Le strettoie del Nicaragua Sandinista

Venerdì 18 maggio si è tenuto, a Genova, un dibattito assemblea dal titolo “Cosa succede in Nicaragua?”. E’ stato un bel dibattito con vari interventi e contributi. Di seguito, il testo di accompagnamento all’assemblea prodotto da Collettivo Comunista Genova City Strike

1961-1979

Fra il 19 e il 20 luglio la Giunta di Ricostruzione Nazionale entra a Managua sconfiggendo, dopo anni di lotte, il dittatore Anastasio Somoza. Quest’ultimo era il discendente di una dinastia che governava il Nicaragua del 1937 in nome degli interessi di pochi latifondisti e delle multinazionali. La Giunta era formata in gran parte dal Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale, un gruppo formatosi nel 1961 da un gruppo di rivoluzionari tra cui Carlos Fonseca, Thomas Borge, Silvio Mayorga.

Negli anni ’70 il FSLN acquisì una forte notorietà anche in virtù di clamorose azioni di guerriglia tra cui il sequestro di funzionari governativi. La crescita del FSLN e il suo radicamento tra le masse portarono a una durissima repressione con l’uccisione, nel 1975, di Carlos Fonseca.

La vera e propria offensiva rivoluzionaria inizia però nei primi mesi del 1978 a seguito dell’uccisione del direttore dell’unico giornale di opposizione. Il FSLN favorì quindi la nascita di un fronte più ampio in cui la componente comunista era comunque maggioritaria. Fin da subito, una parte della Giunta abbandonò il governo rivoluzionario che comunque, nei primi anni di azione ricevette numerosi attestati di stima in virtù del miglioramento dei diritti umani.

Durante la dittatura e nel periodo di guerra rivoluzionaria, in Nicaragua morirono circa 50 mila cittadini e circa 120 mila fuggirono dal paese. La vittoria del FSLN sollevò comunque molti entusiasmi e fu appoggiata anche da una gran parte della Chiesa Cattolica del paese influenzata dalla Teologia della Liberazione. Molti esponenti cattolici entrarono nel nuovo governo in posti chiave, tra cui Fernando Cardenal che divenne ministro della Cultura. Nel 1983, il governo del FSLN invitò in Nicaragua Karol Woitila: l’obiettivo era suggellare la collaborazione tra il Fronte Sandinista e la Chiesa Cattolica ma il pontefice si rifiutò di dare legittimazione al governo e sconfessò in maniera clamorosa la decisione dei sacerdoti ministri. Da quel momento venne invece suggellata una amicizia fortissima tra gli USA e il Vaticano in funzione antisandinista e anticomunista. Nel 1983, l’amministrazione USA di Ronald Reagan cominciò quindi a finanziare e addestrare la guerriglia dei Contras attraverso l’aiuto di funzionari della CIA e utilizzando vecchi pezzi dell’esercito della famiglia Somoza. La guerriglia durò ininterrottamente fino al 1990 nonostante ufficialmente il parlamento USA ne proibisse il finanziamento. Non bastarono le elezioni libere del 1984 in cui il Fronte Sandinista trionfò con alte percentuali in elezioni controllate da numerose agenzie stranieri e indipendenti.

Dilaniato dalla guerra civile, il FSLN perse le elezioni del 1990 contro una coalizione di partiti chiamata UNO, guidata da Violeta Chamorro, una delle personalità più importanti della Giunta di Ricostruzione Nazionale che governò al termine della Rivoluzione. La Chamorro si era però subito dimessa denunciando la forte maggioranza comunista che il FSLN aveva imposto nei ministeri e nel governo.

Dopo la sconfitta

Violeta Chamorro era la moglie del direttore di La Prensa, unico giornale di opposizione al regime di Somoza e per questo, ucciso nel 1978. La vedova si dimise subito dalla nuova giunta rivoluzionaria e trasformò il giornale in un forte organo di opposizione. Qualche anno dopo il figlio di Violeta Chamorro confessò di essere un membro dei contras ma il giornale continuò a sostenerne le ragioni in funzione anticomunista. La Chamorro governò il paese fino al 1997 reintroducendo norme e misure liberiste ma non potè risarcire i vecchi latifondisti perchè le precedenti norme dei sandinisti lo escludevano. Successivamente si alternarono presidenti di destra ma nel 2006 il FSLN guidato dal precedente presidente Daniel Ortega ritornò presidente.

Dopo la sconfitta fu chiaro a tutti cosa aveva rappresentato il governo rivoluzionario dal 1979 al 1990. Nonostante la guerra scatenata dall’imperialismo USA attraverso i contras, i risultati raggiunti rappresentano uno dei più grandi passi in avanti per i poveri e per le classi lavoratrici mai registrati nella storia.

L’aumento vertiginoso della speranza di vita, l’abbattimento dell’analfabetismo, l’esproprio dei latifondisti, l’aumento della copertura sanitaria. Il tutto mentre in Nicaragua la destra, la Chiesa cattolica con le sue gerarchie e gli USA finanziavano e sostenevano la guerriglia dei contras. Molte di queste conquiste verranno messe in crisi dai successivi governi di destra in cui però il FSLN mantenne un potere di veto, rimase la maggiore forza di opposizione e continuò ad avere posti chiave nell’esercito.

In Nicaragua si tentò quindi un esperimento socialista che si sviluppa in un momento in cui nel mondo rimaneva la divisione in blocchi contrapposti ma la crisi del sistema sovietico cominciava ad essere sempre più evidente. In tal senso l’esperimento rivoluzionario sandinista rappresentava una via diversa, per molti versi, anticipatrice degli esperimenti legati al socialismo bolivariano che si svilupperanno circa dieci anni dopo.

Il Nicaragua mantenne quindi invariata la struttura della società liberale e cercò di mantenere il consenso attraverso il meccanismo elettorale. Ciò lasciò invariato gran parte del potere delle oligarchie economiche e soprattutto della Chiesa cattolica. Poteri con i quali, nel 2006, una volta ritornato al potere, Daniel Ortega si troverà a fare i conti. Ma nel frattempo, il mondo e la relazioni economiche globali erano totalmente cambiate.

La rielezione e la governance tripartita

Le analisi, anche quella dell’estrema sinistra, sono spesso concordi nel definire concluso l’esperimento rivoluzionario nel 1990 con la sconfitta elettorale. Effettivamente il FSLN di Daniel Ortega che ritorna al potere nel 2006 sembra abbandonare ogni velleità rivoluzionaria in nome di un pragmatismo estremo. Altri sostengono che questo pragmatismo era già la cifra di Daniel Ortega anche nel primo periodo rivoluzionario e la definitiva scissione con la sinistra sandinista altro non è che un processo politico che comincia dalle origini del sandinismo.

La stessa campagna elettorale del 2006 avviene in un clima in cui Ortega presenta se stesso come un pacificatore della complessa realtà nicaraguense e arriva addirittura a una alleanza con settori storicamente alleati con i contras. Contemporaneamente, nei primi anni del nuovo secolo prende forma il processo progressista in America Latina trainato dalla vittoria del Comandante Hugo Chavez in Venezuela. L’asse politico che si costruisce, l’ALBA, è comunque in netto contrasto con le politiche del vicino statunitense che mal sopporta l’alternativa politica nel giardino di casa. L’ancorarsi del Nicaragua nuovamente sandinista al traino bolivariano consente effettivamente al Nicaragua di mantenere politiche redistributive e sociali nonostante la ferrea volontà di concertare ogni politica con gli altri due poteri in campo: le gerarchie vaticane e gli imprenditori. Inoltre lo sviluppo di politiche di parternariato con la Cina sembrano consentire la possibilità di sviluppo sia per i settori più poveri che per le elite imprenditoriali. Significativo, in questo campo, il processo del cosiddetto “Gran Canal”, una via di comunicazione tra l’Oceano Pacifico e l’Oceano Atlantico alternativo al Canale di Panama. Questa grande opera, con le sue ovvie ricadute ambientali e sulle popolazioni interessate, viene appaltata al capitale di Stato cinese. E’ evidente fin da subito, come le proteste ambientaliste che si sviluppano siano di fatto coincidenti con il contrasto dell’amministrazione USA preoccupatissima dall’espansione cinese nel giardino di casa.

Fatte le dovute differenze, sono situazioni comunque simili a quelle che si verificano in Venezuela dove si protesta per lo sfruttamento dell’arco minerario dell’Orinoco o nell’Ecuador di Correa dove l’estrema sinistra passa all’opposizione contestando analoghi processi di industrializzazione in zone indigene e vergini.

E’ evidente però a tutti, fatta eccezione per la vecchia guardia sandinista e per la destra golpista, che il nuovo sandinismo pragmatico raccoglie comunque dei frutti politici in termini di assistenza e missioni sociali, spesso ottenute attraverso finanziamenti e cooperazione con il Venezuela in cui la leva petrolifera continua a permettere l’utilizzo di ingenti risorse.

Questa situazione permette tra l’altro al Nicaragua di sviluppare un sistema pensionistico diffuso in cui si va in riposo a sessanta anni e in grado di garantire elevati livelli di prestazione che non hanno eguali nel continente.

Ovviamente, il tutto è destinato, da lì a poco, a fare i conti con la crisi del modello bolivariano, con le sconfitte del kirchnerismo in Argentina, con i golpe in Brasile e Honduras, con il tradimento di Lenin Moreno in Ecuador e con il difficile periodo del Governo Maduro in Venezuela almeno fino all’assemblea costituente dello scorso anno.

Il contesto continentale

Nel 2016 Daniel Ortega viene rieletto presidente del Nicaragua con il FSLN prendendo circa il 70 percento dei consensi. Dopo la sua rielezione il fronte progressista latinoamericano ha tirato un sospiro di sollievo. Durante la campagna elettorale non era mancato il supporto attivo del Presidente Nicolas Maduro in visita in Nicaragua nei giorni che precedevano il voto.

Il sospiro di sollievo era comunque legato alla nuova fase geopolitica in America Latina e CentroAmerica con le evidenti difficoltà dei paesi dell’ALBA. Il golpe in Honduras, il cambio di governo in Argentina con la vittoria del superliberista Macri, il golpe giudiziario contro Dilma Roussef in Brasile che continua oggi con le vicissitudini giudiziarie di Lula, il cambio di politiche in senso liberista di Lenin Moreno in Ecuador contestato duramente dall’ex presidente Rafael Correa, ma soprattutto le vicissitudini legate alla rivolta delle guarimbas in Venezuela.

Il fatto che in Nicaragua si ribadisse la scelta di campo a sostegno del movimento bolivariano era un fatto non scontato che frenava l’effetto domino che sembrava far cadere una dopo l’altra le esperienze di integrazione nel continente desaparecido che erano state la caratteristica degli ultimi anni. La questione venezuelana era ovviamente la più spinosa con le evidenti difficoltà interne del PSUV di Maduro nel dopo Chavez e la mutata situazione geopolitica legata soprattutto al crollo del prezzo del petrolio.

Qui non si tratta ovviamente di forzature ideologiche o di vedere sistemi socialisti laddove continua a regnare l’economia di mercato ma di considerare il quadro complesso e capire la direzione in cui può evolvere. I finanziamenti provenienti dall’alleanza con il Venezuela sono stati infatti fondamentali per il Nicaragua dal 2006 in poi permettendo al paese centroamericano di distribuire aiuti sociali, mantenere livelli di disuguaglianza bassi, sviluppare progetti sociali. Il tutto in un quadro di cogestione del potere che non intaccava il ruolo delle oligarchie e delle gerarchie ecclesiastiche chiamate invece a garantire con gli accordi concordia interna e pace sociale.

Il mutare del quadro economico e geopolitico impatta comunque duramente sul Nicaragua. Il “pragmatismo” di Daniel Ortega e della moglie vicepresidente Rosaria Murillo si trova quindi in una posizione in cui la governance non regge più e le evidenti contraddizioni legate a corruzione, clientelismi e autoritarismo nelle decisioni diventano sempre più importanti in un quadro in cui la coperta economica si restringe. Le ultime questioni legate alla rivolta di questi mesi stanno quindi in questo campo e vale la pena di descriverle brevemente, non per mero amor di cronaca ma perché illuminano la situazione in cui si trova non solo il Nicaragua.

La riforma delle pensioni

Le prime proteste e occupazioni partono dalle università private di Managua. Partono ben prima dell’annunciata e poi ritirata riforma del sistema pensionistico e sono legate alle inefficienze del governo legate all’intervento tardivo in un incendio nella riserva Indio Maiz.

Con l’agitazione ancora in corso, anche se confinata in un ambito ristretto, il governo annuncia la riforma unilaterale del sistema pensionistico.

Gli osservatori neutrali sono concordi nell’affermare alcune questioni. Innanzitutto l’eccellenza per i lavoratori del sistema pensionistico nicaraguanse che garantisce livelli di assistenza molto alti se confrontati con i paesi limitrofi ma anche con il ricco occidente (pensioni a 60 anni, universalità delle prestazioni, livello contributivo basso per i lavoratori anche poveri). Il problema è la sostenibilità economica del progetto con l’istituto previdenziale gravato di debiti. Sul sistema pensionistico incombe la scure delle riforme consigliate dal FMI che prevedono sostanzialmente una riforma liberista del sistema con innalzamento drastico dell’età pensionabile e ridimensionamento degli interventi sociali; questa proposta del FMI è la preferità dalla destra oligarchica nicaraguense. In questa situazione il Governo Ortega decide per una forzatura proponendo un aumento dei contributi sia a carico dei lavoratori ma soprattutto delle imprese con livelli di assistenza però inalterati e alcuni miglioramenti in fasce disagiate.

Ancora attivi nelle proteste precedenti, alcuni gruppi studenteschi decidono però di sfruttare l’occasione di una riforma in parte impopolare e decisamente unilaterale per approfondire le proteste.

A questo punto succedono alcuni fatti: il primo e sicuramente più grave è il forte intervento repressivo del governo in parte con l’uso delle forze di sicurezza e attraverso l’intervento di alcuni gruppi legati alla gioventù sandinista. L’uso della repressione (con alcune decine di morti) fa allargare la protesta nelle zone popolari come ammesso anche dallo stesso Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale nel documento in cui viene annunciato il ritiro del provvedimento.

Qui non si tratta di giustificare la repressione delle proteste che non è solo un errore del governo ma una vera e propria macchia sulla figure della nuova dirigenza FSLN. Si tratta però di capire il contesto. Brevemente ci pare che emergano alcune considerazioni:

  1. la repressione immediata è sicuramente influenzata dalla possibilità che venisse riprodotta la situazione venezuelana in cui il movimento delle guarimbas ha insanguinato per mesi alcuni stati venezuelani e fatto sviluppare una gigantesca campagna di disinformazione mondiale a senso unico contro Maduro e il chavismo.
  2. Il fatto che la repressione (a differenza di quanto accaduto in Venezuela) si sia rapidamente estesa alle zone popolari, per stessa ammissione del FSLN, dimostra però che sotto la cenere cova una profonda rabbia popolare.
  3. E’ evidente che, all’interno di una situazione sociale per certi versi pronta a esplodere, le proteste siano in misura notevole amplificate dall’esistenza di infrastrutture politiche (legate alla destra e agli USA, ma con il contributo anche di una parte dell’ex sinistra sandinista e di movimenti sociali) in grado di rilanciare su scala internazionale la protesta esattamente come nei meccanismi delle cosiddette rivoluzioni colorate.
  4. Il fatto che il governo Ortega sia costretto a eseguire tagli al sistema pensionistico in maniera unilaterale fa emergere con chiarezza che, alla lunga e in assenza di risorse, il sistema di miglioramenti sociali non rappresenti un passaggio verso un rafforzamento socialista della società ma, semplicemente, una forma di redistribuzione sociale riformista in un quadro in cui le conquiste non diventano struttura portante della società ma siano semplicemente misure legate ai cicli economici del capitale o, in alcuni casi, strutture legate a un consenso clientelare.

Sullo sfondo il fatto evidente che le proteste (di cui sia chiaro va condannata la repressione violenta e di cui va valutata l’estensione e la spontaneità presente in molti settori) siano in parte strumentali. Il fatto che alcuni gruppi studenteschi non esitino a unirsi nella protesta con le oligarchie dimostra tutta la confusione e la precarietà della situazione. Strumentalmente la destra imprenditoriale e oligarchica contesta i tagli alle pensioni ma, probabilmente, è pronta ad applicare le regole imposte dal Fondo Monetario Internazionale. In tutto questo il ruolo della sinistra, del recupero dell’originario spirito sandinista che ruolo ha? Quale è la sua reale rappresentanza sociale? Ha senso lavorare in una protesta che, vista la situazione geopolitica, rischia di trasformare il Nicaragua in un nuovo satellite del neoliberismo? Sono domande che vogliamo non retoriche: quando parliamo, nel titolo, di strettoia nicaraguense non parliamo solo del governo, di Ortega e del FSLN ma anche dei movimenti sociali e della sinistra.

Socialismo o barbarie

Tra due giorni si terranno le elezioni presidenziali in Venezuela. Probabilmente vedranno la vittoria del PSUV e di Nicolas Maduro. Pochi mesi fa, il popolo venezuelano dava una lezione al mondo intero partecipando in gran numero alle elezioni dell’Assemblea Costituente che dovevano chiudere un periodo difficilissimo per il paese. Uno stato dove chi governava viene tutt’ora definito dai media internazionali come un dittatore sanguinario, dove si svolge una durissima guerra economica condotta dagli USA e dai suoi rappresentanti nella regione a danno dei cittadini.

Uno stato dove però emergevano ed emergono ancora contraddizioni politiche non risolte. L’assemblea costituente venezuelana tenta effettivamente di porre delle discriminanti. Coglie il risultato di un dibattito condotto all’interno della sinistra centro e sud americana e tende ad approfondire il carattere socialista del movimento bolivariano attraverso la concessione del potere al popolo attraverso le misiones e le comunas. Questo processo va sostenuto e valorizzato.

Pur in una situazione difficile e contraddittoria Maduro e il PSUV sembrano marciare verso una direzione che approfondisca il carattere socialista del Venezuela e che, in qualche modo, provi a consolidarne la struttura definitiva.

Ci sembra che questo sia il punto decisivo. Il “socialismo bolivariano” e l’ALBA hanno in questo senso un significato storico. O si procede verso una strutturazione socialista della società o si rischia di essere in preda di situazioni in cui i diritti dei poveri, dei lavoratori, delle comunità diventano una variabile dipendente dalle contraddizioni e dai cicli del capitale. In tal senso poco importerà, a un certo punto, se la repressione e la barbarie verranno da questo o da quel soggetto politico. La barbarie sarà comunque tale.

Ci pare che anche in Nicaragua si intraveda questo bivio. L’originario spirito rivoluzionario che emerge nella società ancora deve quindi agire in profondità. Ci pare che quello spirito possa esprimersi in tanti modi ma non deve essere dipinto banalmente come metafisica o estetica della rivolta ma come cammino concreto. Il FSLN può ancora decidere di marciare in questa direzione. Non dipenderà solo dal vecchio comandante ma anche da cosa succederà in Venezuela, in Brasile e negli altri paesi della regione. Dipenderà anche da piccoli episodi, come il nostro incontro oggi, di solidarietà internazionalista.

Di seguito l’audio di Radio 3 mondo sulla situazione in Nicaragua 

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