Grecia: apparentemente tutto uguale, in realtà tutto diverso

C_4_articolo_2094516_upiImageppIl primo dato che emerge dalle elezioni greche del 20 settembre del 2015 è un aumento vertiginoso dell’astensione che si attesta sul 46%. Dato che era evidente durante la tristissima campagna elettorale dove i comizi erano deserti, non ci sono state manifestazioni politiche a sostegno di nessuno e chi ci ha provato si è ritrovato in piazza con pochissimi militanti. Il dato più significativo dell’intera campagna elettorale è stata l’azione contro l’agenzia internazionale che gestirà le privatizzazioni sotto il controllo diretto dei creditori: a condurlo gruppi di anarchici braccati dalla polizia che si è ritrovata davanti anche compagni che in gran parte avevano votato Syriza nella precedente tornata.

Sui giornali troverete che le percentuali dei singoli raggruppamenti è la sostanziale fotocopia dei risultati precedenti. Tutto vero se non consideriamo che questo significa la perdita in voti assoluti del 10% dei consensi per tutti gli attori principali. Il risultato reale è questo: la sconfitta politica di Syriza ha lasciato il campo a una generale disillusione e rassegnazione. I voti persi, quelli a sinistra, non sono stati raccolti né dal KKE né dai raggruppamenti contro il terzo memorandum (Unità Popolare 2,9% e raggruppamento Antarsya-EEK 0,8%).

Per alcuni commentatori le elezioni sono l’ennesimo capolavoro tattico di Tsipras che ha ottenuto l’espulsione di quasi tutta la propria sinistra dal Parlamento. Questo capolavoro lo ha ottenuto annullando ogni forma di partecipazione e di entusiasmo popolare. Partecipazione che, dopo la fiammata straordinaria del referendum del 5 luglio, era sostanzialmente sparita, annichilita dalla firma degli accordi del 13 luglio.

Tsipras ha deciso di giocare d’anticipo approfittando del fatto che le norme più odiose degli accordi con i creditori entreranno in funzione nelle prossime settimane. Nonostante questo, ha lasciato sul campo moltissimi voti, ha distrutto il proprio partito e si appresta a ratificare l’ennesimo macello sociale. Cosa ci sia da festeggiare è un mistero; per quale motivo le forze della sinistra italiana ed europea lo continuino ad osannare è un fenomeno che meriterebbe una indagine accurata. Evidentemente pensano che i disastri che creano e creeranno sono più giustificabili se li commettono tutti.

La “nuova” sinistra italiana che è riaccorsa ad Atene a sostenere Tsipras si appresta quindi a seguirne le orme in sedicesimo: Ferrero, Vendola, Civati e Fassina si apprestano a unirsi, pronti a sollevare il loro peso per giustificare le politiche dell’austerità. Come fanno da almeno venti anni nelle giunte locali e nei governi nazionali che, appena hanno potuto, hanno sostenuto.

Nonostante la vittoria dell’ex nemico Tsipras l’unico vincitore di queste elezioni sono  l’Unione Europea e i creditori che si troveranno davanti una controparte molto più arrendevole di prima, senza sostegno popolare reale.

Da segnalare che il malcontento generale in Grecia non ha premiato per nulla le forze a sinistra di Syriza. Nelle precedenti elezioni sinistra e popolo hanno marciato assieme con un progetto di cambiamento che era percepito come reale dalle forze delle masse. Il risultato concreto dell’esperienza (al di là della evidente contraddizione che si è aperta almeno fino al referendum di luglio), ha portato a distaccare la sinistra politica da ogni idea concreta e possibile di svolta sociale. La loro presenza alle urne è diventata perciò marginale perché distaccata da ogni processo reale. La situazione è pressoché identica per il KKE, la cui fedeltà teorica e settaria non gli ha comunque permesso di riprendere nemmeno un voto in più rispetto a quelli che aveva. La sinistra antimemorandum dei fuoriusciti di Syriza sta a un passo dal quorum ma non ha attirato né messo in piedi nemmeno un briciolo di partecipazione reale, la parte di Antarsya che si è legata all’EEK ha mantenuto basse percentuali.

A questo si può rispondere con la delusione, ipotizzando che le masse popolari siano completamente lobotomizzate oppure si può ragionare sul reale significato delle elezioni per le forze comuniste. Quando vi sono movimenti forti di classe che spingono per una rappresentanza politica i comunisti hanno il dovere dialettico di inserirsi nel movimento popolare e spingere per la realizzazione dei propri programmi: questo sposta le lancette delle contraddizioni, salda organizzativamente le avanguardie alle masse e realizza un risultato politico. Quando le condizioni oggettive causano il riflusso delle lotte e delle rivendicazioni si rischia di presentare un programma autoreferenziale e di entrare nelle logiche peggiori del parlamentarismo.

Oggi in Grecia, coloro che hanno deciso comunque di votare, non avevano nessuna speranza di cambiamento sociale e, se non si sono ritirati nell’astensione, hanno votato pensando di salvare almeno qualche piccolo diritto utilizzando l’arma del meno peggio. Ma quel meno peggio non esiste più da almeno da anni.

Eppure, tra qualche mese si riaprirà la partita reale. I tagli cominceranno nuovamente a falcidiare salari e diritti, le pensioni saranno tagliate, le industrie e i servizi privatizzati cominceranno le ristrutturazioni a carico dei lavoratori. A quel punto Tsipras non avrà più nessun alibi. La sinistra di classe in Grecia non può essere sparita: occorre però ripartire da zero lasciando stare per un po’ le questioni elettorali e ricominciare quasi da zero, magari unendo le sue forze più conseguenti. Esattamente lo stesso lavoro che ci aspetta in Italia.

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