Giordano Bruschi, Il mio Novecento

Il 12 ottobre scorso, Giordano Bruschi ha ricevuto il “Grifo d’oro della città di Genova”, la massima onoreficenza comunale, per l’instancabile attività di divulgatore, “affabulatore”, per la sua passione civile e la sua tenace opera di divulgazione del passato sempre teso al futuro della città e dei cittadini che la abitano e che verranno.

Bruschi ha compiuto 95 anni e la sua vita sintetizza la storia di una Genova operaia, antifascista, popolare, comunista, di cui restano echi nella contraddittoria realtà di oggi.

Il suo testo ripercorre quasi un secolo di storia politica, sociale, partigiana, civile, con frequenti parentesi “personali” nel ricordo della moglie, Giusy, che lo ha accompagnato per decenni.

Giordano Bruschi nasce a Pistoia nel 1925. Il padre, ferroviere socialista, lo educa all’amore per la cultura, la lettura, lo sport. Attraverso “L’equipe” impara il francese.

Nel 1937, il trasferimento a Genova, per motivi politici. La famiglia va ad abitare in val Polcevera, in via Porro, in questi ultimi anni ben nota per la tragedia del ponte Morandi.

Le scuole di avviamento professionale, il tifo calcistico per la Sampierdarenese, l’interesse politico, la scoperta di libri di Marx e Darwin, nascosti da anni, un comunismo spontaneo, venato di evoluzionismo, l’incontro con Giacomo Buranello (poi dirigente e martire della Resistenza), la scoperta di Gramsci, sono descritti con grande partecipazione e senza alcuna retorica.

Genova è segnata da un profondo intreccio tra movimento partigiano e fabbriche, dagli scioperi dell’autunno 1943, dalla deportazione in Germania, di molti lavoratori, nel giugno 1944, dai tanti caduti, dai martiri della Benedicta. Bruschi deve lasciare Genova e lavora alla San Giorgio, presso Torino. Licenziato, raggiunge il movimento partigiano (nome di battaglia: Giotto) e partecipa alla liberazione di Torino. Nel suo racconto compaiono il futuro regista Gillo Pontecorvo, “Barba”, Ada Cinanni, la famiglia Pajetta, il ricordo di Eugenio Curiel, ucciso a Milano, Colajanni “Barbato”, Davide Lajolo “Ulisse”.

Al termine della guerra, il ritorno a Genova, il lavoro, non da primattore, nel partito, le esperienze giornalistiche e in una radio locale, la partecipazione al Festival mondiale della gioventù, a Praga, nel 1947, in un clima di entusiasmo e di grandi speranze. In questo viaggio conosce Franco Antolini che definisce suo maestro e ispiratore, nel trinomio lotta, proposta, comunicazione in ogni suo impegno politico-sociale- culturale successivo:

l’autogestione della fabbrica San Giorgio nel 1950, lo sciopero di quaranta giorni dei marittimi del 1959, la riconversione della flotta Finmare nel 1976, la direzione della tv Telecittà del 1980, le lotte in Cile contro Pinochet nel 1989, le battaglie per la salvaguardia dell’ambiente in val Bisagno, l’esperienza accanto al sindaco Pericu nel 1997, il lavoro di organizzazione dei G8 nel 2001 e la successiva partecipazione italiana al Forum Sociale mondiale di Porto Alegre, l’impegno per il recupero sociale e ambientale… (p. 83).

Questa breve sintesi ripercorre le Sette comunità attraversa cui si è sviluppata la lunga vita di Bruschi: la famiglia, la Resistenza, il PCI, il sindacato, il cantiere San Giorgio, Telecittà, la val Bisagno e le lotte ambientali.

Ognuna di queste “comunità” è descritta in pagine scorrevoli, ma colme di dati, fatti, ritratti di figure del mondo politico-sindacale. Spiccano le lotte per l’occupazione del dopoguerra, la costruzione di strutture sindacali fra i marittimi, l’opposizione al governo Tambroni nel giugno 1960, la nuova sede della Camera del lavoro in via Balbi, dopo lo sfratto “scelbiano” di quella costruita nell’immediato dopoguerra, l’esperienza a Telecittà, organo innovativo, cancellato dalla miopia dei dirigenti di partito, l’impegno nel PCI, negli anni ’60 nella componente “ingraiana”, quindi tra il 1989 e il 1991, contro le scelte di Occhetto. L’ingresso in Rifondazione avverrà a fine 1991, dopo un incontro con Sergio Garavini e lo porterà ad esserne segretario provinciale dal 1993 al 2002.

Quindi, senza partito, dopo decenni; è il tempo dei Comitati, soprattutto sulle questioni ambientali, per la difesa della val Bisagno in cui vive, sulle questioni globali che vedono Genova essere simbolicamente il centro di un movimento che lega temi sociali ed ambientali nella contraddizione Nord/sud del mondo. La partecipazione al Forum Sociale mondiale segna la declinazione tra la formazione comunista, sindacale e le nuove tematiche epocali che premono.

Bruschi è oggi, a 95 anni, nella debole, sconfitta e frammentata sinistra genovese, un punto di riferimento importante. La sua memoria sul periodo resistenziale non è mai retorica, è rivolta ai/alle giovani e passa in rassegna i temi generali e le figure che ha incrociato (Buranello, Fillak, “Bisagno”…), con capacità di collegamento alla storia e alla attualità che stupiscono chi lo sente.

Il libro, agile e scorrevole, è la sintesi di una vita. Il titolo, Il mio Novecento, sintetizza come una esistenza personale si leghi alle vicende complessive di un secolo drammatico e contraddittorio, con la capacità di guardare al futuro, come potrebbero testimoniare i/le tant* studenti che Giordano/Giotto incontra ogni giorno.

Giordano Bruschi, Il mio Novecento, Genova, Il canneto editore, 2020, pp. 175, 15 euro

Sergio Dalmasso, settembre 2020

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