20-29 agosto 1946. I ribelli di Santa Libera

Dopo la liberazione del 1945 l’Italia non è ancora pacificata. Già nel dicembre del 1945 molte manifestazioni di scontento scuotono il campo partigiano alle prese con una generale insoddisfazione verso la transizione dal fascismo all’Italia democratica. Nel 1946 si verificano però i fatti più significativi.

Nel giugno di quell’anno viene varata l’amnistia Togliatti ma già si era verificato il provvedimento “tecnico” che epurava dalla polizia gli ex partigiani. In tutto il territorio nazionale si verificavano episodi di aggressione squadrista che convinsero l’ANPI a costruire gruppi di difesa dallo squadrismo.

Di quel periodo la storiografia ufficiale dimentica molto e si concentra sui fatti dell’Emilia e del cosiddetto “Triangolo della morte” ma in realtà i fatti andarono molto diversamente.

Fatto sta che nel 1946, l’impressione che colpisce molti partigiani è che sia in corso un progetto di restaurazione e di progressivo indulto verso gli esponenti del regime fascista. I fatti che qui raccontiamo si svolgono nel paese di Santa Libera in provincia di Asti dal 20 al 29 agosto 1946.

Il Partigiano Carlo Lavagnino (capitano della Polizia Ausiliaria) viene destituito rimettendo al suo posto un ufficiale fascista. Circa 30 partigiani membri della polizia si rifiutarono quindi di prendere ordini da un esponente del vecchio regime e insorsero requisendo materiale bellico. In montagna trovarono altri 40 partigiani. La scintilla si espanse in tutto il Piemonte e in parte nella Liguria.

Il 20 e 21 agosto viene occupato il paese di Santa Libera da circa 200 partigiani tra cui il Comandante Armando Valpreda (ex segretario dell’ANPI di Asti) e Giovanni Rocca (pluridecorato comandante garibaldino “Primo”).

I ribelli stilarono una serie di rivendicazioni tra cui il blocco dell’amnistia, dei licenziamenti, la destituzione dei compromessi col vecchio regime. Nel frattempo circa 1300 partigiani (fonte della Polizia di allora) erano pronti a unirsi con i ribelli di Santa Libera. La mediazione fu affidata al vicepresidente del Consiglio Pietro Nenni che assicurò i partigiani anche promettendo l’impunità.

Il 29 agosto 1946, i ribelli di Santa Libera fecero ritorno in città accolti da una folla festante. In realtà le promesse non vennero mantenute e i due comandanti Rocca e Valpreda furono incriminati. Il tradimento delle promesse ai partigiani fu l’alimento per nuove rivolte come quelle dell’ottobre 1946 nel biellese.

A differenza della rivolta di Santa Libera, nei mesi successivi il PCI e l’ANPI non solidarizzarono con i ribelli e, in molti casi, collaborarono con le autorità per stroncare le rivolte.

Sulla pagina nazionale dell’ANPI si scrive a proposito delle rivolte del 1946-47 e dell’atteggiamento della classe politica:

“Nella contingenza della ricostruzione, nella necessità dei partiti di accreditarsi e di conservare credibilità politica di fronte ai propri avversari e in politica estera, le rivendicazioni dei partigiani insorti ma ancor di più il loro profondo disagio nel ritrovarsi in una società che avevano sperato di costruire più giusta, fu incompreso dalla nuova classe dirigente.

Questa pagina della storia italiana rimase una ferita aperta, conosciuta con la definizione di ‘resistenza tradita’, con strascichi duraturi nella storia della Prima repubblica.”

Fonti:

http://www.anpi.it/articoli/610/i-ribelli-di-santa-libera

 

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