Il caso Ericsson e la politica

eri1Dopo una lungo periodo di lotta e mobilitazione, ai primi di agosto, si è conclusa con un nulla di fatto la vertenza dei lavoratori Ericsson. La società multinazionale ha incontrato i sindacati ma ha ribadito di voler procedere con il piano dei tagli che colpirà pesantemente anche la filiale di Genova. Si tratta di una vicenda di dismissione industriale che dura da anni e che ha colpito duramente i lavoratori nonostante le condizioni floride dei bilanci aziendali.

Nell’incontro di Roma, con la proprietà, i lavoratori si sono trovati privi di sponda politica. In settimane di durissima mobilitazione sembrava che la Regione Liguria e il Comune di Genova sostenessero i lavoratori ma, nel momento cruciale, tutte le parole sono state disperse dal vento della realtà.

Che i lavoratori avessero poco da fidarsi di Doria o di Toti era facile da prevedere. Questi personaggi non hanno mai mosso un dito per difendere fabbriche e lavoratori. Il loro curriculum e la loro azione negli anni precedenti parlano chiaro. Chi ha sostenuto leggi come il job’s act o le privatizzazioni non si trasforma per incanto in amico dei lavoratori. Eppure, la mancanza di uno straccio di sponda politica ha portato ancora una volta i lavoratori a doversi accontentare di promesse false. Ericsson ha sempre gestito la partita in collaborazione con il governo Renzi, con il PD, con la destra e con l’ignavia dei loro rappresentanti locali. Dopo aver brindato con il Governo ai propri profitti e ai propri successi ha deciso che incontrerà i lavoratori il 29 agosto, un giorno prima di procedere ai licenziamenti.

Non sta a noi esprimere un giudizio sulla lotta messa in campo dai lavoratori Ericsson (che è stata molto dura e coraggiosa) ma rimane il fatto che stiamo parlando dell’ennesima sconfitta annunciata. Esattamente come nel caso di altre vertenze cittadine (il caso Piaggio ne è l’emblema) emerge che senza una radicale inversione di prospettiva politica le lotte si scontrano contro muri invalicabili.

Oggi l’Italia non ha una politica industriale o, per meglio dire, si fa dettare tale politica da padroni e banche. Costoro fanno il bello e il cattivo tempo, chiudono le aziende e vanno all’estero per aumentare i profitti, dettano le riforme economiche e sociali e decidono chi sostenere politicamente per continuare a macinare profitti sulle spalle dei lavoratori.

Tutto ciò è conseguente alle politiche antidemocratiche e antisociali dell’Unione Europea a cui i politici di centrosinistra e centrodestra si adeguano per mantenere l’appoggio dei poteri del capitale.

La lotta sindacale, anche quando dura e continuata, si scontra con un sistema politico che può solo promettere cose che puntualmente non mantiene. Anche quando il sindacato fa il suo mestiere non trova nessuno che lo sostenga. Questa è una responsabilità della sinistra e dobbiamo assumerla fino in fondo.

Abbiamo cioè bisogno di rimettere in piedi una lotta politica per ribaltare la catena di comando sulle decisioni importanti. Se l’Italia avesse una politica industriale potrebbe salvare lavoro e aziende strappandole ai padroni che vogliono chiudere, chiudere i rubinetti dei finanziamenti ai padroni che pensano solo ai profitti, mettersi dunque al fianco dei lavoratori. E’ una responsabilità che dovrebbe partire dagli enti locali il cui governo è fondamentale per applicare le direttive dell’asse padroni-Unione Europea-governo centrale-governi locali. Basterebbe che tale catena si spezzasse almeno in un punto per avere maggiori possibilità di difendere chi lavora.

Tutto questo non verrà mai fatto da Doria, dal centrosinistra o dal centrodestra. Tutto questo è possibile solo se si rafforza una prospettiva di classe che con coraggio provi ad invertire la rotta.

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