Genova 2001-2017. La nostra memoria deve essere una memoria di parte

Come era prevedibile, l’intervista al Capo della Polizia Gabrielli uscita sui giornali nell’avversario del G8 del 2001 ha sollevato un dibattito tra le classi dominanti , tra i poteri di allora e quelli di adesso. Non sappiamo esattamente cosa spinga il potere a una autocritica totalmente inutile a livello pratico e assolutamente tardiva. Riteniamo che le convulsioni degli apparati dello Stato siano interessanti ma che occorra soprattutto lavorare su una memoria di parte che sia una memoria dei subalterni. Il delirio organizzativo del G8 di Genova fu pagato duramente e ancora compagne e compagni lo stanno pagando. L’intervista di Gabrielli è l’intervista del rappresentante della parte che ha vinto mentre noi abbiamo perso. Le sconfitte pesano ma sono anche inevitabili. Dal nostro punto di vista sono gli errori da cui si impara per lottare ancora e meglio. La frase di Gabrielli sul fatto che non vi sarà un’altra Genova può effettivamente prestarsi a molte interpretazioni. Se si riferisce al fatto che non ci saranno più rivolte generalizzate siamo sicuri che Gabrielli si sta sbagliando. I rappresentanti ufficiali di quelle giornate amano ripetere sempre che avevamo ragione. A noi piace sostenere che si stava dalla parte giusta ma “avere ragione” significa qualcosa di più. Significa giocare una partita in cui conosci bene il tuo nemico, sai prevedere cosa può fare e ti organizzi per vincere o per lo meno per resistere. In quel senso pensiamo che si sia sbagliato e il dibattito su quei giorni debba essere un dibattito nostro. Quello dei nemici, dei poteri dello Stato, dei cani da guardia del potere è interessante ma non ci può riguardare perché il nostro concetto di democrazia non sarà mai il loro e la nostra idea di giustizia deve essere radicalmente diversa.Ciò che segue è parte di una riflessione fatta per il 15 esimo anniversario del 2001. Leggermente rivista ci sembra ancora attuale.

Che errori abbiamo fatto? Non avevamo capito chi avevamo di fronte? 

Non esistono oggi, a 15 anni di distanza, ipotesi rassicuranti. Esistono cose da non ripetere più per essere più bravi la prossima volta. Le incongruenze di quel movimento sono state anche uno dei suoi punti di forza e contemporaneamente il luogo dove i nemici hanno colpito. La parte più mediaticamente esposta del movimento è stata, più o meno intensamente, attraversata dalle parole d’ordine che provenivano dal Chiapas della rivolta zapatista. O per lo meno dall’interpretazione specifica che si voleva dare di quelle parole d’ordine. Gli slogan del camminare domandando, la pretesa che non ci interessava prendere il potere, etc…Concetti che ora sono spariti dal lessico ma che in quei momenti, venivano considerati in grado di unire ipotesi diversissime di rivolta contro la globalizzazione capitalista negando in partenza qualsiasi elemento di divisione ideologica anche quando questo si evidenziava in ogni passaggio. L’idea era colpire il nemico principalmente nell’immaginario e in questo la rivolta doveva essere più mimata che reale. La dichiarazione di guerra era l’alimento per i media, il flash mob condito di qualche manganellata era la pratica da utilizzare. La parte meno radicale poteva mettersi davanti alle forze dell’ordine con le mani alzate in segno di pace per ottenere il risultato di mostrare al mondo che l’alterità al dominio del capitale era presente e in crescita. Vi era anche poi una parte più radicale sia a livello di pratiche di rivolta di piazza oltre che legata a una precisa visione di classe visibile sia nel corteo dei sindacati di base che durante gli scontri nei cortei principali. Vi era quindi una pluralità di posizioni ma gran parte della visione complessiva non faceva o rifiutava i conti con il nemico che poteva tollerare fino a quando non decideva di agire con i metodi abituali. Perché occorreva capire il nemico e non stravolgerne la natura. A distanza di 15 anni Genova a luglio è stato questo: con la forza della repressione, delle cariche e delle torture il capitalismo ha detto che la ricreazione era finita che si sarebbe aperto un nuovo modello di governance globale. Forse non saperlo ha avuto il significato di mandare al macello chi si è trovato in mezzo? Poteva andare diversamente?

Un movimento fuori dalle logiche del novecento

La generazione che è andata agli scontri di Genova aveva un rapporto particolare con la storia del novecento. Qualche anno prima cadeva il blocco dell’est e finiva una parte di storia delle classi subalterne a livello mondiale. I manifestanti di Genova con le loro pratiche proponevano apparentemente un maggiore livello di radicalità rispetto alle lotte del secolo precedente ma ne rifiutavano molti aspetti legati alla violenza del sistema e alla necessità di difendersi con le armi necessarie. Il novecento veniva allora concepito (in parte ancora oggi è così) come il secolo della sconfitta del movimento operaio tradizionale e, come si sa, le sconfitte si pagano sulla pelle di chi ha lottato e perso. Questo da sempre serve ai vincitori per nascondere i lati violenti del proprio potere e assegnare ai vinti le responsabilità delle loro violenze e dei loro fallimenti. Il movimento operaio del novecento aveva dovuto fare i conti con il tipo di violenza che era stato necessario per le rivoluzioni, per la loro difesa, per le decolonizzazioni, per i tentativi rivoluzionari non andati in porto. A livello di massa, l’ottantanove e la fine dell’URSS significano la dannatio memoriae per tutti coloro che avevano sostenuto fino in fondo le ragioni della rivoluzione. Il movimento di Genova prova tutt’altri metodi ma fa i conti con un nemico che occultava la propria violenza anche quando è esplicita come in Piazza Alimonda o alla Diaz. E che puntualmente ha accompagnato questi anni in cui la guerra, la repressione e la violenza la fanno da padrone in molti angoli del pianeta. E il nemico vince, con la violenza. Se c’è qualcosa da imparare da quei giorni forse è quello il punto decisivo. Chiedersi per quale motivo nessuno è stato condannato per le violenze di piazza o per le torture è folle perché forse dovremmo soltanto chiederci per quale motivo uno stato debba punire i suoi uomini quando eseguono gli ordini. L’autunno di riflessione di quel movimento non fu neppure tanto lungo. Da quella sconfitta non siamo ancora usciti. Alcuni ci hanno provato cercando il loro posto tra le alte cariche dello Stato per poi finire nell’immondizia del gossip mondano. Altri rispuntano a ogni tornata elettorale come reduci di un movimento che non ottiene neppure più quei risultati che otteneva allora. Una parte ha tenuto e continua a proporre versioni più o meno radicali di conflitto ma ciò che sembra mancare è una teoria della trasformazione e una analisi sulle resistenze globali che ancora ci sono laddove il conflitto di classe è ancora uno scontro per il potere (l’America Latina bolivariana che lotta contro i colpi di stato, la resistenza in Donbass e la lotta contro l’islamismo in Siria sono tra gli esempi).

Qualche mese dopo i fatti di Genova, l’undici settembre del 2001, le torri gemelle che si accartocciano fanno scoprire al mondo che c’è un nemico più pericoloso che colpisce duramente tutti e indistintamente. Riflesso certo delle ingiustizie globali ma anche nemico scelto e voluto da quelle potenze globali statali e multinazionali che continuano a spartirsi il pianeta. Nel corso della storia esistono momenti in cui i soggetti possono interrompere il flusso di uno sviluppo, farlo deviare e progettare una diversa società. Quel movimento che si è infranto contro la violenza del capitale a Genova aveva questa possibilità.

Quando si cade poi si fatica a rialzarsi. Ma, ovviamente ce la faremo, vendicandoci a modo nostro non solo per Carlo Giuliani, per la Diaz o per le altre torture di quei giorni ma per tutto ciò che il potere capitalista fa scontare alle classi subalterne in tutto il pianeta.

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