La morte di un revisionista. Ovvero: dietro ogni scemo c’è un villaggio

Quando uscì il “Sangue dei vinti” tutti ne parlavano. Giampaolo Pansa imperversava ogni secondo su giornali, talk show e similia. Poi è diventato ripetitivo. Ma i danni li aveva già fatti.

Nella storia, così come nella cronaca più becera (è di questa seconda cosa che parliamo, ma è sostanzialmente l’unica cosa di cui si parla in politica da almeno trent’anni), agiscono elementi soggettivi che hanno però bisogno, per esprimersi appieno, di situazioni che, oggettivamente, lo permettano. Il primo libro fascista e revisionista del defunto giornalista esce nel 2003. Il muro di Berlino veniva abbattuto più di dieci anni prima. Il PCI non esisteva già più. Nel 1996 Luciano Violante, ex comunista storico, si era insediato alla Presidenza della Camera dei Deputati: decise di inserire nel discorso di investitura un pensiero alle ragioni e agli ideali dei ragazzi di Salò.

Un giorno decido di approfittare di un centro commerciale dove nessuno mi nota, prendo il libro e lo sfoglio. Mi imprimo nella mente poche righe riguardanti un episodio accaduto nella mia città. Chiudo il libro, lo rimetto nello scaffale dove è in grande evidenza ed esco. Il supermercato è un Ipercoop. Qualche giorno dopo mi presento davanti al magazzino di un vecchio partigiano del mio quartiere. Sta mettendo in ordine degli attrezzi. Mi avvicino e gli chiedo se sa qualcosa di ciò che ho letto. Mi risponde che il fatto è reale, mi spiega come è andata, mi parla dei responsabili e della loro storia. Mi dice della vittima. Cioè mi racconta come è andata. Apparentemente è come dice Pansa, in realtà il contesto che mi viene raccontato mette il tutto in una luce diversa.

Si è detto già molto sul fatto che quella di Pansa non è storia. Ma un frullare di episodi senza contesto, senza fonti, una miscela di verità, travisamenti, vere e proprie invenzioni. Tutto vero direi. Si è insistito sulla assoluta mancanza di contesto e del fatto che la Storia in questo modo è solo propaganda. Su questo non esiste altro da aggiungere.

Ma c’è qualcosa che manca.

Il giornalista che fu dell’Espresso e di Repubblica ha scritto molti libri. Di lui ci si ricorda perché improvvisamente diventa il giornalista di sinistra che sputa fango sulla Resistenza. Ovviamente lui ci marcia, diventa un simbolo perché improvvisamente ricorda cose non scontate. I fascisti e i neofascisti ringraziano. Bruno Vespa lo ospita, i librai lo mettono in vetrina perché si vendono i libri di cui tutti parlano. Ma Pansa cambia davvero campo? Lo sua produzione giornalistica e storica è enorme, non è facile districarsi.

Mi ricordo un libro che presi in una biblioteca anni fa. Non ricordo il titolo, e non voglio neppure cercarlo. Parlava di “terrorismo” in Italia. Allora Pansa era universalmente riconosciuto di sinistra. Scriveva sui giornali di sinistra. Non che mi aspettassi chissà quale condivisione di ideali, tutt’altro. Ma quello che colpiva era la totale distorsione di ogni ragionamento ideale e storico. I rivoluzionari venivano ritratti come dei puri delinquenti. Non sbagliavano né politicamente né ideologicamente, perché per il giornalista erano semplicemente dei criminali. Tutto il resto era evidentemente considerabile roba per sociologi in odore di fiancheggiamento dell’eversione. Penso che per una certa cultura di sinistra quello era, allora, ciò che definiamo parlare chiaro. Pansa allora era considerabile come uno storico? O già allora era un pennivendolo? Forse Pansa è sempre stato lo stesso ma, a un certo punto, ha solo cambiato padrone.

Ebbe, effettivamente, una intuizione geniale. Che poteva avere perché capiva benissimo quale opportunità poteva sfruttare.

Conosceva le questioni. Sapeva che della Resistenza si era detto molto ma si era detto male. Sapeva che i suoi potenziali avversari non avevano nessuna voglia o intenzione di ribattere nulla.

Quando andavo a scuola, sono nato nel 1969, il maestro elementare ci parlava molto della Resistenza. Lui aveva partecipato. I libri scolastici trattavano l’argomento, ci facevano vedere dei film con i buoni e i cattivi, i partigiani dell’ANPI venivano a scuola per spiegarci. Più tardi lessi Pavese ma della “Luna e i falò” mi colpirono cose collaterali legate ai misteri o al paesaggio, delle questioni della lotta partigiana capivo la metà di ciò che trovavo scritto. Sui giornali leggevo che Pavese non era proprio ben visto dagli intellettuali di sinistra ma non capivo esattamente il motivo. Nel libro c’era scritto che dai boschi delle Langhe risalivano i morti della guerra e il prete ne parlava in chiesa per attaccare i comunisti. I vecchi partigiani tenevano il silenzio perché era meglio così. In altre letture, Fenoglio raccontava che ad Alba, quando i partigiani passavano per la città, i residenti chiudevano le finestre. Non c’era nessuna festa in città per la momentanea liberazione.

Evidentemente qualcosa non tornava. Qualcosa era stato rimosso.

Su quella rimozione si poteva in effetti agire in due modi. Raccontando la verità o inventando nuove menzogne di segno opposto. Pansa capì che la seconda via era molto meglio per lui. Poteva guadagnarci di più.

Quando, in questi tanti, troppi anni, Pansa imperversava raccontando macabre operazioni di guerra, vendette ed eccidi compiuti dai partigiani, spesso si trovava a contraddittorio con storici cosiddetti di sinistra. Che balbettavano. Mentre lui imperversava e parlava chiaro. D’altronde, i suoi cosiddetti avversari non potevano fare nulla. Avevano fatto silenzio e regalato il libro di Claudio Pavone “Una guerra civile, saggio sulla moralità della Resistenza in Italia” alla cultura di destra perché il solo parlare di guerra civile era considerato un obbrobrio.

E poi si vergognavano di loro stessi impegnati come erano a prendere la distanze dal loro passato e dalla loro storia. Pansa gli ricordava che avevano ucciso un prete e loro rispondevano che bisognava capire bene e che non doveva più succedere che quelle erano ideologie del passato. Pansa vinceva, loro perdevano. Il problema è che perdevamo tutti. Per molto tempo ci siamo immaginati che potesse succedere un mezzo miracolo: improvvisamente uno storico o un politico si stufava di subire e rispondeva che se era stato ucciso quel prete magari era perché aveva fatto qualcosa di sbagliato. O forse no, magari non avevano fatto bene ma erano vent’anni che quelli come lui collaboravano con i fascisti, benedicevano le guerre e i soldati che combattevano con Hitler. E che forse, ci sarà stato pure qualche errore, ma dopo due anni al freddo in montagna braccati a vivere nei fossi sotto la neve non si poteva ne doveva andare per il sottile.

E poi magari concludere che qualche vendetta magari ci stava visto che metà di quelli che si erano in teoria riciclati ce li eravamo ritrovati a distanza di anni a dirigere polizia e carabinieri, a sparare nelle piazze e a mettere bombe sui treni.

E invece no. Niente.

“Va e vedi” del regista sovietico Elem Klimov è il uno dei migliori film sulla seconda guerra mondiale che siano mai stati girati. All’inizio si vede un gruppo di partigiani che entrano in un villaggio. Trovano un ragazzo e la madre. Il villaggio è deserto. Prendono il ragazzo e lo portano via, gli danno un fucile, la madre urla contro i partigiani. Fuori ci sono montagne di cadaveri sulla neve. Il ragazzo impazzisce, spara contro i tedeschi che bruciano i villaggi. La madre non gradiva che ci fossero i partigiani in giro. I corpi accatastati degli abitanti del villaggio non contavano: il ragazzo le serviva perché dovevano mangiare e se il ragazzo andava con i partigiani era un problema. I partigiani non erano uomini migliori di altri. Ma erano dalla parte giusta della Storia. E alla fine sconfiggono i nazisti. Sono più eroi in questo film o nella propaganda che li dipinge in modo edulcorato? I partigiani in Italia fucilavano le spie. Colpivano i nemici, effettuavano controrappresaglie. Era una guerra. Civile. E la maggior parte della gente, come sempre, stava nel mezzo pensava a campare, magari male. Ma era una lotta rivoluzionaria, armata. Cominciata da pochi isolati combattenti. Con morti da entrambe le parti. Con chi aveva ragione e chi torto. Prima della guerra l’Italia era divisa in classi sociali, come lo è stata dopo e come lo è ancora. I padroni, i potenti, i preti hanno avuto, per anni, grandi benefici dal fascismo. Gli operai e i proletari no. I primi avevano tutto l’interesse a tenersi i fascisti, gli altri a sconfiggerlo. La Resistenza è stata anche lotta di classe. La lotta di una parte contro l’altra. Raccontata così era meno eroica? O era solo più sovversiva?

Pansa ci faceva schifo da vivo. Continuerà a farcelo da morto.

Ma da solo non sarebbe riuscito a fare niente. Non lo rimpiangiamo ma non è tutta colpa sua.

Dietro ogni scemo infatti, c’è un villaggio.

Collettivo Comunista Genova City Strike-NST

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