Lula, a un passo dalla vittoria, a un passo dal baratro


Le elezioni presidenziali in Brasile si sono concluse con il candidato del Partito dei Lavoratori (PT), Ignacio Lula da Silva, in vantaggio di circa 4 punti percentuali sul candidato ultra reazionario del Partito Liberale, Jair Bolsonaro. Quest’ultimo è il presidente uscente, tutti i sondaggi lo davano in enorme difficoltà (indicando la distanza tra i due candidati intorno al 10, 15% dell’elettorato)(1).

La disfatta dei sondaggisti è stata quindi evidente, lasciando l’amaro in bocca alla sinistra brasiliana e mondiale, dove ci si attendeva un plebiscito su Lula che non si è verificato.

Non solo Bolsonaro è a un passo da Lula e potrebbe ribaltare il risultato nel ballottaggio del 30 ottobre (tra i due ci sono circa 6 milioni di voti di differenza, in uno stato che conta 150 milioni di potenziali elettori)(2), ma nelle elezioni della Camera e del Senato appare piuttosto netta la prevalenza di candidati vicini alla destra(3). Una eventuale, auspicabile, vittoria di Lula potrebbe quindi essere monca e bloccata da un parlamento ostile.

Per altro, la vittoria di Lula al primo turno è stata, addirittura, in bilico fino al 70 percento dello spoglio delle schede. Il sorpasso del candidato del PT si è manifestato con gli ultimi dati ricevuti quando i voti del Nord del Brasile hanno garantito il distacco a favore del candidato del PT. In generale la suddivisione geografica del voto appare piuttosto netta. Il nord dove sono concentrate le industrie vota Lula, mentre nel sud, dove le favelas circondano i quartieri benestanti, il voto va, in gran parte, a Bolsonaro.

Distribuzione geografica del voto. In rosso i voti per Lula, in blu per Bolsonaro

La generalizzata attesa della sconfitta di Bolsonaro era giustificata da quello che è stato, quasi unanimemente, riconosciuta come una presidenza totalmente fallimentare. Il cui dato principale riguarda la non gestione della pandemia che ha prodotto poco meno di 687 mila morti.

Fallimento anche economico: inizialmente Bolsonaro ha eliminato tutti i sussidi pubblici (alimentari, sanitari, abitativi, educativi) che avevano caratterizzato i governi del PT (prima con Lula, poi con la delfina Djilma Rousseff), salvo reintrodurli in parte e con nuove denominazioni nell’ultima parte della sua amministrazione sia per contenere il rovinoso impatto economico della pandemia, sia probabilmente al fine di recuperare consensi tra le fasce di popolazione più indigenti.

La candidatura di Lula in questa tornata elettorale si è sviluppata dopo un periodo di grosse difficoltà personali e politiche. L’ex sindacalista dei metalmeccanici di San Paolo, dopo aver inanellato una serie di sconfitte nelle elezioni presidenziali, è stato per due volte Presidente(4) con il nuovo millennio. Nei suoi mandati ha sempre mantenuto un’impronta redistributiva sul reddito e di sostegno ai soggetti subordinati. Al contempo, l’azione economica della sua presidenza non ha mai intaccato la struttura produttiva dell’immenso paese brasiliano. Le condizioni economiche generali sono rimaste quelle di un paese solo in parte sviluppato e con grosse quote di sottosviluppo rurale e all’interno delle metropoli.

La grande massa di poveri e indigenti pur calmierata dai sussidi pubblici nella propria condizione materiale, è rimasta alla mercé della propaganda dei grandi media informativi quasi completamente egemonizzati dalla destra, dalla retorica reazionaria delle sette evangeliche, del ricatto spesso attuato dalle gang criminali armate – spesso operanti in connivenza con esercito e polizia – che controllano interi quartieri, dove i diritti divengono merce di scambio con soggetti criminali e la politica che li protegge.

Non va dimenticato che Lula ha passato molti anni in carcere: implicato in una indagine sulla corruzione da un giudice molto noto in Brasile(5), è stato scarcerato in quanto i suoi legali hanno fatto emergere che il procedimento penale era stato costruito ad arte al fine di estrometterlo dalla precedente tornata presidenziale.

L’evidente montatura delle accuse contro Lula non può comunque far dimenticare come l’elemento della corruzione a tutti i livelli sia una caratteristica del Brasile (e in generale dei paesi in via di sviluppo in cui sopravvivono elementi economici strutturali non pienamente capitalisti e in cui il settore pubblico, laddove esiste, non garantisce diritti a sufficienza ed è fonte di corruzione nell’intreccio tra funzione pubblica e interesse privato).

La scoperta di numerosi casi corruttivi nelle coalizioni parlamentari capeggiate dal PT ha quindi creato le condizioni per un colpo di stato giudiziario organizzato dalla destra nei confronti della presidente Rousseff. Le successive inchieste giudiziarie, pur scagionando Lula da responsabilità penali, hanno sicuramente influito negativamente sul risultato.

Il 30 ottobre sapremo chi sarà il prossimo Presidente del Brasile. Molto dipenderà dai voti finiti ai candidati minori (che in maggior parte sono finiti a una candidata di centro destra e, tendenzialmente, potrebbero riversarsi su Bolsonaro(6)).

La vittoria di Lula, tuttavia, è ancora possibile. È quanto si augurano tutti coloro che in America Latina e nel mondo ritengono necessario sostenere un fronte progressista che, nonostante alcune cocenti sconfitte(7), ha conquistato una vittoria storica in Colombia con Gustavo Petro, è tornato al Governo in Bolivia, dopo un colpo di Stato, con Luis Arce, lotta per il potere in Paraguay con Lugo, prova a spostare il governo a sinistra con Boric in Cile e cerca di mantenere il punto nella contraddittoria esperienza argentina di Luis Fernandez(8).

redazione City Strike


Note

1) Con il 99,9 % delle schede scrutinate Lula è in testa con il 48,36 %, mentre Bolsonaro è accreditato del 43,26%. Rispettivamente Lula ha ottenuto circa 57 milioni di voti contro i circa 51 milioni di Bolsonaro. I candidati minori hanno ottenuto percentuali del 4,2 % (Simone Tebet, centrodestra) e del 3,1% Ciro Gomez (centro sinistra).

2) Su più di 150 milioni di aventi diritto, l’affluenza è stata del 79%.

3) Lo scrutinio non è ancora terminato. Si votava per il rinnovo di una intera Camera e per alcuni seggi al Senato. Il risultato non è chiaro in quanto molti candidati non sono di partito ma si riferiscono a diverse aree politiche. Piuttosto netta comunque la vittoria dei candidati di destra soprattutto nei centri urbani più grandi.

4) Sconfitto in tre elezioni presidenziali (1989, 1994, 1998) fu eletto presidente nel 2002 al ballottaggio contando su 52,4 milioni di voti. Viene rieletto nel 2006, sempre al ballottaggio ottenendo 47 milioni di voti al primo turno e circa 60 milioni al secondo turno. La sua esperienza di presidente termina nel 2010 in cui sostiene Dilma Rousseff che diventerà Presidente.

5) Si tratta dell’operazione Lava Jato, istituita nel 2016 dal giudice Sergio Moro, molto noto in Brasile. Il procedimento culmina con la condanna di Lula a 12 anni di reclusione, cui fa seguito la detenzione nel carcere di Curitiba che inizia il 7 aprile 2018. Lula viene scarcerato dopo 580 giorni di reclusione nel novembre del 2019 e prosciolto da ogni accusa il 7 marzo 2021.
Nel corso del procedimento a suo carico emerse che l’azione inquirente era viziata da un conflitto di interesse in quanto il giudice Sergio Moro perseguiva un progetto politico a favore del contendente di Lula. Sarebbe, infatti, diventato successivamente ministro della giustizia nell’amministrazione Bolsonaro.

6) Tendenzialmente i voti che sono andati a Tebet dovrebbero finire a Bolsonaro, mentre i voti di Gomez dovrebbero finire a Lula. Rimane l’incognita rappresentata dal 20 % di astensione al primo turno

7) L’ultima in ordine di tempo è lo stop al processo della nuova Costituzione in Cile, bocciata da un referendum popolare in modo molto netto.

8) Luis Fernandez è il Presidente argentino, eletto nelle file del movimento peronista e, inizialmente, sostenuto dalla sinistra argentina. La sua azione di governo ha creato però numerose critiche da sinistra. L’ex presidente Caterina Kirchner è una delle voci critiche dell’operato di Fernandez. Recentemente, la Kirchner ha subito un tentativo di aggressione armata e subisce attacchi di ordine giudiziario, contestati dalla sinistra come un complotto verso il movimento progressista.

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