Buona scuola tra realtà e propaganda

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L’inizio dell’anno scolastico ci permette di fare il punto sulle novità previste nel progetto di riforma della scuola voluto dal Governo Renzi, passo importante nel progetto di revisione della Scuola Pubblica verso una privatizzazione di fatto. L’occasione ci viene fornita da un focus pubblicato dal giornale Sole 24 ore il 16 settembre 2015. Questo approfondimento rappresenta la definitiva presa di posizione del mondo padronale sul futuro dell’istruzione italiana. Come al solito, il giornale dei padroni, fornisce importanti dati di approfondimento e di analisi uniti ad un giudizio sull’impianto complessivo della riforma. Tale giudizio è sostanzialmente positivo anche se, in alcuni punti, si lamenta una eccessiva prudenza imputata a resistenze sindacali che il Sole 24 ore invita a superare.

Il nostro giudizio è ovviamente diverso; tuttavia seguiamo il filo del ragionamento proposto nel focus e proviamo a distinguere i vari aspetti della riforma per punti.

1) L’assunzione dei precari

E’ questo il vero fiore all’occhiello della propaganda innestata dai media governativi sul progetto di riforma. I dati ufficiali raccontano però una storia diversa. I nuovi immessi in ruolo sono circa 38 mila di cui 29 mila già previsti da precedenti accordi. Questa cifra rappresenta solo una parte del turn over dovuto al pensionamento dei docenti più anziani. La riforma di Renzi annunciava invece il reclutamento di circa 100 mila docenti. L’incremento rispetto al previsto è di circa 9 mila nuove immissioni in ruolo ottenute con un meccanismo che faceva saltare i criteri territoriali del vecchio sistema di reclutamento. Significa che gli insegnanti del Sud (dove le scuole pubbliche andrebbero costruite per evitare il ricorso massiccio alla scuola privata) erano costretti ad accettare posti al nord. Per docenti, magari già di lungo corso, con famiglie alle spalle, con stipendi di circa 1300 euro, la prospettiva era tutto tranne che allettante. Tutto questo, ottenuto con il ricorso a un sistema macchinoso che prevedeva l’accettazione del posto senza condizioni pena l’estromissione da ogni graduatoria di anzianità e di servizio. Rimaneva la possibilità di accettare la nomina mantenendo una supplenza temporanea in un luogo più accessibile. Ciò ha comportato che molti nuovi docenti hanno rinunciato al posto, altri hanno accettato ma ritardano di un anno il trasferimento. Il risultato è che i posti vacanti sulla scuola ci sono ancora tutti. L’organico continua a essere incompleto e lo sarebbe stato anche se le procedure di assunzione fossero state più rispettose dei diritti dei lavoratori. Occorre essere infatti chiari: i posti vacanti sono molto di più delle assunzioni reali, non c’è nessuna risoluzione della questione del precariato scolastico né ora né in prospettiva. Tra l’altro, questo processo di regolarizzazione dei precari avrebbe dovuto rispondere a una sentenza della Corte di giustizia Europea che ha condannato lo Stato per la non regolarizzazione dei docenti che lavorano da più di tre anni; questa sentenza non ha avuto nessuna risposta da parte del governo. Evidentemente, le regole europee diventano obbligatorie quando significano tagli e pareggi di bilancio, diventano invece carta straccia se utili a regolarizzare lavoratori.

L’assurdo diviene la regola: si parla infatti di organico potenziato e dell’assunzione di nuovi docenti per il fantomatico “organico dell’autonomia” di cui parleremo in seguito: si tratta quindi di potenziare (sic!) un organico che continua ad avere buchi sulla normale attività didattica giornaliera.

2) Una nuova stagione per il personale scolastico: formazione e valutazione

Sul tema della formazione si è imbastita una campagna sui docenti refrattari ad ogni forma di aggiornamento professionale, che finalmente, grazie alla lungimiranza del Governo Renzi, dovevano essere formati obbligatoriamente. In realtà, i corsi di formazione e autoformazione c’erano già ed erano già obbligatoriamente inseriti in un monte ore aggiuntivo che l’insegnante doveva svolgere al di fuori dell’orario di servizio (ovviamente senza alcuna retribuzione e senza alcuna riduzione del servizio). La novità è l’introduzione di un bonus di 500 euro per ogni docenti da spendersi in attività di formazione la cui modalità non è ancora stata spiegata. Dovrebbe trattarsi di una card elettronica (ovviamente emessa da qualche istituto di credito a costo ignoto per lo Stato) da utilizzare comprando testi, andando a seminari, vedendo film o spettacoli teatrali. Chi pensa a un regalo per i docenti sbaglia: è l’ennesima partita di giro in cui i soldi destinati ai docenti transitano verso le case editrici di testi scolastici (che in Italia sono in regime di sostanziale monopolio privato) o verso alcune imprese culturali. In tutto questo la formazione dei docenti c’entra pochissimo in quanto non ci sarà nessun controllo sulla qualità della stessa.

Ancora più spinosa è invece la questione della valutazione dei docenti.

L’impianto iniziale della buona scuola prevedeva infatti, in perfetta continuità con le amministrazioni governative precedenti, la suddivisione dei docenti in tre categorie di merito retribuite diversamente. Come si sarebbe stabilito questo presunto merito non veniva specificato, anche se venivano citati rilevamenti sui risultati basati soprattutto sui test invalsi, sul giudizio delle famiglie, degli studenti e dei dirigenti scolastici. L’insegnante buono era colui che aderiva alla missione della scuola (che poteva essere tranquillamente quella di scuola di selezione come quella di diplomificio a pagamento), che non scioperava, che non si ammalava, etc…

Per fortuna (e come risultato parziale delle manifestazioni e degli scioperi dello scorso anno) questo progetto è stato accantonato ma è rimasta la volontà tutta ideologica di giudicare il docente introducendo un premio in denaro per i più meritevoli sulla base del giudizio di un comitato di valutazione misto (all’interno vi sono docenti eletti dai colleghi, dirigenza scolastica, famiglie, studenti e rappresentanti del mondo imprenditoriale o sociale nominati d’ufficio). Il progetto è tutto ideologico: i soldi in ballo sono pochissimi (in media 10 euro al mese di bonus…): ciò che importa è far passare il criterio della concorrenza interna per dividere i lavoratori impugnando la spada verso l’odiato (dai padroni, dalla politica e dai media) egualitarismo salariale dei docenti.

In ballo c’è anche una questione non secondaria: un progetto di legge politico va a intaccare ciò che dovrebbe essere compito di una discussione salariale e contrattuale. Ma nella scuola, il contratto nazionale è scaduto da anni, gli scatti di anzianità previsti sono bloccati, e i sindacati maggioritari (soprattutto la Cisl ma anche molti sindacati autonomi e corporativi) non sono certo sul piede di guerra.

3) L’organico potenziato e il potere aumentato dei dirigenti scolastici

A novembre è prevista una seconda ondata di reclutamento docenti a tempo indeterminato per il cosiddetto”organico dell’autonomia”. Sostanzialmente, si tratta di docenti a disposizione della dirigenza per il potenziamento dell’attività formativa. Come questo possa andare d’accordo con il fatto che ci sono posti vacanti (per i quali dovrebbero essere nominati supplenti annuali precari) è un mistero. Questi docenti non sono stati assunti con le procedure precedenti nonostante i posti ci fossero. Il mistero si dipana non appena scopriamo che dal prossimo anno scolastico, questa fascia di docenti, sarà chiamata nominalmente dal dirigente scolastico su una lista di nomi e curriculum dei pretendenti. Da un lato, per gli assunti a novembre, si apre un periodo da tappabuchi sui posti vacanti o per le supplenze (con disagio egualmente distribuito tra docenti dequalificati e studenti senza continuità didattica) dall’altro si mette in funzione questa procedura per introdurre il principio privatistico che permette al dirigente manager di scegliere i docenti adatti al proprio metodo.

Si introduce di nascosto la chiamata diretta dei presidi, per trasformare tutti i docenti in dipendenti ricattabili alla mercè di un dirigente scolastico più o meno illuminato.

Il progetto dell’ex sottosegretario all’istruzione del governo Berlusconi Valentina Aprea, è in dirittura di arrivo.

4) L’alternanza scuola azienda

Utilizziamo questa espressione, mutuandola dal focus del Sole 24 ore, mentre il mondo politico e i dirigenti scolastici continuano ad usare il più pudico alternanza scuola-lavoro.

Per i tecnici e i professionali non si tratta di una novità in quanto già da anni è in funzione come progetto facoltativo. Da quest’anno, la “buona scuola” lo rende obbligatorio per gli studenti dal terzo anno fino alla maturità per un totale di 400 ore a studente per tecnici e professionali, 200 ore per i licei. Gli stages, inizieranno a luglio del 2016 e saranno attivati nel periodo estivo, mentre fino a oggi erano concentrati nel periodo scolastico. La traduzione di questa norma è evidente: gli studenti saranno obbligati a lavorare d’estate gratis per quelle aziende che daranno la loro disponibilità. Ovviamente, per rendere vane le proteste, è pronto un questionario di gradimento a cura degli studenti che viene spacciato come garanzia dell’effettivo valore formativo dello stage.

Fino a oggi, gli studenti potevano avvalersi della possibilità di fare esperienza spezzando la routine scolastica: per questo gli stages (che rappresentavano comunque un modo di estorcere lavoro non pagato) erano comunque abbastanza graditi: da quest’anno diventano obbligatori e nel periodo estivo. L’enfasi e il tono apologetico con cui il quotidiano di Confindustria accoglie questa novità leva tutti i dubbi sulla finalità di questa parte della riforma.

4) Altre parti della riforma

Nella “buona scuola” ci sono poi altre parti minori. Vi è enfasi sui soldi destinati all’edilizia scolastica che comunque sono assolutamente insufficienti. Le scuole cadono a pezzi, al Sud la scuola pubblica è spesso assente e andrebbe costruita. Vi sono poi gli sgravi fiscali per chi vuole finanziare gli istituti scolastici, immaginando che ci siano eserciti di benefattori pronti a dare soldi per il bene dell’istruzione: in realtà è un altro modo subdolo per introdurre aziende private all’interno della gestione della scuola pubblica. Chi manda i figli alle scuole private (oltre ai bonus elargiti dagli enti locali) potrà detrarre le spese dall’Irpef con maggiore facilità. In questi casi ci si lamenta ricordando che la Costituzione Italiana prevede che la scuola privata sia un’eccezione senza oneri per lo Stato: ma la Costituzione per chi comanda è sempre stata un testo senza importanza, figuriamoci ora che è stata più volte stravolta e modificata.

5) Conclusioni

Nel frattempo le retribuzioni dei docenti sono ferme da anni. Il contratto nazionale è scaduto da tempo immemore e nessun sindacato chiede con forza sufficiente di rinnovarlo. Lo stipendio medio sta sui 1400-1500 euro al mese. L’orario di lavoro cresce con gli impegni pomeridiani che sono quasi tutti non pagati. Nelle classi ci stanno più di trenta ragazzi anche se le norme di sicurezza non lo permetterebbero. Il Ministero emana circolari farsesche in cui chiede che “la norma” sia di avere classi con massimo 20 alunni in casi di disturbi dell’apprendimento ma ciò che per il Ministero viene definito la “norma” è in realtà pura fantascienza. La “buona scuola” stanzia soldi per la scuola 2.0 che prevede la digitalizzazione della didattica, il registro elettronico e la lavagna multimediale. Qualsiasi docente sa che sarebbe più opportuno e fruttuoso avere classi meno numerose, qualche docente di ruolo o di sostegno in più magari rinunciando temporaneamente ai tablet e continuando con i gessetti. Ma gli insegnanti sono un costo da eliminare mentre i soldi spesi per la digitalizzazione vanno nelle tasche di quei pochi che producono i computer, le lim e i software a pagamento necessari.

Il mondo imprenditoriale applaude alla riforma perché sa che tutto ciò che è pubblico è un freno all’economia di mercato. L’istruzione e il senso critico di massa vengono considerati un retaggio di un periodo in cui era necessaria una forza lavoro e intellettuale di massa che ora non viene considerata più utile. La deindustrializzazione prevede spazio solo per pochi tecnici ben formati e internazionalizzati che potranno uscire da poche scuole prestigiose con docenti ben pagati. Per tutti gli altri basteranno scuole scadenti con docenti demotivati per sfornare manodopera a basso costo, dequalificata, abituata fin da subito che il lavoro più che un diritto è un obbligo per sopravvivere, soprattutto se pagato pochissimo o niente.

La scuola di massa e di qualità per tutti è (lo hanno capito le classi dominanti), un retaggio del compromesso novecentesco. Quel patto tra padroni e subalterni di cui si è fatta carico la socialdemocrazia europea. In cui lo Stato e la scuola pubblica erano una opportunità anche per i capitalisti. Ora quel compromesso è saltato, docenti e sindacati dovrebbero prenderne atto e capire che con i soliti metodi concertativi ci si scava la fossa da soli e che il periodo delle mediazioni è finito. La scuola pubblica si difende solo con le lotte e capendo che i diritti che vengono sottratti ai lavoratori della scuola non sono poi così diversi da quelli che sono e vengono sottratti tutti i giorni ai genitori degli studenti e che le future generazioni dovranno riconquistare.

Capire cioè, che nel mondo esistono solo due categorie: gli sfruttati e gli sfruttatori. Nel mezzo rimane ormai poco spazio.

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