Capitolo 4: la crisi del capitale

Continuiamo la pubblicazione a puntate del corso di formazione su Capitale e lavoro salariato. La parte quarta affronta il tema della crisi del capitale, studiandone il meccanismo generale e approfondendo il tema della caduta tendenziale del saggio di profitto, la crisi di sproporzione e la crisi di sovrapproduzione. Come al solito il corso si articola in slide interattive  e su un testo di accompagnamento che segue la schermata con le slide. Gli altri tre capitoli li trovate a questi link (capitolo 1 Filosofia e metodo, capitolo 2 I parametri del valore, capitolo 3 L’accumulazione del capitale). Il corso proseguirà con altri capitoli nei prossimi giorni. Ovviamente, il collettivo Genova City Strike è disponibile per incontri di formazione in presenza e on line sull’intero corso. Per contattarci scrivere a stellarossagenova@hotmail.com oppure al collettivo citystrike@inventati.org

 

Capitolo 4: La crisi del capitale

 

Nel sistema capitalista la crisi può essere generata da cause esterne al processo di accumulazione. Tali cause possono essere di tanti tipi, naturali, belliche, sanitarie. In generale queste cause esterne devono essere considerate correlate dialetticamente con il sistema di accumulazione. Una guerra o una pandemia hanno a che fare col sistema di accumulazione, non sono eventi indipendenti in maniera assoluta. Ma risultano, a prima vista, come eventi che si possono sviluppare indipendentemente. Le cause della crisi del capitale possono essere però anche direttamente intrinseche, cioè legate direttamente alle caratteristiche del modo di produzione.

Sezione 1) Meccanismi generali e crisi come risorsa

Nel modo di produzione capitalista la circolazione generale D-M-D’ impone la differenza tra il denaro investito e quello ricavato. Se questa differenza scende sotto determinati livelli (non deve essere necessariamente negativa ma può essere semplicemente inferiore alle attese) il sistema entra in crisi. Da questa differenza D’ – D nascono il plusvalore e il saggio di profitto. Per i capitalisti e, in generale per il sistema capitalista, la discesa del saggio di profitto è un problema in quanto, nei meccanismi di interconnessione globale e di concorrenza, si rischia di essere assorbiti da altri capitalisti. Occorre però fare attenzione: per i singoli capitalisti il problema determina la sua scomparsa e il suo riassorbimento all’interno di una struttura più grande e più profittevole, in generale per la classe dei capitalisti, la discesa generale del saggio di profitto diviene un problema dell’intero sistema. La caduta del saggio di profitto può essere contrastata in molti modi attraverso una stretta sui lavoratori, spostandosi da settori in crisi ad altri dove le condizioni sono migliori, spingendo su settori innovativi, interrompendo la produzione spostando i capitali nel settore puramente finanziario o speculativo.

Il meccanismo però porta alla crisi globale se i settori in crisi di accumulazione diventano la maggioranza e sono distribuiti in settori strategici (ad esempio acciaio, materiali da costruzione, materie prime, etc…).

Per i capitalisti quindi la crisi ha un effetto ambivalente: da un lato comporta evidenti problemi per singoli o settori industriali specifici, dall’altro apre la strada alla concentrazione industriale e a un rilancio dell’accumulazione. Quando la crisi diviene globale, è l’intero sistema a doversi ristrutturare per rilanciare l’accumulazione. Può farlo in molti modi, la guerra è uno di questi attraverso la ridefinizione del dominio globale sui mercati, il danno alla concorrenza in alcuni spazi geografici, la possibilità di governare nuovi mercati e nuove aree attraverso il meccanismo di espropriazione delle materie prime e lo sfruttamento di nuova forza lavoro a minor costo e nuovi mercati. La guerra però agisce anche in profondità attraverso la distruzione del capitale costante e l’inizio di un nuovo ciclo di accumulazione basato sulla sua ricostruzione in condizioni differenti da prima.

Sezione 2) La caduta del saggio di profitto

Come determinato nelle parti precedenti, il saggio di profitto Sp può essere definito come il rapporto tra il plusvalore S e la spesa totale di produzione (C+V): Sp = S/(C+V). Questo può essere calcolato per singole imprese, per settore, in generale per aree geografiche o per l’intero pianeta. Ovviamente spostando il focus da singoli capitalisti a gruppi fino all’intera classe capitalista.

Ma il Saggio di profitto può anche essere determinato in termini di saggio di plusvalore in funzione della composizione organica Q: Sp = Spv*(1-Q), dove ricordiamo che il saggio di plusvalore è un rapporto tra plusvalore S e quota salari V (Spv = S/V) e la composizione organica Q è il rapporto tra il capitale costante C e la spesa complessiva C+ V. Dalla seconda formulazione si evince la legge generale della caduta del saggio di profitto: per Marx, un aumento della composizione organica Q, alla fine, determina un decremento dei profitti se non avviene contemporaneamente a un aumento del saggio di plusvalore; cioè se non si affianca ad un aumento dello sfruttamento della forza lavoro.

In generale tra Q e Plusvalore vi sono relazioni. E’ quindi possibile, come spiegato nel capitolo precedente che un aumento di Q possa aumentare anche ad un aumento di Spv ma, alla lunga, per Marx la tendenza all’aumento della composizione organica è superiore alla tendenza di aumento del saggio di plusvalore. Il saggio di profitto quindi tenderebbe, in maniera fluttuante e lenta, a diminuire nel tempo e questo determinerebbe non sono la contraddittorietà principale del sistema (un aumento della tecnologia produttiva e dei beni non determina la possibilità per tutti di usufruirne ma si rivolge, alla fine, verso un un aumento dello sfruttamento dei proletari) ma anche il fatto che il sistema tende naturalmente verso la crisi dei profitti.

Il discorso è ovviamente complicato: questo si può ovviamente verificare all’interno di un sito produttivo o di un settore, di una area geografica ristretta ma anche a livello globale nel pianeta e in tutti i settori. Determinare quindi, su scala ampia, questa tendenza generale è discutibile, anche perché significa, tra le altre cose, immaginare un sistema di accumulazione omogeneo e determinare le fluttuazioni in termini di valori e non di prezzi.

Vale la pena quindi accennare solamente a questa tesi generale e studiarne solo una parte, relativamente ai ruoli che vengono giocati sul rapporto tra saggio di plusvalore e composizione organica. Ruoli che vengono esplicati dalla globalizzazione, dallo Stato, dalla lotta di classe.

Vediamoli dunque.

Paragrafo 1) Globalizzazione e saggio di profitto

In generale, l’internazionalizzazione degli scambi agisce sia sul saggio di plusvalore sia sulla composizione organica. L’assoggettamento di nuovi territori agisce sulla composizione organica favorendo l’accesso alle materie prime e alle tecnologie. La composizione organica aumenta in quanto il capitale costante ha un costo. Il fatto di disporre di materie prime a un costo inferiore aumenta la composizione organica senza gravare sul capitale costante in assoluto.

Ricordiamo che Q è un rapporto: il suo aumento è il risultato di un aumento del capitale costante a fronte di una minore crescita della spesa complessiva. Quindi Q aumenta se: a) il capitale costante aumenta come volume ma non come costo (il parametro C si trova infatti sia al numeratore che al denominatore) b) Se contemporaneamente non aumenta la quota salari (V).

Paragrafo 2) Globalizzazione e saggio del plusvalore

Il contrasto alla caduta tendenziale del saggio di profitto si può realizzare anche attraverso un aumento del saggio di plusvalore, il quale può avvenire solamente con la diminuzione della quota salario. La globalizzazione permette, attraverso l’esternalizzazione produttiva di sfruttare manodopera a minor costo nei paesi periferici o in via di sviluppo o di importare manodopera a minor costo nei paesi maggiormente sviluppati. Inoltre, un allargamento dei mercati permette di realizzare attraverso l’incremento delle vendite la più ampia quota di plusvalore.

Paragrafo 3) il ruolo della sovrastruttura statuale sul saggio di profitto

Secondo la dottrina di Marx, lo Stato in un sistema capitalista altro non è che l’insieme delle sovrastrutture giuridiche e culturali in grado di blindare la struttura economica e di favorirne il massimo dello sviluppo possibile. La situazione è ovviamente più complessa rispetto a questa sintesi. Principalmente in riferimento ad eventuali crisi di “non corrispondenza” tra sistema economico e sistema politico ma anche in relazione alle particolari situazioni in cui l’elemento politico diviene attore fondamentale nelle scelte economiche che diventano subordinate in assenza di sistemi democratici di tipo occidentale (ad esempio Cina ma anche Russia etc…)

Per essere più analitici possiamo quindi distinguere tra forme di governo in un sistema capitalista tra stato di tipo liberale, mediatore e socialista

Nel sistema capitalista, la forma di governo prevalente è quella di orientamento liberale, In tal caso la sovrastruttura agisce per rimuovere ogni azione sociale che contrasti lo sviluppo dei meccanismi di accumulazione. Il tutto in nome di una libertà democratica che si estende dai cittadini alle imprese il cui giudizio è determinante nelle scelte che si effettuano. Le due varianti di queste forme di governo prevedono lo “stato minimo” in cui si cela una forma di governo che non determina le caratteristiche del sistema economico ma lascia fare alle imprese. La seconda variante è quello della forma detta “ordoliberale” in cui lo Stato diviene parte attiva agendo per favorire lo sviluppo economico e l’accumulazione del capitale agendo verso l’esterno attraverso strumenti di conquista di nuovi territori dove ricavare materie prime, agendo direttamente per bloccare ogni forma sociale che si sia accumulata negli anni a sostegno della forza lavoro.

Dalla parte opposta, sempre all’interno della struttura capitalista, agisce la forma di governo socialista. Nelle sue versioni, lo Stato cerca di mediare tra gli interessi della forza lavoro e gli interessi delle imprese. In generale può cercare di salvaguardare entrambi gli interessi o introdurre riforme profonde in grado di determinare un diverso tipo di struttura (ad esempio ciò che accadeva negli anni 70 e 80 con la variante italiane delle cosiddette riforme di struttura proposte dal PCI). Lo stato socialista può ovviamente agire anche in forma diversa laddove si sia instaurata una rivoluzione. In questo caso il livello di intervento dovrebbe spingersi fino a trasformare completamente la struttura della società verso una economia pianificata e socialista.

Il ruolo del governo è comunque storicamente quello di mediatore tra gli interessi delle imprese e quelle dei lavoratori, soprattutto laddove la situazione preveda che le masse popolari debbano essere comunque inserite in ruolo subordinato ma comunque attivo nel governo di una nazione. Le forme di governo nei paesi europei nel periodo che termina con la fine del blocco socialista dell’est avevano di fatto queste caratteristiche. I lavoratori e i subordinati dovevano comunque essere riconosciuti in quanto forza a causa della concorrenza con il socialismo a livello internazionale.

Paragrafo 4) Saggio di profitto e lotte di classe

La lotta di classe, la forza del movimento operaio organizzato e la forza antagonista rappresentata dai capitalisti giocano un ruolo fondamentale. Se il saggio di profitto dipende da Saggio di plusvalore e Composizione Organica, nella lotta di classe gioca un ruolo fondamentale il fatto che per i lavoratori è fondamentale agire in modo da non far aumentare il saggio di plusvalore; per i capitalisti è invece fondamentale l’aumento della composizione organica da compensarsi, nel lungo periodo con un aumento del saggio di plusvalore.

Lo schema generale è il seguente:

L’aumento della composizione organica e il contemporaneo aumento del plusvalore

Per i capitalisti sono una esigenza imprescindibile

Per quanto riguarda la composizione organica

-Aumenta la produttività del lavoro, si produce più merce in poco tempo
-Aumenta la quantità dei prodotti che possono essere venduti
-Rende inutile una determinata quantità di lavoratori, portando a una diminuzione complessiva della spesa in salari e a un aumento del plusvalore

Per quanto riguarda il saggio di plusvalore

Significa aumentare la quota di valore che va ai capitalisti sottraendola al lavoratore.
Si può realizzare abbassando il salario, licenziando lavoratori, aumentando la durata della giornata lavorativa, aumentando ritmi e carichi di lavoro

In generale quindi il ruolo giocato nella lotta di classe tra capitalisti e lavoratori è opposto.

Sezione 3) Crisi di realizzo, sproporzione e sovrapproduzione (sottoconsumo)

In generale la crisi di realizzo è dovuta al fatto che le merci prodotte non vengono vendute. Ciò ha evidenti ricadute sull’accumulazione. Senza la vendita delle merci non si avrà alcun plusvalore. Ovviamente le merci sono prodotte per ricavare il valore di scambio ma sono sempre valori di uso. Produrre per scambiare senza preoccuparsi dell’utilità di ciò che si produce non ha senso quantitativo. Ma per comprare merci occorre che il salario dei lavoratori lo permetta. In generale, il focus sulla caduta del saggio di profitto ha forti affinità con il concetto delle crisi di realizzo. Nel caso del saggio di profitto però si determinano i rapporti tra il saggio di plusvalore e la composizione organica. Come visto, tali parametri sono in relazione tra di loro. Ovviamente, Marx determina, in primo luogo, che un aumento della composizione organica di capitale deve corrispondere ad un aumento del saggio di plusvalore; tale saggio è un rapporto tra il plusvalore e il salario. Non è detto che il saggio di plusvalore debba aumentare solo con abbassamenti della quota salari visto che a determinarne il valore concorre anche il plusvalore. Nel caso delle crisi di realizzo invece il rapporto passa tra il capitale costante (che comunque è un costo) e la quota dei salari. Che non è molto diverso ma neppure la stessa cosa….

Paragrafo 1) Schema interpretativo generale

Seguendo uno schema generale, un aumento della tecnologia produttiva serve a produrre più merci. Queste saranno realizzate al momento della vendita. Se la quota salari complessiva non aumenta (qui occorre significare che ciò non significa che aumenti il salario di ogni singolo lavoratore ma che aumenti in generale il capitale variabile V, cioè la quota salari complessiva di tutti i lavoratori) le merci rimarranno invendute. Ovviamente, occorre tenere conto che, di regola, un aumento della quantità di merci prodotte e i fenomeni concorrenziali, potranno influire sui valori di scambio, abbassandoli e favorendo i consumi. Si tratta quindi di un gioco in cui sono in campo tre variabili (la tecnologia produttiva incarnata in Q, la quota complessiva salari determinata da V e il valore della merce in termini di scambio).

Come abbiamo appena esposto, la relazione a tre sembra alludere a un riequilibrio complessivo. L’aumento di tecnologia fa produrre di più a costi inferiori, il salario diviene una variabile importante ma anche in assenza di crescita delle retribuzioni, il sistema può riequilibrarsi in quanto la dinamica dei prezzi renderà costante il potere di acquisto. Questo è ciò che viene propagandato dai cantori del capitalismo. Ma nella realtà questo non avviene.

Per dimostrare scientificamente che vi è una tendenza alla sovrapproduzione però occorre dimostrare che la tendenza all’aumento della tecnologia è superiore all’aumento del saggio di consumo.

Ma in generale occorre prima determinare due diversi tipi di crisi da realizzo. Che possono essere fatte risalire a due cause: la sproporzione tra settori e la sovrapproduzione vera e propria per mancanza di salario.

Paragrafo 2) La sproporzione tra settori

Nel capitolo sulla circolazione del capitale abbiamo distinto tra riproduzione semplice ed allargata. Abbiamo quindi osservato che la riproduzione semplice si situa ad un livello alto di astrazione mentre il normale funzionamento del sistema viene approssimato con maggiore precisione nella riproduzione allargata. Secondo questo schema maggiormente realistico tra settori vi è una differenza di composizione organica e quindi di saggio di profitto. Questo, inevitabilmente, comporta un movimento dei capitali verso i settori con più alta profittabilità. Si creeranno dunque dei settori laddove la produzione di merci sarà in eccesso e settori dove le merci saranno in difetto (con ricaduta in entrambi i casi, e in direzioni opposte, sui valori di scambio. La sproporzione tra i settori dovrebbe essere risolta attraverso le varie forme possibili di pianificazione della produzione.

La parola pianificazione ricorda il sistema di produzione socialista ma in realtà diverse forme di piano possono operare anche all’interno dei sistemi capitalisti. Anche all’interno dei sistemi con forme di governo liberali o liberiste.

La “pianificazione liberale”

In assoluto, il “laissez faire” o se vogliamo “la mano invisibile del mercato” sono concetti molto ideologici. Forme di pianificazione statale sono sempre presenti e diventano centrali nei momenti di crisi anche nei sistemi capitalistici. In generale la sovrastruttura detta “ordoliberista” rappresenta l’introduzione di un piano destinato a sostenere le imprese nei momenti di crisi o per aiutarle nella crescita di mercato. Un esempio può essere visto parlando del PNNR, una sorta di piano destinato a risollevare le sorti delle economie capitaliste (in questo caso in Italia) nel periodo post pandemico forzando gli investimenti in settori di mercato specifici (digitalizzazione e green economy).

Pianificazione socialdemocratica

La crisi di sproporzione è diventata il cavallo di battaglia ideologico della socialdemocrazia europea dopo che le posizioni dapprima “ortodosse” di Kautsky scivolavano verso il riformismo alla Bernstein. In generale, ammettendo che la sproporzione tra i settori era la causa principale della crisi di accumulazione, la pianificazione anticipata ed armonica dell’economia era il grimaldello con il quale salvaguardare da un lato il sistema capitalista, dall’altro garantire condizioni dignitose per la classe operaia escludendo dall’orizzonte ogni idea di intervento teso a cambiare la natura del sistema capitalista

Pianificazione socialista

L’idea della crisi di sproporzione è condensabile nel concetto di “anarchia del mercato”. La pianificazione socialista si distingue dalle altre forme di piano in quanto interviene in anticipo e in maniera forzata introducendo via via elementi che evolvono verso un cambio di sistema. Rispetto al pensiero della pianificazione socialdemocratica, vi è un evidente salto teorico. Le riforme di struttura o la teoria del capitalismo di stato rappresentano degli strumenti che dovrebbero portare a situazioni di equilibrio nella produzione ma non alterano il fatto che il modo capitalista di produzione rimane contraddittorio. I nuovi equilibri infatti debbono nuovamente essere forzati introducendo elementi che vanno verso la transizione a un sistema socialista completo.

Paragrafo 3) La sovrapproduzione

Al concetto generale di sovrapproduzione siamo già giunti in precedenza. In cui abbiamo spiegato le differenze e le analogie tra caduta del saggio di profitto e sovrapproduzione. In cui abbiamo accennato al fatto che per essere dimostrata scientificamente si deve ricorrere a una analisi che metta in relazione i saggi di aumento del capitale costante e i saggi di aumento dei consumi di merce. La spiegazione, che qui non riportiamo, si basa sulla dimostrazione che il saggio dell’aumento del capitale costante è tendenzialmente superiore al possibile aumento dei consumi. Più che alle spiegazioni scientifiche quindi, prestiamo attenzione ai ruoli che i vari attori giocano sulla sovrapproduzione. In particolare, dividendo come abitudine marxista, la società in due classi contrapposte (capitalisti e lavoratori) e analizzando i ruoli che possono essere giocati per ritardare la sovrapproduzione che consideriamo intrinseca al sistema capitalista.

In generale la sovrapproduzione dipende dai rapporti tra composizione organica e livello dei salari. I vari attori che possono intervenire quindi vanno ricercati su quei parametri. Ovviamente è interesse dei capitalisti migliorare la tecnologia produttiva ed è interesse immediato dei lavoratori l’aumento dei salari.

Prima però di addentrarci nei dettagli vale la pena di indicare alcuni paradossi che caratterizzano il capitalismo. La tendenza alla sovrapproduzione è quando si consuma meno di quanto si è prodotto. In generale quindi i salari vanno pagati in quanto le merci sono consumate in netta maggioranza dai lavoratori. Se si crea sovrapproduzione comunque potrebbe essere necessario produrre senza nessun consumo, cosa che sembra difficilissimo ma, come vedremo, è una regola piuttosto comune. In generale, quando le merci ristagnano nei magazzini e i lavoratori non vedono aumentare il loro salario, per i capitalisti diviene importante il ruolo dei governi i quali dovranno fare una cosa che, normalmente, contestano: incentivare al consumo dei lavoratori magari attraverso le leve fiscali o con i sostegni verso chi non possiede denaro sufficiente. Un terzo paradosso evidente è che per aumentare la tecnologia si deve aumentare il capitale costante ma questo rimane un costo. Il capitalismo, nella sua storia è riuscito però ad aumentare il capitale costante senza pagarlo. Anche qui vedremo come.

L’internazionalizzazione produttiva e degli scambi

Cominciamo quindi ad evidenziare questi paradossi parlando in generale di espansione geografica del dominio del capitale. L’apertura di nuovi mercati in aree geografiche non sviluppate corrisponde a varie esigenze del capitale (con qualche ricaduta non sempre negativa, almeno nell’immediato, per i lavoratori). Da un lato vi è l’apertura di nuove industrie vista la mancanza in quelle zone, producendo merci che comunque avranno un valore d’uso. Si possono fare vari esempi storici: l’industria dei trasporti e dei mezzi di trasporto, nei paesi a capitalismo maturo soffre di ricorrenti crisi di sovrapproduzione. In altre zone del pianeta invece questo segmento di mercato corrisponde a una esigenza della popolazione. Quando questo si verifica la sovrapproduzione in quel settore diviene meno preoccupante. In nuove aree geografiche si può comunque anche ottenere capitale costante di ottima qualità e a prezzi inferiori, ad esempio le materie prime di produzione. In questo caso il capitale costante cresce in volume ma molto meno in costi visto la facilità di reperimento in loco. Ovviamente, la conquista di un territorio vergine aumenta la massa di consumatori e anche la massa di salariati che però vengono pagati meno di quanto si debba fare nel luogo nativo dell’impresa capitalista. In generale le vecchie e nuove colonizzazioni sono sempre un buon affare per i capitalisti. Meno, alla lunga, per i lavoratori soprattutto se il capitale accumulato non rimane nel luogo di produzione.

Ma la conquista capitalista di territori a basso sviluppo può servire ad alimentare un secondo paradosso: quello di produrre senza consumare. In generale si parla qui di infrastrutture di cui i paesi sottosviluppati hanno un gran bisogno, ma il fenomeno è ben presente anche nei paesi a capitalismo maturo. Una infrastruttura infatti deve essere costruita e per tutto il periodo di messa in opera consuma capitale costante senza aver problemi di realizzo delle merci. Ad esempio una ferrovia, una autostrada etc….Normalmente, il capitalista non si imbarca direttamente in queste opere in quanto le merci deve venderle subito. Sono gli Stati ad occuparsene attraverso vari sistemi di finanziamento. Tutto ciò rilancia il sistema di accumulazione in quanto deprime la tendenza alla sovrapproduzione (almeno nell’immediato). Se poi lo Stato, come spesso accade spende per le infrastrutture che poi vengono date in gestione ai privati il gioco per il capitale è fatto.

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