Amadeo Bordiga: Una presentazione, il fascismo e la guerra

Pietro BASSO, Amadeo Bordiga. Una presentazione, Milano, Punto rosso, 2021, pp.158

Giorgio AMICO, Bordiga, il fascismo e la guerra, Bolsena, Massari ed., 2021, pp. 240

A cura di Sergio Dalmasso

A partire dagli anni ’60, in particolare dalla monumentale Storia del PCI di Paolo Spriano, è ormai patrimonio comune il fatto che sia stato Amadeo Bordiga (e non la coppia Gramsci-Togliatti) il vero fondatore del PCd’I, a Livorno, nel 1921.

Sulla sua figura, dopo silenzi e calunnie durati decenni a cui replicavano le analisi iper minoritarie della Sinistra comunista o l’interessante e del tutto “controcorrente” Storia del PCI di Giorgio Galli e Fulvio Bellini, l’interesse è tornato, a fine anni ’50, per merito della pionieristica “Rivista storica del socialismo”, con gli studi di Stefano Merli sulle origini della direzione gramsciana del partito e di Luigi Cortesi e Andreina De Clementi su Bordiga stesso (cfr. Rosa ALCARA, La formazione e i primi anni del Partito comunista italiano nella storiografia marxista, Milano, Jaca book, 1970).

Quindi, oltre ai lavori critici di Luigi Cortesi, molto critico verso il filone Gramsci-Togliatti, nel 1971, Andreina De Clementi in Amedeo Bordiga (Torino, Einaudi) vede nel rivoluzionario napoletano le maggiori sintonie con l’esperienza bolscevica, Franco De Felice in Serrati, Bordiga, Gramsci e il problema della rivoluzione in Italia (Bari, De Donato) lo accusa di incapacità di intervenire attivamente nelle situazioni, di sottovalutare il ruolo delle masse rispetto a quello del partito.

Seguono altri studi: Franco Livorsi in Amadeo Bordiga (Roma, ed. Riuniti, 1976) nota la contraddizione tra la grande profondità analitica e l’incapacità di intervento politico; Liliana Grilli in Amadeo Bordiga: capitalismo sovietico e comunismo (Milano, La Pietra, 1982) analizza la riflessione teorica compiuta dopo il 1945, la demistificazione del carattere socialista dell’URSS e vede in lui il marxista più in anticipo sui tempi. Arturo Peregalli, purtroppo prematuramente scomparso e Sandro Saggioro tentano di stilare una bibliografia, particolarmente complessa- dato il fatto che gli articoli di Bordiga sono sempre anonimi- e studiano gli anni oscuri (1926/1945) di isolamento e ritiro dalla militanza politica. Sempre Saggioro in Nè con Truman né con Stalin. Storia del Partito comunista internazionalista-1942/1952- (Paderno Dugnano, Colibrì, 2010) analizza la storia della piccola formazione sino alla spaccatura tra l’ala di Maffi e Bordiga e quella di Onorato Damen. Sullo stesso tema scrive Dino Erba, Nascita e morte di un partito rivoluzionario (Milano, All’insegna del gatto rosso, 2012), mentre ancora Saggioro tratta del Partito comunista internazionale “Il programma comunista”, quello strettamente bordighiano, dal 1952 al 1982 (Paderno Dugnano, Colibrì, 2014).

Un lavoro complessivo di grande peso è quello curato da Luigi Cortesi, Amadeo Bordiga nella storia del comunismo (Napoli, ESI, 1999), atti di un convegno organizzato a Bologna nel 1996, con contributi anche diversi, in particolare sulla valutazione dell’ultimo Bordiga. Se Cortesi ne mette in luce le grandi qualità di dirigente nel primo dopoguerra, contrapposte al dogmatismo e alla sterilità del periodo successivo, Grilli e Di Matteo ne esaltano le capacità di lettura dell’economia sovietica e del Capitale.

Accuratissimo e forse addirittura eccessivo nella mole e nella documentazione è lo studio di Corrado Basile ed Alesssandro Leni. La biografia del dirigente comunista serve per ripercorrere tutta la vicenda del movimento operaio dall’inizio del ‘900 alla seconda guerra mondiale. La tesi centrale è critica: il comunista napoletano non ha superato i residui di massimalismo della Seconda Internazionale, non ha compreso la natura del fascismo ed applicato correttamente la tattica del Fronte unico.

A questa, troppo breve e sommaria, panoramica sulla pubblicistica si sono aggiunti recentemente due testi di diversa impostazione che ripropongono la discussione sul ruolo del comunista napoletano nel marxismo del ventesimo secolo e, in specifico, sugli anni che seguono l’emarginazione dal partito che ha fondato.

Pietro Basso pubblica in italiano l’introduzione alla prima antologia in inglese degli scritti di Bordiga, The science and passion of communism. Selected writings of Amadeo Bordiga (1912-1965). Basso rifiuta ogni canonizzazione del dirigente politico e lo inquadra nei movimenti collettivi che ha percorso: il socialismo napoletano di inizio secolo, la lotta contro il riformismo, il massimalismo, e la massoneria, la sinistra intransigente e poi astensionista del PSI, l’impegno per la scissione e la costruzione del PCd’I di cui è, nella prima fase, il massimo esponente, la Terza Internazionale in cui assume posizioni specifiche (sono note le sue polemiche con Lenin e Stalin e la critica leniniana nell’Estremismo), la presenza nella sinistra comunista, dopo l’espulsione, sino alla collaborazione con Programma comunista e gli ultimi lavori teorici.

L’autore riconosce i limiti nella semplificazione dei termini della lotta di classe, in uno schematismo eccessivo, nella sottovalutazione del ruolo delle masse nei processi sociali. A differenza della duttilità leniniana, Bordiga è rigido nell’applicazione della tattica, sempre predeterminata.

Nonostante questo, è uno dei più brillanti marxisti del ventesimo secolo, sia nella sua battaglia tra il 1912 e il 1926, quello del grande “assalto al cielo”, sia negli anni tra il 1945 e il 1966, che vede il totale rilancio del capitalismo con la completa espansione mondiale dei rapporti sociali mercantili e monetari.

Del tutto differente è il lavoro del savonese Giorgio Amico, già autore di studi su Arrigo Cervetto, su Guy Debord e più recentemente su Azione comunista, che affronta, iconoclasticamente, gli anni, dal 1926 al 1945, in cui Bordiga sembra “scomparire”. Nella bibliografia, curata da Peregalli e Saggioro, questi anni occupano tre pagine (su 250).

Bordiga è messo in minoranza nel partito, a partire dal 1924. Il congresso di Lione (1926) segna il cambio di maggioranza con l’affermazione di Gramsci e Togliatti, appoggiati da Mosca, che ottengono il 90% dei consensi.

Il comunista napoletano partecipa ancora all’Esecutivo allargato dell’Internazionale, quindi è arrestato, confinato ad Ustica insieme a Gramsci (la loro amicizia, al confino, sarà censurata nella prima edizione delle Lettere dal carcere). Dopo la fine del periodo di confino, tornato a Napoli, tenta di riprendere la professione, abbandonando completamente l’impegno politico e controllato, sino al ’34, strettamente dalla polizia, poi da confidenti.

A differenza di altri interpreti che tramandano il mito del rivoluzionario inflessibile, ma senza cadere nelle calunnie per troppo tempo veicolate (informatore o collaboratore della polizia, compromesso con il regime…), qui Amico coglie la debolezza e la caduta di Bordiga. A differenza di un Gramsci che, dal carcere, tenta di riflettere sui motivi della sconfitta e sulle vie della rivoluzione in occidente, il rivoluzionario napoletano vede nell’esaurirsi della spinta rivoluzionaria e nell’involuzione vissuta dall’URSS la fine totale della prospettiva vissuta dall’inizio della militanza socialista.

Torna pesantemente in lui una lettura meccanicista, fatalista della storia per cui occorre attendere il mutamento della fase politico-economico e a nulla valgono l’impegno e l’azione politica (il volontarismo). I rapporti di polizia che continuano ad essere forniti su di lui e che il testo di Amico riproduce parlano di una sua equazione tra fascismo e democrazia, di critica frontale alle formazioni antifasciste, rette da professionisti della politica che non hanno rotto con la vecchia politica bloccarda, sotto le ali protettrici della massoneria. Durissimi e impietosi sono anche i giudizi sui dirigenti comunisti e si militanti (fessi) che vengono processati.

Sembrano incredibili, in un teorico comunista così significativo, affermazioni di elogio per la guerra in Etiopia, condotta da un uomo che con la sua volontà ha piegato Ginevra e ha fatto cadere in polvere vecchi idoli: imperialismo, socialismo, comunismo e che è adorato dalle folle.

E’ questa debolezza, incompresa da molti suoi stessi seguaci che dall’esilio, in Francia e in Belgio tentano di mantenere iniziativa politica e organizzazione, quella che lo porta ad un atteggiamento di “neutralità” circa la guerra di Spagna e a portarlo, nel corso della seconda guerra mondiale a ritenere auspicabile una vittoria tedesca contro gli imperialismi inglese e francese (Cortesi parla di fantasia astratta). Ancor più grave è la tendenza di settori della sua area ad un riduzionismo, se non negazionismo, circa il genocidio messo in atto dai nazisti.

Fu il crollo non solo di un politico, ma di un uomo. Posto di fronte allo spettacolo terribile della storia che già a partire dai primi anni ’20 cambiava direzione di marcia, e di un sogno palingenetico di rivoluzione che si trasformava nell’incubo dello stalinismo, il suo disincanto fu devastante: una perdita d cui mai riuscì completamente a elaborare il lutto (p. 181).

Sergio Dalmasso

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