Il no al al referendum e la rappresentanza politica a Genova

voti-e-partitiUn recente studio pubblicato da un noto giornale genovese compara i voti al referendum (affluenza circa 70%) con le regionali del maggio 2015 (affluenza 50,7%) dove la maggioranza era andata al centrodestra guidato da Giovanni Toti trainato soprattutto dalla Lega Nord. Nel 2015 la destra ha sconfitto il PD guidato dalla renziana Raffaella Paita mentre il movimento 5 stelle ha ottenuto un buon risultato e la sinistra ufficiale si è fermata al quarto posto eleggendo comunque un consigliere. Il raggruppamento di sinistra si chiamava (e si chiama ancora) Rete a Sinistra e aveva deciso di non allearsi con il PD dopo aver atteso le primarie dove aveva sostenuto il candidato Sergio Cofferati. Si tratta di una versione tutta ligure della cosiddetta Sinistra Italiana formata da ex PD, da una pattuglia di fedelissimi del Sindaco di Genova Marco Doria e da parte della galassia di origine SEL/PRC. In quella tornata elettorale l’astensionismo era stato elevatissimo e la vittoria della destra aveva stupito in quanto il PD sembrava in grado di controllare gran parte del territorio ligure, almeno nelle sue zone più popolose.

Il raffronto presentato dalle colonne del Secolo XIX è perciò molto importante anche per effettuare un confronto sulla mobilità di un elettorato sempre meno fedele alle indicazioni dei vertici e va confrontato con una analisi legata alla composizione sociale del voto per mansione, fasce di età, redditi e titolo di studio.

A Genova per esempio la composizione sociale del no è la stessa che si registra in altre città con una prevalenza generalizzata della popolazione giovanile e con una divaricazione nettissima tra i quartieri operai e periferici che hanno dato percentuali altissime di no e i quartieri alto borghesi e benestanti dove invece ha vinto il si. La vittoria del sì è infatti concentrata in quartieri come Castelletto, Carignano (di composizione borghese ma tradizionalmente di centrosinistra) ma anche in quartieri come Albaro dove la tradizione politica tende al centrodestra. Risultati simili si ottengono anche nelle province più piccole.

Registrata questa divaricazione occorre un secondo dato in quanto la vittoria del sì in zone borghesi e benestanti racconta di un elettorato di destra che, in contrapposizione alla vulgata comune, si schierava a difesa della riforma Renzi unendosi al campo del PD.

Analizzando i dati pubblicati recentemente abbiamo quindi un quadro più chiaro.

Occorre analizzarlo con calma senza cadere nella trappola di confondere composizione di classe e rappresentanza politica.

Gli elettori che avevano votato PD hanno, in maggioranza, votato sì (circa il 77%) ma hanno subito una forte decimazione soprattutto nei quartieri tradizionalmente di sinistra. Gli elettori di destra hanno votato in maggioranza per il sì (64%) soprattutto nei quartieri benestanti dove sono maggiormente concentrati. Gli elettori che nel 2015 avevano scelto il movimento 5 stelle hanno in gran parte scelto il no lasciando al sì o all’astensione solo pochi punti percentuali. Ma la vera sorpresa è il voto per il sì degli elettori che avevano nel 2015 scelto la versione ligure dell’ex sinistra radicale che, stando al risultato dello studio, hanno in gran parte votato sì (64%) cedendo alle sirene renziane. In questo quadro manca ovviamente un dato: visto che la stragrande maggioranza dei votanti del 2015 ha scelto il sì, chi ha permesso una così netta vittoria del no? La risposta la fornisce lo studio che mette in evidenza come la vittoria nettissima del no sia dovuta agli astensionisti del 2015 concentrati soprattutto nelle fasce popolari che hanno notevolmente alzato l’affluenza finale.

In questa infografica riportiamo i flussi in uscita (P.S. Toti era il candidato della destra, Salvatore la candidata 5 stelle e Luca Pastorino candidato di Rete a Sinistra)

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Da questi dati dobbiamo quindi trarre alcune conclusioni:

  1. il voto di destra è andato in gran parte al sì nonostante le indicazioni dei vari Salvini e Berlusconi
  2. la sinistra radicale genovese non è riuscita nell’intento di mobilitare i cittadini per il no e anzi ha scoperto che molti dei suoi sostenitori del 2015 hanno preferito seguire l’input renziano
  3. i cittadini che avevano votato per il PD hanno mantenuto la loro collocazione soprattutto nei quartieri dove il consenso alle politiche renziane è più alto ma hanno in gran parte disobbedito nelle periferie e nei quartieri popolari

E’ evidente perciò che a Genova non c’è stato nessuno spostamento a destra dei votanti e chi ha votato no è, in gran parte elettorato popolare che fino a oggi non ha mai avuto intenzione di votare destra o lega e si è in gran parte astenuto nelle precedenti tornate elettorali.

Ciò la dice lunga e fa piazza pulita di tutta una serie di luoghi comuni. Il voto ha infatti dimostrato una forte collocazione di classe e generazionale. La battaglia referendaria sarebbe stata senza storia se si fosse mobilitato solo quel settore di cittadini che vota regolarmente dividendosi tra centrodestra e centrosinistra e che ha votato in massa per il sì. E’ impressionante vedere la foto con le percentuali del no in funzione della presunta rappresentanza elettorale. Quasi metà dell’intero voto per il no arriva da cittadini che alle precedenti tornate non avevano votato affatto.

Infografica con la ripartizione dei voti con indicazione della provenienza. Il dato più significativo è che circa il 40% dei no arrivano da cittadini che in precedenza non avevano votato

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Ciò conferma quello che ci era parso con evidenza in tutti gli interventi eseguiti in città portando le ragioni per il no sociale. In città e soprattutto nelle periferie operaie esiste una fortissima rabbia sociale che non viene minimamente scalfita da chi sparge paura paventando conseguenze quali l’uscita dall’euro o il crollo delle banche. Anzi, l’odio accumulato verso una classe politica totalmente asservita alla tecnocrazia UE è talmente elevato che ogni bugia sulle conseguenze ha l’effetto opposto a quello sperato. Questa rabbia sociale può andare a destra ma per il momento non è così, in parte grazie alla valvola di sfogo rappresentata dal movimento 5 stelle e, soprattutto grazie alla forte tradizione operaia e antifascista della città. Gran parte di questi cittadini non trovano nessuna rappresentanza politica dei loro interessi. Non la trovano nel PD e non la trovano neppure in quella sinistra ex radicale che continua ancora a fungere da ancella del PD in parecchie giunte e condivide con l’establishment di quel partito moltissimi punti in comune.

Ciò è particolarmente interessante anche perché Genova si appresta alle comunali del 2017 dove sarà chiamata ad esprimere un giudizio sulla pessima esperienza arancione del Sindaco Doria. Per quella data la destra si appresterà a giocare di sponda cercando un po’ di pubblicità per qualche leghista, il movimento 5 stelle cercherà di risolvere le proprie liti interne per conquistare la poltrona del Sindaco e la sinistra ufficiale finirà per accodarsi nuovamente al PD cercando di ripetere le fallimentari esperienze del recente passato. Se mancherà una rappresentanza di classe e di sinistra i ceti popolari che hanno mandato un forte segnale in questo referendum rischiano seriamente di essere nuovamente resi invisibili da un quadro politico assolutamente distante da qualsiasi loro aspirazione. Dare una rappresentanza politica ma soprattutto sociale a questo settore proletario è un compito da comunisti. Un compito a cui è assolutamente indispensabile dare tutto l’impegno necessario.

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