Massimiliano Di Giorgio: Il giornale-partito. Per una storia de il manifesto, Roma, Odradek, 2019, pp. 288, 22 euro

Recensione a cura di Sergio Dalmasso

Massimiliano Di Giorgio è giornalista e scrittore. Ha lavorato all’agenzia Reuters e all’”Unità”.

Questo libro nasce da una tesi di laurea, discussa nel 1990, la cui pubblicazione sarebbe dovuta avvenire l’anno successivo, in occasione del ventesimo anniversario del “giornale quotidiano” ed avviene invece oggi, a ridosso del cinquantesimo, in un contesto storico-politico totalmente cambiato. Sono scomparsi il PCI e l’URSS, le difficoltà investono anche la socialdemocrazia europea, la Cina, un tempo additata come esempio di nuovo socialismo contro quello sovietico “burocratizzato”, ha modificato radicalmente la propria fisionomia, la spinta operaia e studentesca si è dissolta, in un quadro politico di pseudo unità nazionale.

Di Giorgio periodizza la storia del “giornale partito” in quattro fasi:

    • quella “teorica”, dal 1962 al 1969, segnata dall’opposizione, per linee interne, nel PCI
    • quella “eroica”, dal 1969 al 1972, caratterizzata da ulteriori passaggi, da gruppo di pressione nel partito a semi organizzazione autonoma, dalla fondazione del giornale alla costruzione di una vera e propria formazione
    • quella storica dal 1972 al 1978, che va dalla sconfitta elettorale alla costruzione del PdUP per il comunismo alla scissione del 1977, con la formazione del “partito di Magri e Castellina”
    • l’ultima dal 1978 ad oggi, in cui “il manifesto” è quotidiano non identificato in una specifica formazione politica.

Il contesto è analizzato partendo da una frase di Luigi Pintor, fondatore del giornale:

Il Manifesto non è nato nel ’68, né col ’68-’69, né con l’uscita dal PCI…né nel ’71 col giornale…Il Manifesto e il suo discorso politico hanno la loro radice in una crisi storica del movimento comunista aperta da molti anni…un’espressione di questa crisi e un bisogno di rinnovamento del movimento operaio e della sinistra italiana…

Il racconto dei fatti passa in rassegna la morte di Togliatti, il conflitto al vertice del partito, il dissenso degli ingraiani e la loro sconfitta nel congresso del 1966, la diversa valutazione sul centro-sinistra, l’esplodere del movimento del ’68, legato anche al contesto internazionale (Cina, Vietnam, America latina…), la formazione di una “sinistra interna” al partito che, nella primavera del 1969, decide di dar vita ad una rivista.

Ancora, la radiazione nel novembre 1969, in un anno che segna l’incursione operaia sul salario e la redistribuzione del reddito, lo Statuto dei lavoratori, il fallimento dell’unificazione socialista, l’inizio della “strategia della tensione” con un ruolo precipuo di tanta parte degli apparati dello Stato (piazza Fontana e le tentazioni golpiste).

Elemento periodizzante sono le Tesi per il comunismo (1970), documento corposo e complessivo, cui il gruppo del Manifesto affida la speranza di aggregare le forze disperse della nuova sinistra. E’ proprio il fallimento di questa operazione a spingere verso uno strumento di intervento politico immediato, quale il quotidiano, vera novità editoriale che esce il 28 aprile 1971, nel giro di qualche tempo seguito da altri fogli dell’area della nuova sinistra (1972 “Lotta Continua”, 1974 “Il quotidiano dei lavoratori”, poi, per breve tempo, altri ancora).

E’ interessante la cronaca sulla nascita del giornale, il diario dei suoi primi giorni, del non facile rapporto tra un piccolo numero di giornalisti sperimentati e la redazione di giovanissimi (Gagliardi, Paissan, Armeni…) poi tutt* divenut* firme importanti.

Il testo segue le prime campagne, contro la possibile candidatura di Fanfani alla presidenza della repubblica, contro il “fucilatore Almirante”, riporta il difficile dibattito che porta alla presentazione elettorale alle politiche del 1972, con una complessiva sconfitta di tutte le formazioni esterne al PCI (Manifesto, MPL, “Servire il popolo”).

Più breve, anche se di grande interesse, è la sintetica appendice sul periodo 1972- 2019, di un “giornale senza identità”, uno dei pochi strumenti sopravvissuti, ad uno tsunami complessivo che ha coinvolto formazioni partitiche, riviste, associazioni, infrastrutture politiche. Il quotidiano ha superato crisi economiche gravi che ne hanno messo in forse l’esistenza, ha parzialmente modificato impostazione e referenti, oggi molto più “moderati” rispetto a quelli dei primi anni, ha spesso introdotto nel gergo giornalistico espressioni poi divenute usuali (Il pastore tedesco, Facciamoci del male, Baciare il rospo), divenendo voce autorevole nel panorama editoriale nazionale.

L’elenco dei direttori vede figure importanti della politica e della cultura: Pintor, Parlato, Castellina, Cini, Rossanda, Gagliardi, Paissan, Medici, Sullo, Barenghi, Ciotta, Polo, Rangeri.

E’ interessante la cronologia sinottica che lega le vicende del giornale a quelle complessive, nazionali e internazionali, a dimostrazione di come i fatti narrati non siano riducibili a quelli di un piccolo gruppo “frazionista”, di una “eresia comunista”, ma si intreccino con la vita politica e culturale di parte importante dell’Italia repubblicana.

Sergio Dalmasso

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