OXI continua a voler dire no! Sulla non linearità dei processi politici

oxi_grecia_gettyConsiderazioni un attimo prima della resa. Perchè le battaglie e le sconfitte sono parte di una guerra che dobbiamo continuare a combattere

“Le rivoluzioni borghesi, come quelle del secolo decimottavo, passano tempestosamente di successo in successo; i loro effetti drammatici si sorpassano l’un l’altro; gli uomini e le cose sembrano illuminati da fuochi di bengala; l’estasi è lo stato d’animo di ogni giorno. Ma hanno una vita effimera, presto raggiungono il punto culminante: e allora una lunga nausea si impadronisce della società, prima che essa possa rendersi freddamente ragione dei risultati del suo periodo di febbre e di tempesta. Le rivoluzioni proletarie, invece, quelle del secolo decimonono, criticano continuamente se stesse; interrompono a ogni istante il loro proprio corso; ritornano su ciò che già sembrava cosa compiuta per ricominciare daccapo; si fanno beffe in modo spietato e senza riguardi delle mezze misure, delle debolezze e delle miserie dei loro primi tentativi; sembra che abbattano il loro avversario solo perché questo attinga dalla terra nuove forze e si levi di nuovo più formidabile di fronte a esse; si ritraggono continuamente, spaventate dall’infinita immensità dei loro propri scopi, sino a che si crea la situazione in cui è reso impossibile ogni ritorno indietro e le circostanze stesse gridano: Hic Rhodus, hic salta!

Karl Marx “Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte”

Dopo 7 giorni dalla straordinaria vittoria del no al referendum greco, la storia sembra essersi nuovamente messa a girare al contrario. All’interno di Syriza si gioca ancora una partita drammatica tra chi vuole a tutti costi un accordo per prendere tempo scambiandolo con un possibile alleggerimento del debito e chi sembra indisponibile a ulteriori concessioni ai creditori fino alla critica al nuovo memorandum dei dirigenti di Syriza. Questa tensione è tipica di ogni processo di cambiamento in cui si mescolano difficoltà oggettive e soggettive. La battaglia è lunga, la si gioca con le idee chiare e con costanza senza lasciarsi andare a sconforti o a eccessi di entusiasmo.

Il voto del 5 luglio è stato un voto di classe contro nuovi tagli e nuovi sacrifici. Il significato del no è valutabile in termini diversi: chi lo usa come un sostegno a Syriza e alla sua pretesa di riforma della UE, chi lo vede come un passo fondamentale nella presa di coscienza popolare dell’irriformabilità della UE. Su questa diversa interpretazione si gioca lo scontro tra rivoluzionari e presunti traditori della volontà popolare. La rigidità dei creditori si è spinta fino a bocciare il nuovo memorandum di Siryza, per i padroni dell’Unione Europea occorre che i soldi vengano gestiti direttamente da loro. Gli aiuti devono finire diritti alle loro banche. In gioco vi è la stessa esperienza di Syriza che deve essere neutralizzata nonostante ogni possibile tradimento del proprio programma. A pesare è il risultato del referendum, per l’UE e i creditori il popolo è molto più pericoloso di qualsiasi dirigente. Lorsignori hanno paura dei lavoratori e dei cittadini: Syriza va colpita per aver chiamato il popolo a giudicarli. Se un politico o un partito possono essere ricattati e convinti, un popolo che detta le condizioni a un governo è considerato un pericolo mortale

Fin da subito non ci siamo schierati tra i tifosi di Syriza e i suoi detrattori. Abbiamo detto che la vittoria di Syriza era conseguente a un processo di rottura che maturava nelle classi popolari in Europa. Da Maastricht in poi, il processo di ristrutturazione è andato avanti a tappe forzate colpendo i lavoratori in tutto il continente. La crisi economica e finanziaria è stata l’occasione per il colpo definitivo con la trasformazione del debito delle banche in debito pubblico da far pagare ai lavoratori. In Grecia si è tentato l’esperimento pilota che provava ad affamare il proletariato e la piccola borghesia per salvare banche, possidenti e armatori. Tutto questo processo è in atto anche negli altri paesi d’Europa, non solo nei cosiddetti PIGS che pagano il prezzo più alto. Secondo noi questo processo non è un effetto collaterale del processo di riunificazione europea ma ne rappresenta il cuore politico. L’Europa è uno spazio geografico, l’Unione Europea è una costruzione politica imperialista che nasce e opera sottraendo democrazia, salario e diritti. Chi confonde i due termini è in malafede o non capisce.

Il referendum del 5 luglio è esattamente il luogo dove si è giocata questa partita. Sostenere il popolo greco in questa presa di coscienza significava parlare a tutti i lavoratori europei colpiti dall’austerità, indipendentemente dal tifo per il nuovo governo greco. Che Syriza sia divisa e che la sua maggioranza abbia paura del popolo è esattamente il problema per noi, su questo si gioca l’alternativa tra il tradimento e il processo di cambiamento e di riscatto. Cogliere il significato politico di quel referendum significa interpretarlo all’interno di un processo che per forza dovrà essere rivoluzionario perchè spazi per la contrattazione e il compromesso socialdemocratico non ce ne sono più. I primi ad accorgersene sono i partiti socialdemocratici europei che hanno cambiato in questi anni la loro ragione sociale sposando in pieno le idee liberali. Il loro sì al referendum greco è stato unanime. Chi si lamentava della loro posizione chiedendo con forza ai governi francese e italiano di sposare il compromesso possibile in Grecia confondeva la storia con l’attualità. Quel compromesso è impossibile e rimane solo nella testa di qualche dirigente di sinistra che continua a proporre improbabili new deal europei. La valanga di no al referendum indica che i lavoratori e i cittadini sono pronti a portare la loro lotta anche oltre ogni possibile compromesso. Quando tutti i media sostenevano che chi votava no era irresponsabile, quando le banche costrette a chiudere erano un ricatto verso chi si ribellava, quando il 90% dei media nazionali e il 100% degli altri governi europei arriva a un tale livello di minacce, allora quello è il significato più evidente del voto. Quello è un patrimonio di tutti i lavoratori e gli sfruttati greci che rimarrà aldilà di tutti i compromessi o i tradimenti. Ed è un patrimonio che dovrà essere rivendicato in tutte le lotte in Europa e nel mondo. Questo è il terrore dei capitalisti.

Quando la storia comincia a correre perchè le condizioni oggettive lo richiedono ci si divide tra opportunisti e settari. I primi sono quelli che saltano sul carro del vincitore a prescindere e si trasformano in fanatici di questo o quel dirigente politico. I secondi sono legati ad una ideologia che non gli permette di vedere la contraddizione a venire e si rifiugiano nella teoria perfetta. All’interno di questi due estremi sta il pensiero dialettico della contraddizione. Chi ha sostenuto il referendum ha pensato che le condizioni siano tali per intervenire direttamente nei processi politici radicalizzandoli: oggi una parte di Syriza vuole la rottura con l’Unione Europea e si mette al passo di chi ha mantenuto questa posizione dall’inizio. Le condizioni per una presa di coscienza generale in Grecia e in Europa di questo passaggio ora sono più chiare e più evidenti.

Noi non sappiamo se questo processo di presa di coscienza che è emerso con il referendum del 5 luglio è già stato e verrà ancora tradito. Sappiamo che i processi non sono mai lineari e ciò che sembra possibile oggi domani sarà negato ma riemergerà perchè le contraddizioni continueranno a spingere. Se la storia si muove lo fa per balzi, per ritirate rovinose, per tradimenti e per fughe in avanti. Sappiamo che all’interno di questo processo serve un elemento soggettivo che in maniera non settaria ne opportunista guidi verso la rivoluzione. Quell’elemento può solo formarsi nel fuoco della lotta e delle sue contraddizioni.

Se Syriza fallirà in virtù della sua visione politica monca sarà chi si è allenato nelle lotte e nelle mobilitazioni a doversi far carico del rilancio della lotta. Noi possiamo solo accompagnare queste lotte all’interno dei nostri paesi valutandone la portata, senza tifoserie convinti che, se continueremo a lottare e a costruire di conseguenza l’involucro politico di queste lotte faremo l’unica cosa sensata per favorirne il risultato rivoluzionario.

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