Per non ricaderci ancora. A venti anni dal G8 su repressioni, nuove (vecchie) tecnologie e organizzazione

Di seguito, proponiamo un approfondimento circa i temi che abbiamo esposto durante la due giorni dedicata al ventennale del G8, organizzata da USB, CALP e Cambiare Rotta il 16 e 17 luglio 2021.

Crediamo sia necessario argomentare in maniera più estesa i nostri interventi, in virtù sia della qualità elevata delle analisi che hanno preceduto e seguito le nostre, sia per l’ampia platea di compagni e non solo che ci hanno ascoltati, tra cui era preponderante la presenza di giovani.

Come abbiamo detto venerdì 16, per noi ha senso dibattere del G8 di 20 anni fa storicizzando i fatti, al fine di comprendere meglio la realtà di allora, ma soprattutto trarne qualche lezione utile per l’oggi e il domani.

Partendo da questo assunto, abbiamo sostenuto come risulti fuorviante una narrazione degli eventi consumatisi tra il 19 e il 21 luglio 2001, che dipinge quei giorni come una sorta di “madre di tutte le repressioni”.

Il rischio, soprattutto per la platea più giovane, è quello di identificare il G8 di Genova come un evento in cui si è esplicitata una violenza da parte dello Stato sì efferata, ma in misura straordinaria rispetto alla norma della storia repubblicana.

La realtà, invece, è opposta: la Repubblica fondata sulla Costituzione “nata dalla Resistenza”, per questioni troppo estese da affrontate in questa sede, si portò appresso il carattere strutturalmente repressivo nei confronti del popolo, che caratterizza tutti gli ordinamenti democratici borghesi.

Dal recupero del codice penale fascista, all’inserimento ai vertici dei servizi segreti e delle scuole di polizia della neonata Repubblica dell’ex comandante dell’OVRA Guido Leto, passando per le cruente repressioni del 9 gennaio 1950 alle fonderie Orsi di Modena [1], poi l’estate del 1960 tra Genova e Reggio Emilia [2] e, soprattutto, i 20 anni di asprissima conflittualità politica e sociale a cavallo tra fine anni ’60 e fine anni ’80, il volto repressivo della Repubblica Italiana è stato una costante che si è inasprita passando da una “emergenza” alla successiva.

La differenza che, crediamo, si verifica nel 2001, è l’impreparazione nei confronti della mano repressiva dello Stato, da parte del movimento che a Genova contesta gli otto “grandi” del mondo di allora.

Il decennio intercorso tra il biennio ’89-’91 e il G8 di Genova, aveva disarmato il movimento nei confronti del tema del Potere, sia per come si palesa quello “costituito” verso chi tenta di sovvertirlo, sia nei confronti della sua conquista da parte delle forze popolari progressiste o ancor meglio rivoluzionarie, che reclamavano “un altro mondo possibile”.

A nostro avviso ciò si è verificato a causa di una assimilazione molto sommaria e sostanzialmente eurocentrica della fine dell’esperienza comunista sovietica, cui è seguita l’abiura nei confronti del materialismo storico e dunque lo smantellamento del concetto secondo cui la conflittualità sociale, segnatamente quella tra Capitale e Lavoro, è il motore dei processi che scandiscono la storia umana.

Da qui a considerare estinte le classi sociali, specialmente quella operaia, il passo è stato breve.

L’abbaglio secondo cui la classe lavoratrice era stata scalzata dalle “moltitudini”, accompagnato da una infatuazione per la tecnica allora condensata nelle rampanti tecnologie digitali che parevano aprire universi tutti da conquistare, consegnarono larghe fette di movimento nelle braccia del progressismo liberale, quello secondo cui basta avere ragione su qualcosa per essere in grado di cambiare lo stato di cose presenti.

Si trattava di una enorme auto illusione, che si infranse proprio nel luglio di vent’anni fa e che finì per disgregare anche il movimento.

Poche righe fa abbiamo accennato al tema delle nuove tecnologie, nello specifico quelle cosiddette “digitali” e di come il movimento vi identificò un fattore di progresso generale.

Come abbiamo avuto modo di argomentare dal vivo, quell’analisi fuorviante ha portato ampia parte del movimento a subordinarsi alle piattaforme del “capitalismo della sorveglianza”, ma sarebbe più corretto dire “profilazione”, e chiudersi in una comunicazione del tutto autoreferenziale, per cui mentre si pensa di parlare alle masse, in realtà si parla sempre agli stessi soggetti, in una sorta di confinamento non percepito che, nei social fondati sulla comunicazione visiva – YouTube, Instagram, TikTok, ecc. – diviene autentica distorsione del reale.

La questione dell’approccio alla tecnologia ci introduce al dibattito sulla questione internazionale, dove abbiamo sottolineato come le parole siano importanti.

Per noi, infatti, la locuzione “guerre ibride” frequentemente utilizzata per descrivere la conflittualità tra stati e/o aree economiche sviluppatasi nell’ultimo decennio, rischia di essere squalificante per una analisi strutturata della situazione internazionale.

I moderni strumenti digitali applicati alla finanza, alle telecomunicazioni, ai media o alla circolazione globale delle merci non hanno ibridato le guerre, le hanno rese senza limiti [3] perché il novero di strumenti con cui è possibile arrecare danni, anche gravissimi, a un sistema paese, oggi non conosce praticamente più confini materiali.

Come emerso anche dai nostri interventi dal vivo, le questioni che abbiamo discusso fino ad ora sono indubbiamente complesse e per sviscerarle in modo tale da compiere un salto di qualità collettivo, vanno dibattute in misura ancora più approfondita ed estesa.

Per farlo, a nostro avviso è fondamentale che i comunisti tornino ad affrontare attivamente e con onestà intellettuale la questione organizzativa.

Negli anni più recenti molto è stato fatto in questo senso e nella giusta direzione. Tuttavia, l’intrecciarsi della crisi strutturale del capitalismo con la crisi ambientale che sta rapidamente divenendo crisi di riproducibilità della vita umana sul Pianeta, impone un cambio di passo netto, volto soprattutto a una valorizzazione reale della dialettica tra compagni con due obiettivi:

1) formare le nuove generazioni, che mai come in questi decenni possono essere ricettive nei confronti di pensieri e pratiche di radicale rottura nei confronti di un esistente sempre più nefasto;

2) portare alla luce, tramite la dialettica tra menti esperte e menti fresche, nuove teorie e nuove pratiche, essenziali per il rivolgimento di un presente che, come già detto, nella propria acutissima crisi può risultare particolarmente fecondo per un radicale rivolgimento sociale.

Note

[1] https://www.infoaut.org/storia-di-classe/9-gennaio-1950-acciaierie-in-rivolta

[2] https://www.infoaut.org/storia-di-classe/genova-1960-e-nato-un-popolo-e-la-pietra-scaglio-prima-parte

https://www.infoaut.org/storia-di-classe/genova-1960-e-nato-un-popolo-e-la-pietra-scaglio-seconda-parte

https://www.infoaut.org/storia-di-classe/6-luglio-1960-i-ragazzi-di-porta-san-paolo

https://www.infoaut.org/storia-di-classe/7-luglio-1960-i-morti-di-reggio-emilia

[3] https://www.carmillaonline.com/2015/02/06/la-guerra-asimmetrica-dello-spazio-tempo/

 

Collettivo Comunista Genova City Strike

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