La memoria antifascista di cui non abbiamo bisogno

Lunedì 8 luglio, Esaote Spa insieme a GHT Spa, Anpi provinciale ed esponenti delle istituzioni hanno officiato la cerimonia per il ricollocamento della stele a memoria dei partigiani di Ansaldo San Giorgio, all’interno degli spazi di Great Campus.

Eretto nel 1953 nello stabilimento Ansaldo di Via Siffredi, a Sestri Ponenti, il monumento ai caduti è stato realizzato dall’azienda in collaborazione con le organizzazioni sindacali.

La strategia neo corporativa o consociativista, viene da molto lontano, ed è sostanzialmente per rilanciarla in tempi di crisi senza fine che, a nostro avviso, viene riproposta in forma solenne da tutte le “parti sociali”. Da troppi anni infatti l’antifascismo, tanto nelle istituzioni quanto, ahìnoi, nella società, è vissuto come momento didascalico, ai limiti del contemplativo. Oppure, nella migliore delle ipotesi, si connota come contrapposizione fisica a quei fascisti che escono alla spicciolata dai tombini per accreditare la propria esistenza agli occhi dei media, a fronte di un radicamento sociale riscontrabile giusto in qualche pub o barber shop dei quartieri gentrificati delle nostre metropoli.

L’evento organizzato nella mattinata di lunedì, s’inserisce a pieno titolo nel filone autocelebrativo poc’anzi accennato con una piccola, ma importante, variazione: l’essere ad uso e consumo d’interessi privatissimi.

Il parco scientifico-tecnologico che sta faticosamente prendendo forma sull’ex area stoccaggio container di Spinelli, a cavallo tra i quartieri di Sestri Ponente e Cornigliano, infatti, è l’ultima operazione in cui il profitto di nuovi e vecchi padroni è sostenuto lautamente dal pubblico, in una città, tra le altre cose, esangue sotto ogni punto di vista: economico, demografico, infrastrutturale.

Nell’orazione introduttiva alla cerimonia tenuta da Claudio Castellano, ex AD di Esaote, la Resistenza è stata quindi narrata soltanto come lotta di liberazione della patria, una visione certamente veritiera, ma estremamente limitativa e diciamolo, di questi tempi, in vago sentore di sciovinismo.

Ma soprattutto, dal suo come dai successivi interventi, è stata del tutto espunta la profonda coscienza di classe attraverso cui la Resistenza, soprattutto a Genova, si è connotata . In una città in cui i lavoratori hanno imparato molto presto quanto l’intreccio tra repressione nazifascita e interessi dei padroni fosse pervasivo e indissolubile.

Ci appare quindi in tutta la sua forza la normalizzazione che, anche in questa occasione, la Resistenza suo malgrado subisce. Una normalizzazione costantemente sostenuta dai sindacati confederali, che mentre parlano di resistenza operaia che ha ispirato la “Repubblica fondata sul lavoro” prima e lo Statuto dei Lavoratori poi, rimuovono 30 anni di perdita di posti di lavoro e demolizione dei diritti dei lavoratori grazie alla deindustrializzazione selvaggia e al precariato che hanno funestato il sistema produttivo e i contratti applicati in questo paese.

Non è, quindi, di questa memoria che abbiamo bisogno. Non ci serve il ricordo accalorato (più dal sole rovente di quella mattina che da autentica passione democratica) di padroni e politici al loro servizio.
Ciò di cui abbiamo bisogno è ricostruire memoria e coscienza di classe, esigendo lavoro degno per tutti, ristabilendo l’ordine tra nemici e compagni di strada: i primi sono i padroni, di ogni risma e nazionalità; i secondi sono gli sfruttati indistintamente da provenienza, genere, cultura e colore della pelle.

 

 

 

 

 

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