Elezioni a Genova: il grande nulla

Avvertenza iniziale

Il Collettivo Comunista GCS è un gruppo organizzato di comunisti. Come tale proviamo a ragionare sulla fase politica, intervenire nel conflitto di classe e lavorare per creare coscienza nei lavoratori del proprio ruolo nella società. Non siamo un partito (anche se lavoriamo e aspiriamo alla ricostruzione in Italia di una forza di classe), tanto meno siamo una agenzia elettorale che si risveglia quando si vota. Quelle che leggerete, se avrete voglia, sono una serie di considerazioni sulla fase politico-sociale della nostra città. Non abbiamo l’intenzione di spiegare a nessuno come comportarsi durante le elezioni comunali, ma vogliamo semplicemente fornire alcune considerazioni utili a comprendere la posta in gioco. Per i comunisti le elezioni possono rappresentare un intervento tattico. Non siamo professionisti del gioco elettorale, non siamo neppure per l’astensionismo di principio. Semplicemente ragioniamo sul contesto e cerchiamo di fornire strumenti di comprensione utili a procedere verso l’obiettivo che rimane l’unico possibile per dei comunisti: la costruzione di un sistema di liberi e uguali, una società socialista.

Introduzione

Sui muri di Genova qualcuno, tempo fa, scriveva una frase attribuita a Mark Twain(1): “se votare servisse a cambiare le cose, sarebbe illegale”. Anche se non siamo d’accordo in assoluto con l’autore, guardando le liste presentate per le comunali di Genova previste per giugno 2017, qualche dubbio ci viene. Sicuramente ci verrebbe da parafrasare l’aforisma dicendo che “se votare servisse a cambiare le cose, non ci farebbero votare per queste liste”.

A circa un mese dal voto, proviamo quindi fare alcune prime considerazioni, visto che quasi tutti i candidati hanno presentato le loro liste e annunciano i programmi (che comunque ancora non ci sono, se non per sommi capi). Ovviamente si deve partire da una analisi del mandato precedente che ha recentemente approvato il bilancio economico annuale e rinunciato alla privatizzazione dell’azienda dei rifiuti lasciando la patata bollente alla prossima giunta(2).

Il fallimento della giunta arancione di Doria

In un recente appello per le elezioni genovesi(3) si sosteneva che il Sindaco Doria e la sua giunta avevanono tradito tutte le promesse fatte al momento dell’elezione. Noi eravamo tra coloro che, già in tempi non sospetti, queste illusioni non le avevano mai avute e avevamo chiaramente indicato che dietro la candidatura di Doria si costruiva una non alternativa e il riciclo del potere del Partito Democratico. È comunque indubbio che per molti cittadini genovesi tale candidatura abbia effettivamente rappresentato una speranza di cambiamento, alimentata anche dall’investimento di gran parte del sindacato e di molte associazioni. Il tutto usciva rilanciato dai risultati elettorali che vedevano una forte affermazione delle liste a sinistra del Partito Democratico (Lista Doria e Sel), il quale eleggeva un numero di consiglieri inferiore al previsto.

Dopo pochissimi giorni è stato evidente che non vi era nessuna intenzione di cambiare indirizzo politico rispetto alle giunte precedenti. Immediatamente partiva la politica di privatizzazione delle partecipate, la Giunta lavorava per la politica delle grandi opere (Tav Terzo Valico e Gronda, ma anche progetti speculativi come il Nuovo Ospedale Galliera, il Blue Print sui moli del centro e le colate di cemento in periferia) mentre le risposte ai lavoratori di ILVA e delle fabbriche del ponente a rischio di chiusura erano semplicemente la chiusura dei cancelli del Comune o alcune frasi di circostanza. Solo la lotta dei lavoratori delle partecipate ha impedito le privatizzazioni (ma AMT ha esternalizzato parecchie linee e AMIU è stata ridotta al collasso economico) mentre, per quanto riguarda l’industria, assistiamo all’ennesima ondata di licenziamenti in Ericsson e alla scomparsa della Piaggio. Anche il terzo settore delle cooperative subiva tagli, nonostante il ruolo giocato in Giunta da alcuni esponenti del mondo del sociale. Il settore delle cooperative veniva poi usato per fare il lavoro sporco contro le partecipate pubbliche con i ricatti legati alla scarsità di risorse. Nonostante questo, i tagli ci sono stati, pagati dai lavoratori delle cooperative.

In nessun momento la Giunta ha provato a respingere la tagliola del patto di stabilità degli enti locali. Anzi l’ha utilizzata per giustificare la propria politica contro le fasce più deboli. Nella prima parte del mandato, tale politica è stata portata avanti senza problemi istituzionali. Dopo la sconfitta del centrosinistra alle regionali e la vittoria del centrodestra, la destra cittadina ha cominciato strumentalmente ad attaccare la Giunta anche per preparare il terreno verso le Comunali. Il risultato è stato evidente: rotto il patto di potere tra centrodestra e centrosinistra, si è capito che la Giunta Doria era un morto che camminava. L’ultimo tentativo di privatizzare AMIU e regalarlo a IREN è quindi fallito per tre volte e il centrodestra ha potuto strumentalmente accreditarsi come rappresentante dei lavoratori.

La ridislocazione dei poteri cittadini

In città da parecchio tempo, il sistema di poteri è saldamente in mano al Partito Democratico e ai suoi alleati di centrosinistra. Un sistema che andava dal sindacato, passava per le associazioni del terzo settore e arrivava fino all’industria e alla banca cittadina Carige. Questi poteri agivano di concerto con un potere regionale gestito da una alleanza di fatto tra il PD di Burlando (forte a Genova e a La Spezia) e il centrodestra di Scajola, inscalfibile nei suoi feudi dell’estremo ponente e del levante genovese. La sconfitta alle regionali del PD e le inchieste giudiziarie che hanno travolto i vertici della Carige hanno portato a una forte ridislocazione politica. Il candidato del centrodestra Marco Bucci (un manager molto noto in città) è stato scelto appositamente per essere il candidato di una nuova mappa possibile dei poteri cittadini. La sua candidatura è stata subito appoggiata da Confindustria e Confcommercio. Il simbolo di questo spostamento a destra di una parte della borghesia imprenditoriale è il cambiamento del Presidente dell’autorità Portuale: l’uscente Merlo è stato sostituito dall’esponente del centro destra Signorini, attivo in questi giorni nella propaganda verso Bucci. Questi spostamenti fanno sì che la destra (tradizionalmente molto debole in città ed egemonizzata da una Lega in versione strettamente reazionaria) sia improvvisamente diventata una concreta alternativa alla governance della città. Questo spiega, molto più di altre cose, le difficoltà del PD a trovare il candidato sindaco. Trovatosi improvvisamente scoperto a destra, il PD ha dovuto riconsiderare l’idea di un candidato che provasse a ricucire a sinistra col sindacato e con l’associazionismo. Abbandonata quindi l’idea di un Sindaco proveniente dall’area Renzi, Il PD ha optato per Gianni Crivello, assessore della giunta uscente, non direttamente organico con il PD e proveniente dalle fila della vecchia sinistra genovese. Nonostante questo, il tentativo di saldare il tradizionale blocco di potere della sinistra cittadina è saltato, da una parte per l’effettiva debolezza politica dovuta al fallimento della Lista Doria e dall’altra per la situazione inedita affrontata dal terzo possibile competitore, il Movimento 5 stelle.

Il disastro organizzativo del M5S

Nella precedente tornata elettorale, la vitoria di M5S era sfumata per pochi voti. L’ex candidato Paolo Putti aveva infatti sfiorato il ballottaggio arrivando al terzo posto(4).

Nelle elezioni regionali otteneva invece un grande successo la giovane consigliera Alice Salvatore, espressione di una nuova generazione di militanti grillini più innamorati del capo e del brand organizzativo che organici ad alcuni movimenti di lotta cittadini. Tra le due generazioni si evidenziavano da subito profonde incomprensioni politiche e anche personali. La spaccatura arrivava al dunque con l’abbandono del movimento da parte di quasi tutti i consiglieri comunali e con il pasticcio delle votazioni on line per il candidato sindaco. Nella competizione risultava infatti vincente l’insegnante Marika Cassimatis, nota per le sue posizioni antifasciste e di sinistra più volte espresse. A quel punto, il Movimento 5 Stelle annullava la votazione e nominava candidato il secondo classificato Luca Pirondini, sollevando polemiche e trasformando la contesa politica in una contesa giuridica.

Questa spaccatura apriva nuovi spazi politici, mettendo in grande difficoltà il Movimento 5 Stelle che si apprestava a raccogliere molto del consenso operaio tradito dalle giunte precedenti. L’ondata di polemiche che sono seguite all’abbandono di Putti e alla cacciata della Cassimatis hanno alimentato i media per settimane fino alla candidatura di Putti a capo di una lista civica (Chiamami Genova) e della Cassimatis come candidata in una lista personale. E’ difficile capire se le difficoltà del Movimento 5 Stelle saranno registrate dalle urne o se siano semplicemente contorsioni che interessano ridotti ambiti politici (il Movimento 5 Stelle sembra infatti un brand che viene votato per protesta indipendentemente dal candidato o dai programmi). Fatto sta che tutta la manovra sembra un tentativo di suicidio politico. Questa spaccatura, dopo alcune indecisioni, ha riaperto i giochi con la candidatura di Putti, che ha convinto una parte di sinistra a giocare un ruolo fuori dall’alleanza con un PD in grave difficoltà. Ogni tentativo di risaldare il vecchio centrosinistra è quindi risultato vano e una parte di poteri cittadini di sinistra ha puntato a egemonizzare la lista civica Chiamami Genova.

La rottura impossibile

A livello teorico era immaginabile e auspicabile che la scissione dei 5 Stelle avvenisse nel campo della politica e non delle questioni personali. Chiunque può vedere che la natura interclassista e ambigua del movimento può permettere una vittoria elettorale, ma si ritrova successivamente invischiata in una serie di poteri e clientele che gli impediscono di governare o gli dettano direttamente le linee guida (ciò che sembra accadere a Roma). Se la spaccatura fosse quindi avvenuta su questo campo, si sarebbe potuta aprire una partita politica interessante, riagganciandosi ad alcune esperienze virtuose di governo municipale e al fenomeno delle città ribelli. Fin dall’inizio, però, questa possibilità è stata negata e la possibile anomalia si è trasformata in una lista civica egemonizzata dai quei poteri (Lega delle Cooperative e una parte della Cgil) che non hanno ritenuto utile aderire alla nuova riedizione del centro sinistra. In questo modo ogni potenziale di rottura è stato negato fin dall’inizio. Il risultato è una lista in cui si alternano pezzi del vecchio potere in posizione di comando e alcuni attivisti e/o compagni come specchietto per le allodole di un elettorato di sinistra radicale incapace di dettare le linee programmatiche.

Ma non sono soli i nomi dei candidati a lasciare l’amaro in bocca. Il programma di governo, infatti, non esiste e ogni velleità programmatica viene negata dalle compatibilità richieste (il deficit delle casse comunali da risanare, il patto di stabilità da non mettere in discussione).

Una lista quindi che non riesce neppure a prendere posizioni sui temi che dovrebbero essere i requisiti minimi per una presentazione alternativa: sulle privatizzazioni delle partecipate si parla in generale di difesa del carattere pubblico, sulle grandi opere non viene posto alcun paletto se non quello legato a una maggiore trasparenza e a una generica difesa del territorio. Una serie di proposizioni che non rappresentano alcun impegno reale e lasciano aperta la strada a ogni politica.

Prepararsi alla resistenza, costruire la rottura di classe

È evidente che in una situazione come quella descritta non esiste nessun margine politico da parte nostra per il sostegno alle ipotesi politiche in campo, perché negherebbe un’ipotesi di rottura oggi necessaria.

Chiunque risulterà vincente dovrà, per forza di cose, confrontarsi con la tagliola del patto di stabilità e del debito. Affrontare la rottura necessaria significa, dunque, affrontare questo nodo mettendo in conto che la partita sarà difficile e complicata. Chiunque pensi che investendo su singoli o immaginando programmi che non si danno può contribuire a cambiare il sistema di governance dettato dalla UE e dal governo centrale sbaglia totalmente prospettiva.

Se è evidente che i nemici principali da battere sono la destra economica del PD e quella reazionaria della destra, le liste che sono state create in alternativa rappresentano quindi un’occasione persa e la sostanziale neutralizzazione di ogni possibilità di cambiamento sociale.

In altre parole, ci apprestiamo a vedere un teatrino elettorale fatto di slogan vuoti per mascherare diversi livelli di continuità con un presente fatto di impoverimento, disoccupazione, sottrazione di diritti, distruzione del territorio e repressione. A cui risponderemo con le lotte, sapendo che sarà comunque necessario lavorare fin da subito per una prospettiva politica di rottura che per il momento è rimandata. E che dovrà necessariamente essere sponda di un movimento di rottura almeno nazionale per avere possibilità di incidere.

Avvertenza finale

Recentemente abbiamo lavorato per quattro mesi alla campagna per il no al referendum costituzionale. Lo abbiamo fatto perché valutavamo che occorresse respingere il tentativo neo autoritario del Governo Renzi. Nelle recenti elezioni in Francia abbiamo espresso considerazioni favorevoli sulla candidatura Melénchon invitando a sostenerlo. Riteniamo che le elezioni siano uno dei possibili campi di intervento dei comunisti, non l’unico né il più importante, ma non pratichiamo nessun astensionismo di principio. Le elezioni comunali di Genova ci sembrano un passaggio importante e favorire la nascita di una posizione politica di rottura poteva essere praticabile. Non si è verificato. Sostenere qualcuno perché ci sembra il male minore non ci sembra né utile né opportuno. E soprattutto continua a venirci in mente che Lenin una volta disse:

Fino a quando gli uomini non avranno imparato a discernere, sotto qualunque frase, dichiarazione e promessa morale, religiosa, politica e sociale, gli interessi di queste o quelle classi, essi in politica saranno sempre, come sono sempre stati, vittime ingenue degli inganni e delle illusioni

Ovviamente, il fatto di non essere stati in grado di far nascere una concreta ipotesi di rottura dipende dalla mancanza di elementi oggettivi, ma soprattutto alla mancanza di un soggetto organizzato capace di farla vivere. Di questo prendiamo atto, vuol dire che abbiamo ancora molto lavoro da fare e che il tempo stringe. Motivo di più per fare meglio nel prossimo periodo.

Note al testo:

  1. La frase è di attribuzione non semplice. Alcune fonti citano altri autori con formulazioni leggermente diverse
  2. La cessione di AMIU a IREN è stata bloccata per più volte dalla mobilitazione dei lavoratori nonostante il si alla manovra da parte della Cgil. Alcuni candidati in liste apparentemente contrarie alle privatizzazioni (anche di sinistra e civiche come Chiamami Genova, ci riferiamo in particolare modo ai candidati provenienti dalle fila di Sinistra Italiana e Possibile)) erano favorevoli alla cessione di AMIU e hanno sempre votato a favore.
  3. Ci riferiamo all’appello di Genova in Comune, poi accantonato dopo la discesa in campo della lista Chiamami Genova. Genova in Comune non appoggia ufficialmente nessuno anche se, molti tra i promotori sostengono candidature singole
  4. Paolo Putti, allora candidato del movimento 5 stelle, aveva sfiorato il ballottaggio per pochi voti. La pattuglia del Movimento 5 stelle ha sempre votato contro le privatizzazioni e le grandi opere in opposizione al centro sinistra.
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