Rodolfo Walsh: un militante rivoluzionario

Dopo una nostra breve introduzione, riportiamo per intero “Lettera Aperta di uno scrittore alla giunta Militare” e “Guevara” due tra i testi più importanti di Rodolfo Walsh.

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Buona Lettura

Rodolfo Walsh(1) è stato scrittore, giornalista e militante rivoluzionario argentino. Il 25 marzo del 1976, dopo due anni di clandestinità, fu ucciso a Buenos Aires dalle forze speciali della polizia e della marina militare. Il suo cadavere non è mai stato rinvenuto(2). Il giorno prima aveva scritto una lettera aperta alla Giunta Militare che non fu pubblicata per anni e che, solo al termine della dittatura, ricominciò a circolare. Fu proprio in quell’occasione che la polizia e i servizi del regime di Videla decisero di eliminare Walsh, probabilmente scoperto mentre cercava di far pervenire il suo testo alle redazioni giornalistiche internazionali.

Walsh è stato anche uno scrittore di racconti e romanzi polizieschi(3). La sua fama è però legata all’intervento politico e sociale, in gran parte consumato nel suo lavoro giornalistico.

Il più grande successo editoriale di Walsh è conosciuto nel mondo con il nome del reportage “Operazione Massacro”. Walsh viene infatti a conoscenza che, nella prima fase della dittatura del generale Aramburu(4), un gruppo di cittadini era stato prelevato da una abitazione nel quartiere Belgrano di Buenos Aires dalla polizia. L’operazione poliziesca avvenne mentre era in atto una rivolta in alcune caserme fedeli all’ex presidente Peròn appena destituito da un golpe militare dopo 10 anni di governo. I cittadini furono arrestati durante la visione di un incontro di boxe nella tarda serata, portati in un commissariato di polizia e successivamente giustiziati in una strada periferica nei pressi un campo incolto. L’operazione lascia però almeno un sopravvissuto che racconterà la storia a Rodolfo Walsh(5).

L’importanza di Walsh è anche legata alla fondazione dell’Agenzia Stampa Prensa Latina(6) all’Avana. Qui il giornalista argentino era giunto su indicazione di Ernesto Che Guevara. Alla fondazione dell’agenzia lavorano anche Jorge Masetti(7), Gabriel Garcia Marquez e, in parte, Ernest Hemingway. Le visite di Guevara a Prensa Latina saranno poi ricordate da Walsh in un breve racconto giornalistico dal titolo “Guevara”.

Durante la permanenza all’Avana, è proprio Walsh ad intercettare il telex dove gli Stati Uniti parlano dell’operazione alla Baia dei Porci. L’informazione viene subito passata al governo rivoluzionario che potrà quindi organizzare la Resistenza.

Tornato in Argentina, il ruolo di Walsh si sviluppa nella sinistra peronista durante la prima dittatura fino al breve ritorno di Peròn(8). Militante peronista di sinistra ha una figlia che viene uccisa durante un attentato di un commando dei montoneros avvenuto nel periodo successivo alla morte di Peròn(9). La dittatura militare di Videla che si instaura dopo il breve periodo di disordini a metà degli anni 70 cerca di porre fine al movimento rivoluzionario con torture ed uccisioni. Circa due anni dopo la morte della figlia, Walsh scrive la lettera che lo condannerà a morte. I testi di Walsh sono parzialmente editi in Italia grazie alla casa editrice la Nuova Frontiera. I testi che seguono sono tratti da “Il violento mestiere di scrivere” ed. La nuova Frontiera 2015.

Note all’introduzione

1) Nasce nel 1924 a Choele-Choel nella provincia del Rio Negro. Da una famiglia di origine irlandese.

2) Il 26 ottobre del 2011 vengono finalmente condannati molti agenti dei servizi e della Marina artefici delle torture durante la dittatura di Videla. Tra le accuse del tribunale anche il sequestro e la sparizione di Walsh. In attesa della sentenza, una folla fuori dal tribunale inalberava cartelli. Su alcuni di loro campeggiava la foto di Rodolfo Walsh.

3) “Variazioni in rosso” e “Per non parlare del morto” sono stati stato pubblicati recentemente per le edizioni Sur.

4) Il generale Aramburu fu tra coloro che guidarono l’Argentina durante il primo esilio di Peròn dopo il colpo di stato del 1955. Il governo di Peròn era durato per circa 10 anni. Sulla reale natura di Juan Domingo Peròn si sono consumati fiumi di inchiostro. Per alcuni un epigono del corporativismo reazionario, per altri un leader rivoluzionario. Peròn ritorna al potere nel 1973 ma muore poco dopo. Seguiranno alcuni governi di transizione in cui avverrà la lotta per il potere tra i gruppi rivoluzionari e il peronismo di sinistra contro la destra che si rifaceva comunque alla figura di Peròn. Fino all’instaurazione della giunta militare di Videla. Su questi argomenti è possibile avere parecchie informazioni anche in “La ragione populista” di Ernesto Laclau (dove viene analizzato Peròn come esempio di leader populista con un gran numero di informazioni di prima mano vista la militanza giovanile di Laclau in un gruppo rivoluzionario argentino) e nel recente “ERP, la linea del fuoco, l’Argentina da Peròn alla lotta armata” di Manolo Morlacchi ed. Mimesis. In quest’ultimo testo Rodolfo Walsh viene indicato tra i fondatori delle FAP (Forze armate peroniste).

5) Rodolfo Walsh, Operazione Massacro, ed. La Nuova Frontiera 2017. In realtà i sopravvissuti alla strage furono almeno due. Il generale Aramburu fu giustiziato da un attentato dei Montoneros nel 1970. Pare che l’operazione fu concordata all’interno della CGTA (sindacato peronista di sinistra). Nella rivendicazione dell’attentato si faceva riferimento al “giuda” protagonista e mandante del massacro raccontato da Rodolfo Walsh nella sua inchiesta.

6) L’agenzia Prensa Latina (https://it.wikipedia.org/wiki/Prensa_Latina) è ancora oggi attiva con uffici in più di 40 diversi stati (https://www.prensa-latina.cu/).

7) Jorge Masetti era un giornalista italo argentino stretto collaboratore di Ernesto Che Guevara. Tornato in Argentina divenne tra i capi del peronismo di sinistra favorendo anche la conoscenza e la corrispondenza tra il Che e Peròn. Sparì misteriosamente nel 1964.

8) La seconda presidenza di Peròn inizia nel 1972 quando ritorna in patria. Al suo arrivo i montoneros lo accolgono con una grande manifestazione ma l’esercito spara sulla folla. Vi è un lungo periodo di incertezza in cui i montoneros (a cui Peròn aveva dato sostegno durante l’esilio) provano a forzare una situazione in cui però è lo stesso Peròn a sostenere la destra anticomunista. Poco tempo dopo il presidente, appena rieletto, muore lasciando il potere in balia dei militari e degli anticomunisti fino al golpe militare di Videla.

9) La figlia di Walsh, Wiki, muore a 27 anni in battaglia nel settembre del 1976 assieme ad altri 4 compagni sorpresi dalla polizia nel loro covo.

Di seguito una serie di foto: Rodolfo Walsh a Prensa Latina, Jorge Masetti

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Lettera aperta di uno scrittore alla giunta militare

1. La censura della stampa, la persecuzione degli intellettuali, la demolizione della mia casa a Tigre, l’omicidio di amici cari e la perdita di una figlia che è morì combattevi sono alcuni dei fatti che mi costringono a questa forma di espressione clandestina dopo di aver opinato liberamente come scrittore e giornalista per quasi trent’anni.

Il primo anniversario di questa Giunta militare è stata l’occasione per fare un bilancio della condotta del governo nei documenti e discorsi ufficiali in cui, quelli che voi chiamate risultati sono errori, quelli che riconoscete come errori sono crimini e ciò che omettete sono calamità.
Il 24 marzo 1976 avete rovesciato il governo di cui facevate parte, che avete contribuito a screditare in quanto esecutori della sua politica repressiva e la cui fine era ormai segnata dalle elezioni convocate nove mesi più tardi. In questa prospettiva quello che avete liquidato non è stato il mandato transitorio di Isabel Martínez ma la possibilità di un processo democratico con cui il popolo potesse rimediare ai mali che voi continuate a perpetrare e ad aggravare.
Illegittimo per la sua origine, il governo che voi esercitate è riuscito a legittimarsi nei fatti recuperando il programma su cui si trovò d’accordo alle elezioni del 1973 l’ottanta per cento degli argentini e che è ancora in piedi come oggettiva espressione della volontà del popolo, unico significato possibile di quel “essere nazionale” che voi invocate continuamente.
Invertendo quel cammino avete restaurato la corrente di idee e di interessi delle minoranze sconfitte che strozzano lo sviluppo delle forze produttive, sfruttano il popolo e disgregano la Nazione. Solo una politica di tal fatta può imporsi provvisoriamente proibendo i partiti, controllando i sindacati, imbavagliando la stampa e seminando il terrore più profondo che la società argentina abbia mai conosciuto.

2. Quindicimila dispersi, diecimila prigionieri, quattromila morti, decine di migliaia di esuli sono la nuda cifra di questo terrore.

Colmate le carceri ordinarie, avete creato nelle principali guarnigioni del paese virtuali campi di concentramento dove non può entrare nessun giudice, avvocato, giornalista, osservatore internazionale. Il segreto militare sulle procedure, invocato come necessario per le indagini, trasforma la maggior parte delle detenzioni in sequestri che permettono la tortura senza limiti e le fucilazioni senza processo. (1)

Più di settemila ricorsi di hábeas corpus sono stati negati nell’ultimo anno. In moltissimi altri casi di sparizione il ricorso non è nemmeno stato presentato perché si conosce in anticipo la sua inutilità oppure perché non si trova un avvocato che osi presentarlo dopo che i cinquanta o sessanta che lo avevano fatto sono stati a loro volta sequestrati.

In questo modo avete strappato alla tortura il suo limite di tempo. Dal momento che il detenuto non esiste non c’è possibilità di presentarlo al giudice entro dieci giorni, secondo ciò che comanda la legge che fu rispettata perfino nei culmini repressivi di precedenti dittature.
La mancanza di limite nel tempo si è aggiunta la mancanza di limite nei metodi, retrocedendo a epoche in cui si interveniva direttamente sulle articolazioni e sulle viscere delle vittime, adesso con mezzi chirurgici e farmacologici di cui non disponevano gli antichi boia. La ruota, il tornio, lo scorticamento da vivi, la sega degli inquisitori medievali ricompaiono, riattualizzate insieme alla
picana al “sottomarino” e alla fiamma ossidrica.(2)

Attraverso ulteriori concessioni all’ovvio che il fine di sterminare la guerriglia giustifichi qualsiasi mezzo da voi usato, siete arrivati alla tortura assoluta, atemporale, metafisica nella misura in cui il fine originario di ottenere informazioni si è smarrito nelle menti perturbate che la amministrano per cedere all’impulso di schiacciare la sostanza umano fino a spezzarla e fargli perdere la dignità, già persa dal boia e che voi stessi avete perso.

3. Il divieto di questa Giunta di pubblicare i nomi dei prigionieri serve in realtà come copertura alla sistematica esecuzione di ostaggi in luoghi isolati alle prime luci dell’alba con la scusa di violenti combattimenti e immaginari tentativi di fuga.

Estremisti che distribuiscono volantini in campagna, dipingono i canali o si ammassano in veicoli che prendono fuoco sono gli stereotipi di un copione che non è fatto per essere creduto ma per deridere le reazioni internazionali davanti a esecuzioni in piena regola, mentre nel paese si sottolinea il carattere delle rappresaglie dei militari, scatenate negli stessi luoghi e negli stessi momenti delle azioni della guerriglia.

Settanta fucilati dopo la bomba alla Sicurezza federale, 55 per rispondere all’esplosione del dipartimento di polizia di La Plata, 30 per l’attentato al Ministero della difesa, 40 nel Massacro dell’Anno Nuovo a seguito della morte del colonnello Castellanos, 19 dopo l’esplosione che ha distrutto il commissariato di Ciudadela sono alcune delle 1.200 esecuzioni nei 300 presunti combattimenti in cui l’altra parte non ebbe nessun ferito e le forze al vostro comando non contarono nessun morto.
Depositari di una colpa collettiva abolita nelle norme giuridiche civilizzate, incapaci di influire sulla politica che detta i principi a causa dei quali sono vittime di rappresaglie, molti di questi ostaggi sono delegati sindacali, intellettuali, parenti dei guerriglieri, oppositori non armati, semplici sospettati che vengono uccisi per riequilibrare la bilancia dei caduti secondo la dottrina straniera del “conta-cadaveri” che le SS usarono nei paesi occupati e gli invasori in Vietnam.
L’uccisione di guerriglieri feriti o catturati in scontri reali è anch’essa una evidenza che sorge dai comunicati  militari che in un anno hanno attribuito alla guerriglia 600 morti e soltanto dieci o quindici feriti, proporzioni sconosciute persino ai conflitti più cruenti. Questo dato è confermato da un’indagine di un giornale clandestino il quale rivela che tra il 18 dicembre 1976 e il 3 febbraio 1977, in 40 azioni effettive, le forze regolari hanno avuto 23 morti e la guerriglia 63 .

Più di cento reclusi sono stati giustiziati allo stesso modo, in tentatavi di fuga, e il rapporto ufficiale non è stato fatto perché sembri verosimile ma per avvertire la guerriglia e i partiti del fatto che i prigionieri ufficiali sono la risorsa strategica di cui dispongono i Comandanti del Corpo per le rappresaglie, a seconda di come si siano svolti i combattimenti, della convenienza didattica o dell’umore del momento.
In questo modo sono state concesse le onorificenze al generale Benjamín Menéndez, capo del Terzo Corpo dell’Esercito, prima del 24 marzo con l’uccisione di Marcos Osatinsky, detenuto a Córdoba, e dopo con la morte di Hugo Vaca Narvaja e altri cinquanta prigionieri nelle diverse applicazioni della legge sulla fuga, esercitata senza pietà e raccontata senza pudore. (3)

L’assassinio di Dardo Cabo, detenuto nell’aprile del 1975, fucilato il 6 gennaio 1977 insieme ad altri sette detenuti sotto la giurisdizione del Primo Corpo dell’Esercito comandato dal generale Suárez Masson, rivela che questo episodio non è un eccesso di qualche centurione allucinato ma è stato da voi stessi pianificato politicamente nei vostri stati maggiori, discusso nelle vostre riunioni di gabinetto, da voi imposta ai comandanti in capo della Terza Armada, e da voi approvata in quanto membri della giunta governativa.

4 . Tra le millecinquecento e le tremila persone sono state massacrate in segreto in seguito al vostro divieto di dare notizia dei ritrovamenti di cadaveri che in alcuni casi hanno trasceso, senza dubbio, per coinvolgere anche altri paesi, per la portata genocida o per lo spavento provocato tra le vostre stesse forze. (4)

Venticinque corpi mutilati riemersero tra il marzo e l’ottobre 1976 sulle coste uruguaiane, piccola parte, chissà, del carico dei torturati a morte nella Scuola di Meccanica della Marina, affogati nel Río de la Plata da navi della stessa forza armata, incluso il ragazzo di 15 anni, Floreal Avellaneda, legato mani e piedi “con ferite nella regione anale e visibili fratture” secondo l’autopsia.

Nell’agosto del 1976 un cittadino scoprì un vero e proprio cimitero lacustre mentre faceva immersioni nel lago San Roque a Córdoba, si presentò in caserma dove non accolsero la sua denuncia, la inviò ai giornali che non la pubblicarono .
Trentaquattro cadaveri a Buenos Aires tra il 3 e il 9 aprile del 1976, otto a San Telmo il 4 luglio, dieci nel Río Luján il 9 ottobre, fanno da cornice ai massacri del 20 agosto che contano 30 morti a 15 kilometri da Campo de Mayo e 17 a Lomas de Zamora.

In questi enunciati si dissolve la finzione dell’esistenza di bande di destra, presunte eredi della “Tripla A” di López Rega , capaci di riempire di morti il Rio de la Plata, gettar prigionieri in mare dai velivoli della Prima Brigata Aerea , senza che ne siano informati il generale Videla, l’ammiraglio Massera o il brigadiere Agosti.
Oggi la “Tripla A” sono le Tre Armi (esercito, marina, aviazione N. d. T.) e la Giunta che voi presiedete non è l’ago della bilancia tra “violenza di segni diversi” né l’arbitro tra “due terrorismi” ma la fonte stessa del terrore che ha perso di vista la rotta e può solo balbettare il discorso della morte. (5)

La stessa continuità storica collega l’omicidio del generale Carlos Prats, durante il vecchio governo, al sequestro e alla morte del generale Juan José Torres, di Zelmar Michelini, di Héctor Gutiérrez Ruíz e di decine di rifugiati politici, con i quali si è voluta eliminare la possibilità di processi democratici in Cile, Bolivia e Uruguay.(6)

La sicura partecipazione in questi crimini del Dipartimento degli Affari Esteri della polizia federale, comandato dagli ufficiali diplomati dalla Cia attraverso l’AID, come i commissari Juan Gattei y Antonio Gettor, entrambi sottoposti all’autorità di Mr. Gardener Hathaway, Station Chief della CIA in Argentina, è foriera di future rivelazioni come quelle che oggi scuotono la comunità internazionale, che non dovranno essere insabbiate nemmeno quando verranno chiariti i ruoli di questa agenzia e delle alte cariche dell’Esercito, a partire dal generale Menéndez, e la creazione della Logia Libertadores de América, la quale rimpiazzò la “Tripla A” fino a quando il suo ruolo globale non fu assunto da questa Giunta in nome delle “Tre Armi”.
Questo scenario di sterminio non esclude nemmeno il regolamento di conti personali come l’assassinio del capitano Horacio Gándara che da dieci anni indagava sulle malversazioni delle alte cariche della Marina, o del giornalista di “Prensa Libre” Horacio Novillo, pugnalato e bruciato, dopo che questo giornale aveva denunciato i legami del ministro Martínez de Hoz con i monopoli internazionali.

Alla luce di questi episodi acquista il suo significato ultimo la definizione di guerra pronunciata da uno dei vostri capi: «la lotta che portiamo avanti non conosce né limiti morali né naturali, si realizza al di là del bene e del male.» (7)

5 . Questi fatti, che scuotono le coscienze del mondo civile, non sono tuttavia quelli che hanno causato maggiore sofferenza al popolo argentino né sono le peggiori violazioni dei diritti umani in cui siete incorsi. È nella politica economica di questo governo che va ricercata non solo la spiegazione dei vostri crimini, ma una crudeltà ancora più grande che punisce milioni di esseri umani con la miseria pianificata.
In un anno avete ridotto il salario reale dei lavoratori del 40%, diminuito la loro partecipazione alle entrate nazionali del 30%, aumentato da 6 a 18 le ore di una giornata lavorativa di cui un operaio ha bisogno per pagare le spese familiari , risuscitando così forme di lavoro forzato che non esistono più nemmeno nelle ultime colonie.

Congelando i salari a colpi di fucile e alzando i prezzi sulle punte delle baionette, abolendo tutte le forme di protesta collettiva, proibendo assemblee e commissioni interne, prolungando gli orari, portando il tasso di disoccupazione alla cifra record del 9% e promettendo di aumentarla con 300.000 nuovi licenziamenti, avete fatto retrocedere le relazioni industriali all’inizio dell’era industriale e quando i lavoratori che protestavano venivano qualificati come sovversivi, sequestrando gruppi intere di delegazioni sindacali che in alcuni casi riapparirono morti, e in altri ancora non apparirono più .
I risultati di questa politica sono stati fulminanti. In questo primo anno di governo il consumo alimentare è diminuito del 40%, quello di vestiario del 50%, quello di medicinali è praticamente scomparso tra le classi popolari. Ci sono zone di Buenos Aires e dintorni dove la mortalità infantile supera il 30%, cifra che ci accomuna alla Rhodesia, al Dahomey o alla Guayana; ci sono malattie come la diarrea estiva, la parassitosi e perfino la rabbia le cui cifre raggiungono livelli da rimato mondiale o lo superano. Come se fossero obiettivi desiderati o da raggiungere, avete ridotto i fondi per la sanità pubblica a meno di un terzo delle spese militari, abolendo addirittura gli ospedali gratuiti mentre centinaia di medici, professionisti e tecnici si aggiungono all’esodo provocato dal terrore, dai salari bassi o dalla “razionalizzazione”.
Basta camminare qualche ora nei dintorni di Buenos Aires per rendersi conto della rapidità con cui una simile politica li ha trasformati in una baraccopoli di dieci milioni di abitanti. Città a corto di elettricità, interi quartieri senz’acqua perché le industrie del monopolio saccheggiano le falde acquifere sotterranee, migliaia di strade diventate un’unica buca perché voi pavimentate solo i quartieri militari e adornate Plaza de Mayo, le spiagge del fiume più grande del mondo inquinate perché i soci del ministro Martínez de Hoz vi scaricano i loro rifiuti industriali, e l’unica misura governativa che avete preso è stata proibire alla gente di farci il bagno.

Nemmeno nelle mete astratte dell’economia, quelli che di solito chiamate “il paese reale”, siete stati più fortunati. Una riduzione del prodotto interno lordo che sfiora il 3%, un debito estero che raggiunge i 600 dollari per abitante, un’inflazione annuale del 400%, un aumento del denaro circolante che è arrivato nel giro di una sola settimana di dicembre al 9%, un abbassamento del 13% nell’investimento estero costituiscono altrettanti primati mondiali, frutto raro di una fredda volontà e di una stolta idiozia.

Mentre tutte le funzioni creative e protettrici dello Stato si atrofizzano fino a dissolversi in pura anemia, una sola cresce e diventa autonoma. Milleottocento milioni di dollari che equivalgono alla metà delle esportazioni argentine stanziati per la Sicurezza e la Difesa nel 1977, quattromila nuovi posti di agenti nella Polizia Federale, dodicimila nella provincia di Buenos Aires con salari che sono il doppio di quelli di un operaio industriale e il triplo di quelli del preside di una scuola, mentre in segreto, a partire da febbraio, si aumentano del 120% gli stipendi dei militari, sono la prova che non c’è immobilità né disoccupazione nel regno della tortura e della morte, unico settore dell’attività argentina dove il prodotto cresce e dove la quotazione di un guerrigliero abbattuto sale più rapidamente del dollaro.

6 . Dettata dal Fondo Monetario Internazionale secondo una ricetta che si applica indistintamente allo Zaire o al Cile, all’Uruguay o all’Indonesia, la politica di questa Giunta riconosce come unica beneficiaria solo la vecchia oligarchia degli allevatori, la nuova oligarchia speculatrice e un gruppo selezionato di monopoli internazionali capeggiati dalla ITT, la Esso, l’industria automobilistica, la U.S. Steel, la Siemens, ai quali sono legati personalmente il ministro Martínez de Hoz e tutti i membri del suo gabinetto.

Un aumento del 722% dei prezzi della produzione animale nel 1976 definisce l’enormità della restaurazione oligarchica intrapresa da Martínez de Hoz in concomitanza con il credo della Società Rurale esposto dal suo presidente Celedonio Pereda: «Soncerta che alcuni gruppi piccoli ma attivi continuino ad insistere affinché gli alimenti siano a buon mercato .»
Lo spettacolo di una Borsa economica dove in una settimana è stato possibile per alcuni guadagnare senza lavorare il cento e il duecento per cento, dove ci sono imprese che dalla sera alla mattina hanno raddoppiato il proprio capitale senza produrre più di prima, la roulette della speculazione in dollari, cambiali, valori acquistabili, l’usura semplice già che calcola gli interessi all’ora, sono eventi davvero curiosi per un governo che doveva farla finita con il
“festino dei corrotti”.
Privatizzando le banche avete messo i risparmi e il credito nazionale nelle mani delle banche straniere, indennizzando la ITT e la Siemens avete premiato le imprese che hanno truffato lo Stato, restituendo le stazioni di servizio avete aumentato i profitti della Shell e della Esso, abbassando le tariffe doganali avete creato posti di lavoro ad Hong Kong o a Singapore e disoccupazione in Argentina. Considerando nell’insieme questi fatti occorre chiedersi chi sono i senza patria dei comunicati ufficiali, dove sono i mercenari al servizio degli interessi stranieri, qual è l’ideologia che minaccia la nazione.
Se un’opprimente propaganda, riflesso deforme di crudeli avvenimenti, non facesse credere che questa Giunta cerca la pace, che il generale Videla difende i diritti umani o che l’ammiraglio Massera ama la vita, occorrerebbe chiedere ai Signori comandanti in capo delle Tre Armi di riflettere sul baratro in cui stanno trascinando il paese dopo l’illusione di vincere una guerra che, anche se l’ultimo guerrigliero venisse ucciso, ricomincerebbe di nuovo sotto nuove forme perché le cause che da più di vent’anni muovono la resistenza del popolo argentino non sarebbero scomparse ma aggravate dal ricordo della strage subita e della presa di coscienza di tutte le atrocità commesse.

Queste sono le riflessioni che nel primo anniversario del vostro nefasto governo ho voluto far arrivare ai membri di questa Giunta, senza aspettarmi di essere ascoltato e con la certezza di essere perseguitato ma rimanendo fedele alla promessa fatta molti anni fa di rendere la mia testimonianza nei momenti difficili.

Note al testo

1) Dal gennaio del 1977 la Giunta ha iniziato a pubblicare liste incomplete di nuovi detenuti e di “liberati” che nella maggior parte dei casi non sono altro che imputati che smettono di essere a loro disposizione ma continuano a essere prigionieri. I nomi di migliaia di prigionieri sono ancora un segreto militare e le procedure per la loro tortura e successiva fucilazione rimangono intatte.

2) Il dirigente peronista Jorge Lizaso fu scorticato vivo, l’ex deputato radicale Mario Amaya fu ucciso a bastonate, l’ex deputato Muñiz Barreto ucciso con un colpo alla nuca. La testimonianza di una sopravvissuta: «Picana su braccia, mani, cosce, vicino alla bocca ogni volta che piangevo o pregavo… ogni venti minuti aprivano la porta e mi dicevano che mi avrebbero fatta a pezzi con la sega elettrica che si udiva».

3) Una versione reale appare nella lettera dei detenuti del Carcere di Encausados al vescovo di Córdoba, monsignor Primatesta: «Il 17 maggio sei compagni vengono allontanati con la scusa di essere portati in infermeria per poi essere fucilati. Si tratta di Miguel Angel Mosse, José Svagusa, Diana Fidelman, Luis Verón, Ricardo Yung e Eduardo Hernández, la cui morte per tentata fuga è resa nota dal Terzo Corpo dell’Esercito. Il 29 maggio vengono allontanati José Pucheta e Carlos Sgadurra. Quest’ultimo era stato percosso a tal punto da non riuscire a reggersi in piedi a causa di fratture agli arti. In seguito compaiono anche loro come fucilati per un tentativo di fuga».

4) Durante i primi 15 giorni di governo militare furono ritrovati 63 cadaveri, secondo i giornali. Una proiezione annuale parla di 1500. La stima che si sia arrivati al doppio si basa sull’incompletezza dell’informazione giornalistica a partire dal gennaio 1976 e sull’aumento generale della repressione dopo il golpe. Una stima globale attendibile delle morti avvenute per mano della Giunta è la seguente. Morti negli scontri: 600. Fucilati 1300. Esecuzioni segrete: 2000. Altri tipi: 100. Totale 4.000.

5) Il cancelliere viceammiraglio Guzzeti in un reportage pubblicato da “La Opinión” il 3-10-‘76 ammette che “il terrorismo di destra non è nient’altro” che “un anticorpo”.
6) Il generale Prats, ultimo ministro della difesa del presidente Allende, morto a causa di una bomba nel settembre del 1974. I corpi degli ex parlamentari uruguayani Michelini e Gutiérrez Ruíz apparvero crivellati il 2-5-76. Il cadavere del generale Torres ex presidente della Bolivia apparve il 2-6-76 dopo che il ministro degli Interni e l’ex capo della Polizia di Isabel Martínez, il generale Harguindeguy lo avevano accusato di “simulare” il proprio sequestro.
7) Il tenente colonnello Hugo Ildebrando Pascarelli secondo “La Razón” del 12-6-76. Capo del gruppo d’Artiglieria di Ciudadela, Pascarelli è il presunto responsabile di 33 fucilazioni tra il 5 gennaio e il 3 febbraio del 1977.

Guevara

Per chi suona la campana? Suona per noi. Non riesco a pensare a Guevara, da questa lugubre primavera di Buenos Aires, senza pensare anche a Hemingway, a Camilo, a Masetti, a Fabricio Ojeda, a tutte quelle meravigliose persone che si trovavano all’Avana o che passarono di lì nel ’59 e nel ’60. La nostalgia si traduce in un rosario di morti e mi vergogno un po’ a stare qui seduto davanti alla macchina da scrivere, pur sapendo che anche questo è una sorta di destino, come se ci si potesse consolare all’idea che sia un destino utile a qualcosa.

Rivedo Camilo, una domenica mattina, che vola basso su un elicottero sopra la spiaggia di Coney Island, si sporge e ride a crepapelle e la folla sotto che si diverte con lui. Sento il vecchio Hemingway, all’aeroporto di Rancho Boyeros, dire queste parole quasi definitive: «Vinceremo, noi cubani vinceremo». E davanti al mio stupore: « I’m not a yankee, you know».

Rivedo continuamente Masetti nelle notti di Prensa Latina, quando bevevamo mate e ascoltavamo tango, ma il tema ricorrente era quella rivoluzione così indispensabile, anche se oggi sembra così dura, così vestita del sangue delle persone che abbiamo ammirato o semplicemente amato.

A Prensa Latina non sapevamo mai quando sarebbe arrivato il Che, capitava lì senza annunciarsi e l’unico segno della sua presenza nell’edificio erano due contadini con la gloriosa divisa della sierra e la mitraglietta spianata, uno si piazzava accanto all’ascensore, l’altro davanti allo studio di Masetti. Non so bene perché, ma davano l’impressione che avrebbero dato la vita per Guevara e che quando fosse successo, non sarebbe stato facile.

Molti sono stati più fortunati di me e hanno parlato a lungo con Guevara. Sebbene non fosse impossibile e nemmeno tanto difficile, io mi sono limitato ad ascoltarlo, due o tre volte, mentre parlava con Masetti. Avrei voluto fare delle domande ma non mi andava di interromperlo o forse le domande trovavano risposta prima che le formulassi. Lo ascoltavo raccontare ciò che aveva provato l’unica volta che aveva visto Frank País: solo ora posso puntualizzare che i suoi occhi mostravano immediatamente un uomo posseduto da una causa e che quell’uomo era un essere superiore. Io leggevo i suoi articoli su Verde Olivo, lo ascoltavo in TV: sembrava abbastanza, perché Che Guevara era un uomo coerente. I suoi scritti parlavano con la sua voce, e la sua voce era la stessa su carta o tra due mate in quell’ufficio del Retiro Médico. Credo che gli abitanti dell’Avana ci abbiano messo un po’ ad abituarsi a lui, al suo carattere freddo e scostante, così porteño, che doveva sembrare loro come un acquazzone. Quando l’hanno capito, è diventato uno degli uomini più amati di Cuba.

Era la prima vittima del suo stesso carattere. Che io ricordi, nessun comandante militare, nessun generale, nessun condottiero ha mai descritto sé stesso mentre fugge in due occasioni. Durante la battaglia di Bueycito, quando gli si bloccò la mitragliatrice davanti a un soldato nemico che gli sparava da vicino, raccontava: «Il mio ruolo in quella battaglia è stato scarso e per nulla eroico, dato che i pochi colpi li ho affrontati con la parte posteriore del corpo». E riferendosi all’imboscata di Altos de Espinosa: «In quello scontro, non ho fatto altro che una “ritirata strategica”, a tutta velocità». Esagerava, tutti sapevano quello che ha appena ricordato Fidel: che era difficile portarlo via dai luoghi di maggior pericolo. Controllava la sua vanità proprio come domava l’asma. In questa rinuncia alle passioni estreme, c’era il germe dell’uomo nuovo di cui parlava.

Guevara non si presentava come un eroe; o almeno, poteva essere un eroe alla portata di tutti. Ma, ovviamente, per gli altri non era così. La sua statura morale era spiazzante: a volte era più facile rinunciare che seguirlo, e lo stesso avveniva con Fidel e con la gente della Sierra. Questo poteva metterci in crisi, e questa crisi acquista ora la sua forma definitiva, dopo i fatti in Bolivia.

In parole povere: per molti di noi è difficile rifuggire la vergogna, non di essere vivi – perché non è il desiderio di morire, ma il suo contrario, la forza della rivoluzione – ma che Guevara sia morto con così pochi intorno a lui. È vero, non sapevamo, ufficialmente non sapevamo niente, ma alcuni di noi sospettavano, temevano. Siamo stati lenti, colpevoli? Inutile discuterne ora, ma questo sentimento che descrivo rimane, almeno per me, e forse sarà un nuovo punto di partenza. L’agente della CIA che secondo l’agenzia Reuters a Valle Grande ha affrontato un centinaio di giornalisti che pretendevano di vedere il cadavere, ha detto questa frase: «Awright, get the hell out of here». Questa frase, con il suo segno, la sua impronta, il suo marchio criminale, passerà alla storia. E anche la sua necessaria risposta: in questo continente qualcuno prima o poi se ne andrà al diavolo. E non sarà il ricordo del Che. Che ora si diffonde in centinaia di città consegnato al cammino di chi non l’ha conosciuto.

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