta per noi non condivisibili, rimandiamo ai testi di Dardot e Laval tra cui il recente “Guerra alla democrazia” Derive Approdi 2016

5) Ci riferiamo in particolare modo al testo di David Harvey “La crisi della modernità” Il Saggiatore 2010

6) Sugli stessi argomenti consigliamo anche “Democrazia Cercasi” di Stefano Azzarà Imprimatur 2014

7) Il libro riferimento sul tema del populismo è “La ragione populista” di Ernesto Laclau Laterza ultima edizione 2008

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