Percorso: Internet, Marx e la teoria del valore

Questo testo e questa presentazione sono basati, in gran parte, sul testo di Guglielmo Carchedi “Lavoro Mentale e classe operaia”. Le restanti parti sono a cura del Collettivo Genova City Strike

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La rete internet, sviluppata per motivi inizialmente militari durante la guerra fredda, ha assunto un’importanza centrale nella vita quotidiana degli uomini, in ogni parte del mondo. Con internet si lavora, si compra e si vende, si comunica, si gioca, si consuma tempo libero. Tutto questo rientra nella teoria del valore di Marx e in quali modi? E’ quello a cui cercheremo di rispondere. Per farlo occorre dapprima riprendere le categorie (aggiornandole) di lavoro produttivo e improduttivo e di comprendere il nesso tra fase della produzione di merci e fase di consumo delle stesse.

Sezione 1) Produzione e consumo

a) Il lavoro produttivo

In generale possiamo definire produttivo qualsiasi lavoro che sia inserito all’interno dei cicli di riproduzione del valore. Cioè un lavoro che determina variazioni nel valore d’uso di una merce e che abbia un valore di scambio. A questo punto si aprono una serie di subordinate legate a lavori che determinano variazioni nei valori d’uso ma non immediate nei valori di scambio (ad esempio i lavoratori nel campo dell’istruzione o della sanità). Oppure a lavori che determinano variazione nei valori di scambio ma in cui la merce non ha nessun cambio di valore d’uso (ad esempio il commercio o la logistica). La categoria del lavoro produttivo rimane quindi valida ma va comunque specificata in un contesto che varia nel tempo.

b) Il lavoro improduttivo

Si tratta di un lavoro che non determina differenze nei valore d’uso e di scambio insieme. Nel momento in cui Marx teorizza la legge del valore, era sensato, o almeno logico, ipotizzare che il metodo di produzione capitalista avrebbe sostanzialmente uniformato il pianeta imponendo ovunque le proprie regole. In realtà tale processo, per certi versi, si è verificato ma non certo in modo lineare come poteva essere ipotizzato.


Ammettendo le condizioni di tendenza che ipotizzava Marx, il lavoro improduttivo sarebbe diventato sostanzialmente un residuo di un’epoca superata e tutto sarebbe stato sussunto nel mdpc. Imporre quindi una distinzione rigida basata su trasformazioni di valore d’uso e di scambio insieme può essere limitante. Anche qui vale la pena di capire cosa sia produttivo o meno basandosi sulle trasformazioni del valore e introducendo il tema dei tempi nella valorizzazione.

In generale, produzione e consumo rappresentano due momenti diversi nella riproduzione del capitale. I salariati producono merci che poi consumano. Il tutto avviene in tempi separati. I capitalisti (ammesso e non concesso che possano essere definiti produttori) producono merci per il valore di scambio ma contemporaneamente consumano materie prime e macchinari, oggetti che dovranno essere sostituiti, migliorati, etc….In questo caso si può dire che per i lavoratori i processi di produzione e consumo dovrebbero essere considerati come separati, per i capitalisti la questione è più sfumata.

Una seconda cosa importante, per comprendere il nostro ragionamento è capire se possa essere determinata una differenza rigida tra lavoro fisico e lavoro mentale.

Qua occorre trascurare il dibattito ideologico e arrivare a una definizione abbastanza chiara. Il lavoro mentale e il lavoro fisico devono essere considerati come lavoro in assoluto (al netto delle differenze fenomeniche, ma non sostanziali). Ciò dipende dalla natura del lavoro mentale che comporta l’uso delle sinapsi, crea affaticamento, comporta variazioni nella struttura fisica di chi svolge questi lavori. Ovviamente, occorre poi considerare che un lavoro per essere produttivo (nel senso ampio del termine che abbiamo definito in precedenza) deve produrre un oggetto che ha, almeno in termini particolari, un valore di uso che cambia nel processo e un valore (almeno potenziale) di scambio: tale oggetto, la merce del lavoro mentale, è una conoscenza.

Si tratta quindi di una produzione di un particolare tipo di merce. Le conoscenze, per essere considerate come merce dovranno per forza di cose essere prodotte, scambiate. Vediamo il meccanismo.

Sezione 2) La merce conoscenza

La conoscenza come merce è normalmente intangibile, anche se spesso si incarna in un supporto tangibile (ad esempio un libro, un audiovisivo, un brevetto, un post su internet etc…).

La conoscenza può essere qualificata come oggettiva e soggettiva. Le due forme fenomeniche della conoscenza dovranno essere prodotte e scambiate.

Una conoscenza parte da uno studio, una osservazione, una esperienza. In genere si parte da un oggetto tangibile come può essere un macchinario, un libro, un audiovisivo ma anche un quadro, un paesaggio etc.…


All’inizio la conoscenza si incarna su un oggetto il quale è la forma di una conoscenza precedente (ad esempio un manuale è stato costruito da qualcuno che possedeva quelle conoscenze). Nell’essere recepita tale conoscenza diviene da oggettiva a soggettiva nella nostra mente, diventa cioè personale (nostra, trasformata dal nostro bagaglio di conoscenze pregresso). A questo punto, quando viene trasmessa diviene oggettiva per chi la recepisce e quindi diventa diversa soggettivamente e così via. Vediamo come, in questo processo, entrano il lavoro mentale e il lavoro fisico.

a) Osservare, studiare, rielaborare, scambiare. Il ciclo conoscenza oggettiva-soggettiva-oggettiva.

La conoscenza iniziale è oggettiva. Come tale noi la recepiamo e la elaboriamo fornendo un lavoro mentale. Tale conoscenza viene introiettata dal soggetto (da noi), la conoscenza così viene rielaborata, cioè cambia e può essere utilizzata per fare altro (un secondo oggetto, una ulteriore conoscenza, tutte e due le cose). A questo livello la trasformazione non ha un valore di scambio, il processo in questione non è parte del mdpc.

La conoscenza divenuta quindi soggettiva a sua volta può ridiventare oggettiva per altri nel momento della trasmissione dopo una prima trasformazione/rielaborazione. Nel diventare nuovamente oggettiva può, anche se non necessariamente, divenire anche un valore di scambio. Nei vari passaggi cambia comunque il valore d’uso sia nella rielaborazione che nella trasmissione. La conoscenza è dunque una merce il cui valore d’uso cambia. Come tale è il risultato di un lavoro mentale. Tale lavoro diventerà produttivo in senso stretto se assumerà un valore di scambio ma a questo punto non è ancora determinato.

In altri termini: la conoscenza viene acquisita da una precedenza conoscenza. Si trasforma attraverso un lavoro mentale, nella trasmissione la conoscenza si trasforma in una nuova conoscenza diversa da quella precedente. Abbiamo cioè una conoscenza oggetto (spesso tangibile) che si trasforma attraverso un lavoro mentale in una conoscenza del soggetto (soggettiva quindi) che nella trasmissione ridiventa oggetto (tangibile se ha un supporto fisico, intangibile se rimane una conoscenza, in tutti e due i casi la trasmissione implica comunque una ulteriore trasformazione. A questo punto, fatto salvo il cambio di valore d’uso (struttura della conoscenza) occorre comprendere come questi processi possono portare a un valore di scambio e quindi come si possono trasportare in un processo di valorizzazione del capitale.

Vale la pena quindi di riepilogare per schemi il processo di trasmissione della conoscenza e riferirlo alla legge del valore in Marx:

1) Nel processo iniziale di trasformazione di una conoscenza oggettiva in una soggettiva cambia il valore d’uso e non di scambio

 

Conoscenza Oggettiva elaborata da un lavoratore mentale diviene quindi Conoscenza Soggettiva


Tale processo è analogo a M, M’ tipico della produzione non capitalista.

2) Nel processo di creazione di una nuova conoscenza oggettiva cambia il valore d’uso ma può entrare un valore di scambio diretto (in questo secondo caso, il processo diviene capitalismo)

Conoscenza soggettiva, elaborata da un lavoratore mentale (con eventuale supporto lavoro fisico), diviene Conoscenza oggettiva (con eventuale supporto fisico della conoscenza)
Tale processo è analogo a D, M, D’ con plusvalore.

Per uscire da un discorso che può sembrare troppo astratto, proviamo ad incarnare il discorso con due esempi pratici

1) Produzione di un libro

Abbiamo una idea (conoscenza) in testa che abbiamo ricavato da altre idee e conoscenze (un nostro personale vissuto autobiografico). Le abbiamo filtrate, rielaborate, amalgamate con un lavoro mentale e quindi trasformate in un libro. Di cui abbiamo un manoscritto (un file su un dispositivo). Per il momento è una conoscenza nostra. A questo punto la vogliamo trasmettere. Decidiamo quindi di pubblicare il libro. Abbiamo varie scelte. Possiamo pubblicarlo on line su qualche piattaforma e mettere a lettura gratuita: in tal caso trasmettiamo la conoscenza, chi lo leggerà trasformerà la conoscenza del libro che nel frattempo è diventato un oggetto (il file pubblicato) e quindi una conoscenza oggettiva. Chi lo leggerà avrà una conoscenza oggettiva che diventerà per lui soggettiva in quanto la rielaborerà in qualche modo con un suo lavoro mentale. Fino a qua, il capitalismo non c’entra niente (o quasi, in seguito capiremo perché un po’ c’entra). Ma abbiamo anche una seconda possibilità: inviare il libro a una casa editrice.

L’editore riceve il manoscritto, lo legge e decide che può essere pubblicato. A questo punto decide di trasformarlo in un oggetto fisico (il libro di carta) o in un oggetto virtuale (sarà scaricabile a pagamento su qualche piattaforma). Tangibile o meno (in realtà anche se virtuale a questo punto è tangibile) la conoscenza diviene una merce vera e propria. Assume un valore di scambio e quindi entra in un circuito capitalista. E’ importante stabilire quali sono gli attori in campo: il lavoratore mentale definito autore, l’editore (con i suoi lavoratori, dai correttori di bozze, a chi fa le copertine, a chi stampa, etc…). Fino a che il libro non sarà pubblicato dall’editore il capitalismo non c’entra ma nel momento in cui viene pubblicato si. I vari attori quindi contribuiscono tutti ma lo scarto decisivo è nella pubblicazione con la comparsa del valore di scambio.

2) Produzione di un brevetto commerciale (qui il capitale entra all’inizio del processo)

Fatta salva la possibilità (statisticamente insignificante) che chiunque può inventare qualcosa per hobby e poi depositare un brevetto commerciale che, probabilmente, nessuno leggerà o userà mai, la questione dei brevetti è diversa dalla scrittura dei libri in quanto i brevetti sono una conoscenza prodotta da lavoratori di aziende (salariati) che producono un oggetto mentale che dovrà avere un uso diretto (o almeno, impedire che quella conoscenza venga usata da altri, che è sostanzialmente la stessa cosa).
Se una equipe di lavoratori (tra cui molti lavoratori mentali) produce un vaccino per una azienda farmaceutica, lo fa perché è pagato per farlo, riceve un compenso, il brevetto è dell’azienda, che lo deposita a suo esclusivo utilizzo. Ovviamente, il discorso salta completamente se l’equipe decide di ribellarsi e di pubblicare il vaccino per chiunque intenda utilizzarlo. In tal caso il capitalismo c’entra in quanto viene combattuto con una lotta anticapitalista.

Corollario 1) la lotta di classe sulle conoscenze, sulla loro produzione, sulla loro rielaborazione, sulla trasmissione e sull’uso che ne deriva.

Nella loro vita gli uomini vengono a contatto con conoscenze che rielaborano. Ovviamente le rielaborano in un modo che è influenzato dal contesto nel quale vivono, da quali conoscenze hanno acquisito in precedenza, dal loro essere sociale.


La rielaborazione è quindi un processo innanzitutto individuale e soggettivo che poi può diventare (in una serie di occasioni) un processo collettivo. Una conoscenza, nella sua rielaborazione e nella sua successiva trasmissione (capitalista o meno), non è quindi mai neutra. In un sistema dominato dal capitalismo, le idee compatibili con il contesto la fanno ovviamente da padrone. La possibilità, per un insieme di conoscenze, di essere mezzo per un movimento rivoluzionario è quindi poco probabile, ma in realtà non impossibile. Dipende dalla lotta sulle conoscenze che è, in gran parte, lotta sulle conoscenze dei mezzi e delle modalità con le quali si trasmettono. Il corollario di questa consapevolezza significa ovviamente che anche i contenitori delle conoscenze in generale, ad esempio la scienza, non sono contenitori neutri ma hanno un segno inequivocabile di classe. Sono quindi un campo di battaglia politica.

Stabilita quindi la natura della conoscenza come merce, andiamo a studiare il fenomeno specifico del lavoro nelle reti globali di trasmissione di questi determinati tipi di merce. Il lavoro nella rete internet. Per farlo occorre iniziare da una analisi dei soggetti che agiscono in quel settore.

Lo sviluppo incessante delle tecnologie di rete rende difficile e parziale dividere chi usa la rete in categorie precise. Andiamo quindi per semplificazione (usiamo l’astrazione secondo il concetto di Marx) e individuiamo i settori che ci sembrano i più significativi (rappresentativi della totalità e/o coloro che rendono evidente il meccanismo che sta alla base del funzionamento della rete)

a) Lavoratori veri e propri

I lavoratori salariati che lavorano nella rete sono coloro che producono una merce, un valore d’uso e uno di scambio, producono cioè plusvalore per le aziende in cui sono impiegati. Sono cioè progettisti di software, tecnici per la rete, progettisti di algoritmi, designer, controllori di progetto, creatori di videogiochi etc…


Usano le conoscenze loro proprie e collettive della rete in virtù di un profitto gestito dall’azienda. Sono lavoratori salariati a tutti gli effetti. In generale, una parte del loro lavoro è definito creativo ma rimane un lavoro salariato in regime capitalista

b) Commercianti che usano la rete

La rete è frequentata da utenti i quali la usano come una piattaforma per vendita di prodotti o per pubblicità. I lavoratori in questo caso usano la rete come una macchina ma rimangono al di fuori del lavoro sulla rete. Possono essere piccoli artigiani, commercianti di diversa grandezza, agenti di vendita per capitalisti di grandezza superiore.


In generale non c’entrano con la rete che per loro è uno strumento. Le grandi aziende di internet stipulano con alcuni di loro dei contratti di compravendita di dati sensibili ma sono accordi tra capitalisti.


Il mezzo con il quale si interfacciano per i loro affari non è comunque neutro e dipende dalla natura e dal cambiamento degli algoritmi di visibilità, oggetto di contrattazione

c) Agenti mentali

Potrebbero essere definiti utenti passivi della rete ma tale definizione non è adatta in quanto gli agenti mentali sono tutto tranne che passivi. Con la rete interagiscono, forniscono dati sui loro interessi, forniscono materiali che vengono filtrati da algoritmi e da persone in carne e ossa che li riutilizzano per fare profitti. In generale, negli ultimi anni si sono sviluppate teorie che accomunano gli agenti mentali ai veri e propri lavoratori della rete. In realtà, il lavoro degli agenti mentali non produce alcun plusvalore e non ha nulla a che vedere con il valore di scambio, che una loro conoscenza assumerà solo dopo essere stata trasformata dai lavoratori della rete.

Corollario 2) Nella rete il lavoro è creativo?

Sulla questione del lavoro creativo, come caratteristica dei lavori legati alla rete si sono spese molte parole. La sociologia del lavoro è intervenuta molto su questo tema. In generale è possibile che alcuni lavori non ripetitivi diano più soddisfazione e meno alienazione rispetto a molti lavori tradizionali. Ma il numero dei lavoratori che non patiscono la coercizione della necessità di lavorare è comunque un dato numerico non particolarmente significativo. Su questo non occorre spendere più parole. La sociologia si è anche soffermata su altri aspetti del lavoro digitalizzato, decisamente più importanti: in particolar modo sulla particellizzazione del lavoro digitalizzato. Effettivamente ciò è un dato reale che altera gli elementi relazionali sui luoghi di lavoro e influenza direttamente la coscienza di chi lavora.

Corollario 3) Il lavoro da remoto

La possibilità di lavorare da remoto è sostanzialmente negata ai lavoratori manuali ma è possibile per chi lavora sulla conoscenza, sulla contabilità, negli enti pubblici, nella finanza, etc….
Di natura un lavoro da remoto avrebbe, almeno inizialmente, le stesse caratteristiche di un lavoro in presenza. Nella pratica le differenze sono reali. I lavoratori pubblici, gli insegnanti che effettuano didattica da remoto, in genere lavorano con piattaforme fornite dal datore di lavoro. L’uso di queste piattaforme è pagato dal datore di lavoro, cioè lo Stato. i I lavoratori privati lavorano su piattaforme fornite e pagate dalle aziende.


In generale la rete su cui operano non altera la natura del loro lavoro che rimane quella precedente in assenza della rete. Alcuni di questi lavori sono storicamente considerati come produttivi o improduttivi ma la natura non è alterata dal mezzo con il quale lavorano. La differenza sta infatti nelle variazioni che riguardano i parametri con i quali essi producono un valore. Bisogna quindi ritornare ai rapporti tra le varie parti del valore per comprendere cosa cambia.

Le parti generali che ci interessano qui sono relativi alla composizione organica di capitale (cioè allo sviluppo tecnologico che accompagna la produzione) e al saggio di profitto (rapporto tra plusvalore estratto e spesa complessiva). Il dato generale, da tenere a mente è che , in generale, per i capitalisti è necessario e indispensabile alla sopravvivenza l’aumento della composizione organica ma questo fa diminuire il saggio di profitto se contemporaneamente non aumenta il Saggio di Plusvalore cioè lo sfruttamento del lavoro umano. Sfruttamento che cambia con il lavoro da remoto sia in relazione a ritmi e carichi di lavoro, sia attraverso l’espulsione dei lavoratori dal ciclo produttivo (potremo definirla qua disoccupazione tecnologica).

a) La durata della giornata lavorativa

In generale, il lavoro da remoto, in assenza di regolamentazione, tende ad aumentare la giornata lavorativa mentre il salario si rifà a un contratto in cui l’orario era ben definito. L’aumento del tempo al lavoro sembra essere una caratteristica comune per lavoratori pubblici e privati anche se ovviamente con minore intensità.


In assenza di regolamentazione, il lavoro da remoto, con la scusa della flessibilità negli orari, tende inevitabilmente ad aumentare anche ritmi e carichi ( ad esempio per quei lavoratori che lavorano su progetti). In questo modo il lavoro da remoto aumenta il plusvalore assoluto e relativo. Una buona notizia per i capitalisti, una pessima notizia per i lavoratori. Uno stimolo a lottare per ridurre l’orario e i ritmi, o per aumentare i salari.

b) Capitale costante e composizione organica nel lavoro da remoto

In generale la composizione organica è un parametro di relazione tra il capitale costante e l’investimento totale capitale costante + capitale variabile. Per i capitalisti, nel breve, la tendenza ad aumentare la composizione organica è assoluta. In generale, la quantità di capitale costante nella digitalizzazione cresce o diminuisce a seconda del valore dei macchinari, la composizione organica cresce ancora di più in quanto la digitalizzazione del lavoro tende ad espellere lavoratori dal ciclo produttivo. Tra capitale costante (che è una spesa) e composizione organica (che è un rapporto di produttività a carico del salario) cresce maggiormente il secondo. Ergo cresce il profitto, al netto del rischio sistemico (più che del singolo capitalista), di sovrapproduzione. In generale la leva della lotta sociale sta soprattutto nell’influenza che le lotte sociali hanno sul salario che si ripercuote, in generale nella diminuzione del saggio di plusvalore e quindi in lotta anticapitalista.

 

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