“Accoglienza” made in U.E.

Dopo la pubblicazione del primo capitolo sulla demografia (lo trovate qua), pubblichiamo un secondo capitolo del nostro opuscolo sull’immigrazione (lo trovate completo in pdf qua). In questa seconda parte ci occupiamo del modo in cui gli immigrati vengono accolti in Italia. Spieghiamo quindi cosa è il sistema detto “Schengen” della U.E., il trattato di Dublino e ci occupiamo di una possibile alternativa come il cosiddetto “Modello Riace”. Proosimamente pubblicheremo gli altri capitoli. Buona lettura

Il punto nodale è ovviamente quello della differenza tra migranti economici e profughi, con la questione dei clandestini che sta a cavallo delle due. Per chiarezza espositiva consideriamo quindi solo la questione profughi per capire come la UE lo gestisce.

In teoria, nella UE è in vigore il Sistema Schengen che garantisce, tra le altre cose, l’abbattimento dei confini interni e la libera circolazione intra-UE delle persone. Uno dei fiori all’occhiello della cosiddetta Europa unita sarebbe dovuto essere l’abbattimento dei confini ma la realtà è molto diversa. In varie occasioni i confini sono stati ripristinati con i controlli alle frontiere sia in casi di manifestazioni internazionali, sia in casi di attentati alla sicurezza degli Stati. L’emergenza profughi rientra in questi casi.

Per quanto riguarda la gestione dei profughi, valgono le successive modificazioni del trattato di Dublino. A oggi siamo al Dublino III ma si sta studiando la quarta versione.

Sostanzialmente, il trattato prevede che i profughi e le richieste di asilo vengano esaminate dal paese in cui avvengono gli sbarchi. Ciò significa che il principale carico grava sui paesi UE all’interno delle varie rotte dell’immigrazione, paesi tra cui vi è l’Italia. Progetti di riforma del trattato di Dublino che provano a fornire una maggiore corresponsabilità di altri paesi nella ripartizione dei migranti sono attualmente in fase di stallo, per i veti incrociati dei governi degli Stati aderenti all’UE.

In Italia vige poi il sistema di accoglienza detto Sprar. Anche qui spieghiamo brevemente di che si tratta.

I comuni e gli enti locali interessati possono aderire al sistema di accoglienza e integrazione stipulando una convenzione che prevede fondi in cambio di servizi. Solo il 40% dei comuni in Italia (dati del 2016) ha aderito, presentando progetti che sono stati vagliati.

In teoria non andrebbe confuso il sistema Sprar con i centri di primo intervento (CAS, Misna, etc.), che si dovrebbero occupare della prima vagliatura dei profughi. In realtà, la situazione di perenne emergenza spesso fa sì che tra i centri vi sia parecchia confusione.

Questi centri sono finanziati con fondi europei, il più delle volte, non gestiti direttamente dai comuni o dagli enti locali, ma da strutture del terzo settore che hanno presentato vari progetti.

In teoria il sistema Sprar è intoccabile. Esistendo una emergenza deve essere gestita nel modo migliore favorendo il soggiorno temporaneo dei profughi, cercando di svilupparne l’inserimento in un modo armonico. Questa operazione costa soldi. I famosi 35 euro per migrante al giorno.

Qui si innesca il discorso del “business dell’accoglienza” di cui ha parlato il Presidente del Consiglio Conte al momento della sua accettazione dell’incarico.

Vediamo di cosa si tratta. In realtà i 35 euro per migrante (ma si tratta di un valore medio) vengono gestiti da cooperative le quali stabiliscono catene di appalti per il vitto, l’alloggio etc.

I migranti vedono pochissimi euro giornalieri, sono costretti in strutture fatiscenti, mangiano malissimo. Ciò comporta che, nell’attesa di una risposta alla richiesta di protezione che dura in media due anni, i migranti debbano vivere da clandestini mentre la magistratura ha scoperto, in numerose occasioni, giri truffaldini attraverso i quali i soldi per l’accoglienza consentono grandi profitti a imprenditori senza scrupoli legati alla criminalità organizzata. Come corollario, i migranti senza un euro stazionano ai bordi delle strade a chiedere l’elemosina, si introducono in giri di piccola criminalità e nel lavoro nero. Il tutto concentrato in alcuni ghetti visto che, in molte zone d’Italia, lo Sprar non è in vigore e alcuni comuni rifiutano di attivarlo.

Accoglienza made in Riace: l’esempio “eretico”

Come abbiamo poc’anzi descritto, il modello Sprar, nella stragrande maggioranza dei casi, ha generato malversazioni nelle cooperative del terzo settore dedite all’accoglienza (ma molto spesso alla ghettizzazione) dei migranti.

Esiste tuttavia un’eccezione a questo stato generalizzato di cose che per dimensione del proprio successo merita di essere elevata a caso di studio.

Ci riferiamo al modello Riace.

Il piccolo comune della Locride calabrese, conosciuto per i celebri Bronzi, è uno dei tanti borghi dell’Italia centro – meridionale che, dal secondo dopoguerra, ha vissuto un declino socio-economico estremamente marcato, concretizzatosi in un rapido spopolamento cui lo “sviluppo” ha risposto, per altro senza successo, solo in funzione speculativa attraverso la cementificazione – anche in odore di ‘ndrine – di ampie porzioni del litorale ionico.

In questo contesto, nel 2004 viene eletto sindaco Domenico Lucano, che sviluppa un modello d’accoglienza “attivo” dei migranti, capace di rivitalizzare il morente tessuto socio-economico locale.

La ricetta del neo sindaco è dirompente nella propria semplicità: la declinazione assistenzialista dell’asilo ai migranti, a Riace è bandita, così come la gestione mediata dalle necessità di profitto delle cooperative del terzo settore.

Il pubblico, nella visione di Mimì Capatosta – soprannome di Lucano – non abdica al proprio ruolo, anzi lo rivendica per rilanciare il territorio che amministra.

Con i fondi che il comune riceve aderendo al programma Sprar, l’amministrazione Lucano consente ai migranti (i primi, una comunità curda, hanno raggiunto Riace nell’ormai lontano 1998) di recuperare gli stabili abbandonati del centro storico che poi abiteranno.

L’opera di ripopolamento, consente la riapertura della scuola e la rinascita delle piccole attività commerciali locali cui se ne aggiungeranno di nuove gestite in prima persona dai migranti.

Il rinnovato spirito di comunità che l’amministrazione Lucano ha saputo ricostruire a Riace è testimoniato dal fatto che la rinascita del borgo è dato strutturale e non transitorio in quanto, con il trascorrere degli anni, una quota consistente di coloro erano stati accolti nel paese come profughi, decide di prendervi fissa dimora.

L’anomalia del modello Riace non si ferma tuttavia ai soli risultati d’inclusione sociale, ma spazia anche nell’universo economico.

Lucano, infatti, per far fronte ai ritardi nell’erogazione dei fondi Sprar al comune, piuttosto che rivolgersi all’intermediazione bancaria, s’inventa una moneta parallela all’Euro che consente all’amministrazione di:

– non intaccare la capacità di spesa delle casse comunali con gli oneri bancari derivanti dall’apertura di una linea di credito;

– evitare il blocco dell’economia cittadina garantendo la convertibilità con l’euro a tasso fisso;

-rinsaldare ulteriormente la coesione sociale generata dal proprio modello in quanto la comunità riconosce abitualmente nei propri scambi la nuova valuta perché emessa da un soggetto, il comune, identificato univocamente come affidabile.

Mimmo Lucano non è più Sindaco di Riace. La sua amministrazione è stata decapitata d’ufficio da una sentenza giudiziaria. Lucano non può nemmeno più risiedere nel Comune di Riace.

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